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Backrooms
Il Foglio

Backrooms

Kane Parson ha 20 anni. Ha scritto (con Will Soodik) e diretto questo film bellissimo e spaventoso – a seconda della sensibilità di chi guarda, sangue ce n’è quasi niente ma non tutti gradiscono scivolare in un cunicolo buio, né vagare per stanze gialline, pareti e pavimento, che si aprono su altre stanze gialline. Ma la svolta è quasi sempre cieca, non si capisce cosa stia dell’altra parte e si sentono voci. Prima, si era dilettato con le “backroom”, fenomeno internettiano che raccoglie fotografie – prese dal vivo o artificiali – di retrobottega non troppo illuminati. Un giovanotto da tenere d’occhio, il film ha incassato finora 135 milioni di dollari. Non sa nulla di storia del cinema – tutti gli intervistatori ci provano: e allora “Shining”? e allora “Il sesto senso”? ma lui non li ha neppure sentiti nominare. Benevolmente concede: “Avrò tempo più avanti”. Intanto riempie le sale, perfino in in Italia nel primo fine settimana estivo. La bravura viene premiata, solo questo si può dire. Siamo negli anni 90 – per via del solito problema con gli smartphone, bisogna levarli di mezzo. Chiwetel Ejiofor è un architetto fallito, separato dalla moglie e pure alcolista. Lavora in un enorme negozio di mobili a poco prezzo. Per attirare la clientela si veste da pirata con la gamba di legno. Dorme nel reparto camere da letto. Una notte si appoggia alla parete, e “passa” dall’altra parte. Limbo o inconscio? La terapeuta è perplessa.

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