Collector
Produrre in Italia deve avere ancora senso, ci dice Sonia Bonfiglioli (Confindustria) | Collector
Produrre in Italia deve avere ancora senso, ci dice Sonia Bonfiglioli (Confindustria)
Il Foglio

Produrre in Italia deve avere ancora senso, ci dice Sonia Bonfiglioli (Confindustria)

La mia sfida – dice al Foglio Sonia Bonfiglioli – “è che deve avere ancora senso produrre in Italia . Capendo che andrà fatto in condizioni diverse, certo, ma secondo me noi come sistema, come governo, come imprese, come sindacati, dobbiamo riuscire a far sì che sia ancora possibile fare impresa in Italia”. Dichiarazioni spontanee, si direbbe con gergo giudiziario, della presidente di Confindustria Emilia Centro, al termine di una conversazione con il Foglio partita dal tema dell’innovazione, della sua velocità e di come l’industria italiana sia chiamata a grandi sforzi, necessari, per tenere il passo della trasformazione produttiva mondiale. “Credo che in questo momento stiamo vedendo una discontinuità tecnologica pazzesca – dice al Foglio Bonfiglioli – qualcosa di paragonabile all’arrivo dell’energia elettrica oppure all’arrivo di Internet, con in più il fatto che oggi operiamo in un contesto di innovazione tutta in rete, tutta aperte, e quindi velocissima. L’adozione di nuove tecnologie e la diffusione dei nuovi studi scientifici avvengono sostanzialmente in tempo reale rispetto al momento in cui sono resi disponibili. Tutto questo accelera enormemente l’innovazione ma deve confrontarsi con vincoli fisici, perché le aziende procedono comunque attraverso investimenti e attraverso l’adozione di tecnologie nuove, anche con processi di emulazione di quanto fatto all’estero. Ma, per quanto tu possa essere veloce, non starai mai al passo con la velocità della comunicazione e della diffusione delle nuove idee. E’ chiaro che noi siamo di fronte a un tema molto pressante per le industria manifatturiere, in Italia e in Europa, e per l’Italia che è il secondo paese manifatturiero in Europa . C’è il nuovo European innovation act, che fissa l’obiettivo del 20 per cento del pil europeo prodotto dalla manifattura, e questa è una indicazione forte, che impone un cambio di rotta, e di fronte alla quale verrebbe da augurarsi che la strategia non sia quella adottata per l’automotive, nella quale, per forzare l’adozione di una tecnologia, quella dell’auto elettrica, è stato completamente abbandonato il principio della neutralità tecnologica, con cui la politica dovrebbe fissare obiettivi generali e poi lasciare che le aziende trovino le tecnologie. In questo modo, tra l’altro, si sarebbe anche permesso e favorito di fare innovazione in altri settori. Ma l’Ue in quella fase ha talmente forzato le cose che il mondo dell’automotive è completamente collassato, e in modo speciale in Italia, trascinando tanta manifattura di componentistica . Quindi, direi, anche se un po’ in extremis, ben venga questo innovation act, ma usiamolo bene e guardate che noi apprezziamo, come aspetto eticamente sano dell’Europa, lo sforzo regolamentare verso gli obiettivi ambientali e siamo convinti che non si possa fare industria a qualunque condizione e a discapito dell’ambiente. Le regole ci vogliono, ma non devono essere burocrazia e non devono essere fatte distruggendo i nostri punti di forza industriali”. Ma, rispetto al Green Deal c’è un’aria diversa? Anche la politica industriale nazionale, con tutte le sue criticità, potrebbe portare qualche cambiamento positivo? “Do un parere personale, io sono una sostenitrice dell’industria e dell’ambiente, e, in generale, il progetto Industry 5.0 lo trovo valido, perché integra i temi ambientali nella visione industriale. Ho trovato che prima si sia sbagliato con scelte che erano un po’ tirate, un po’ fake, e scadevano nel greenwashing, mentre ora si sbaglia nell’altra direzione con l’approccio che ci arriva dall’America e che sembra negare sia i temi del riscaldamento climatico sia quelli dell’inquinamento. Non possiamo passare dal greenwashing alla negazione del problema, e, in mezzo, avere un’Europa che non ha ancora capito cosa sta succedendo . E’ chiara la complessità europea, con l’obbligo di mediare tra 27 paesi, con preferenze per diversi settori e con diversi gradi di avanzamento tecnologico, ad esempio nella produzione energetica e, in più, con paesi che ora tra loro sono fortemente in concorrenza”. Quando si guarda alla dimensione delle aziende industriali qualche preoccupazione per la tenuta del sistema italiano viene, e non valgono a rassicurare i singoli casi di successo. Per Bonfiglioli “noi abbiamo questo problema, unito alla questione anagrafica. Io sono presidente dell’associazione che riunisce le province di Bologna, Modena e Ferrara, con filiere industriali che sono un riferimento internazionale. Noi abbiamo circa 3400 imprese associate, di cui due terzi con meno di 50 dipendenti. E di queste circa 400 sono guidate da imprenditori con più di 75 anni di età. Noi abbiamo due questioni, quella della dimensione media che, come dicevamo prima, rende difficile stare al passo con l’innovazione che incalza, e quella del passaggio generazionale, a partire da tante imprese nate negli anni Cinquanta e Sessanta e che, in molti casi, vanno benissimo ma non hanno dimensioni per essere appetibili da fondi . Nel loro caso il nodo è proprio la stessa continuità aziendale, un problema che può diventare esplosivo nel giro di pochi anni. E aggiungo un altro elemento, quello della fiducia, perché lo scenario mondiale ora toglie la voglia di investire”. Non è proprio il vostro ruolo, ma il sistema associativo potrebbe fare qualcosa per scongiurare la chiusura di aziende comunque ben avviate, aiutando nel momento del passaggio generazionale. “Noi abbiamo un progetto pilota in arrivo, con cui unire aziende che sono piccoli gioielli, che non hanno successione, con giovani che hanno esperienza, voglia di fare gli imprenditori e non hanno un’azienda di famiglia. Stiamo ragionando sui risultati di un caso pilota, ora ne testeremo un altro e poi vedremo come avviare il progetto in termini più generali. Non sarà la soluzione di tutto, ma può aiutare ”. Un sistema produttivo che, comunque, ha retto a pandemia, guerra commerciale, guerre vere e proprie. Da dove arriva la forza per resistere? “Ci siamo uniti e abbiamo lavorato assieme, consapevoli dei limiti e della difficoltà. E ora lo stesso impegno e la stessa buona volontà vanno usati per superare il problema dei costi energetici, che minano la nostra competitività anche all’interno dell’Ue. Lo stesso schema usato per resistere a quegli sconvolgimenti va ripreso per affrontare il nodo dell’innovazione e quello della crescita del capitale umano. Serve visione non solo sull’oggi. Ricordo che quando Deng Xiaoping avviò la rinascita industriale cinese cominciò con l’insegnamento dell’informatica già alle elementari”. In questi giorni lei sta attraversando, nella sua azienda, una vertenza sindacale nata dalla scelta di internalizzare alcuni servizi. I lavoratori sono in stato di agitazione e chiedono il rispetto di accordi sull’occupazione. “ La definizione di questo progetto è ancora aperta, ci sono stati vari passaggi . Molti lavoratori sono stati già ricollocati, ma noi ci siamo mossi, pur avendo un contratto ancora in corso, perché internalizzando avremmo preso il controllo dei movimenti di merci con carrelli, operazioni che hanno una pericolosità alta, dal 2019 a oggi abbiamo avuto 35 incidenti, che sono molti anche se per fortuna nessuno gravissimo. E’ un’attività pericolosa e abbiamo intenzione di mettere questo processo in sicurezza con una gestione aziendale diretta. Abbiamo comunque affiancato alla riorganizzazione vari progetti di reimpiego, con politiche attive del lavoro, per le quali abbiamo avuto anche il concorso della regione ”.

Go to News Site