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Durigon provoca (ancora) Cisl e Uil e mette a rischio la strategia di Meloni sul lavoro | Collector
Durigon provoca (ancora) Cisl e Uil e mette a rischio la strategia di Meloni sul lavoro
Il Foglio

Durigon provoca (ancora) Cisl e Uil e mette a rischio la strategia di Meloni sul lavoro

Ci risiamo. Non incide come vorrebbe nelle politiche del governo sul lavoro e allora, in Parlamento, Claudio Durigon trova sempre il modo di porsi in contrasto con l’operato della ministra Marina Elvira Calderone. Finendo ancora una volta per indispettire Cisl e Uil, che negli ultimi mesi, invero, col governo si sono spesso trovate d’accordo. Il sottosegretario della Lega, infatti, in qualità di relatore si è fatto promotore di un emendamento al dl Primo maggio che interviene sul trattamento economico complessivo (Tec) e introduce una definizione che ricomprende “tutte le voci retributive fisse e continuative, dirette, indirette e differite”. Un modo, secondo i sindacati confederali, per aprire a forme di contrattazione al ribasso . E infatti la segretaria della Cisl Daniela Fumarola l’ha salutato come un emendamento “sbagliato e inefficace” perché “rischia di trasformarsi in un pasticcio, anche interpretativo, di cui nessuno davvero sente il bisogno”. Anche la segretaria confederale della Uil Vera Buonuomo dice di non condividerlo: “Si interviene su una materia che attiene direttamente alla contrattazione collettiva e che è già oggetto di un confronto aperto tra organizzazioni sindacali e datoriali”. Una lettura che fa propria anche il segretario della Cgil Maurizio Landini , secondo cui il governo “entra a gamba tesa sulle regole del sistema contrattuale sottraendo alle parti sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative il compito di definire il trattamento economico complessivo”. Tra quelli che hanno esultato per la presentazione dell’emandamento, guarda caso, ci sono invece la Cisal e l’Ugl, ovvero i sindacati più vicini a Durigon. Avvalorando ancor di più la lettura di chi ci ha visto, nelle uscite dei due segretari Francesco Cavallaro e Paolo Capone, la volontà di intestarsi la norma. Anche perché dalla Cisal, per esempio, sono arrivati a dire di sentirsi sorpresi “dalle dichiarazioni di coloro che criticano il nuovo testo e affermano che il legislatore non debba occuparsi della definizione del Tec”. Già in fase di scrittura della norma, come avevamo raccontato sul Foglio, c’erano state varie fughe in avanti di Durigon per sottrarre il “monopolio della contrattazione a Cgil, Cisl, Uil e Confindustria”. Poi, scongiurato lo sdoganamento di contratti cosiddetti “pirata”, il sottosegretario aveva tentato vari blitz nelle pieghe degli emendamenti in commissione. Per esempio quello che chiedeva la retroattività degli aumenti salariali per i rinnovi contrattuali sottoscritti in ritardo, norma invisa soprattutto a Confindustria. Al punto che la ministra Calderone, che quella norma non l’aveva condivisa, con un po’ di imbarazzo s’era trovata a rispondere che “gli emendamenti sono circa 500, li esamineremo e valuteremo tutti”. E’ con un lavorìo fatto di limature, aggiustamenti, tavoli e confronti che il governo era riuscito ad avvicinare molte delle richieste portate avanti dalle principali sigle confederali. Anche per questo Cisl e Uil, dopo il licenziamento del decreto Primo maggio, s’erano dette particolarmente soddisfatte del lavoro che mirava a un “salario giusto”. Questi continui tentativi di introdurre norme in contrasto con quella norma, però, stanno indispettendo e non poco le due sigle. Anche perché l’analisi che si fa in Via Po è più o meno la seguente: “Come può un governo che si oppone alla definizione per legge di un salario minimo al contempo intervenire, sempre per legge, sulla definizione del trattamento economico complessivo?”. Anche in ragione di un rapporto consolidato da anni con sigle come Cisal e Ugl (di cui stato segretario generale), Durigon cerca ogni volta che può di “dare un segnale” alla sua base. Peccato che così facendo rischi di compromettere la strategia di Meloni e del governo, che mal digeriscono queste critiche delle sigle confederali (soprattutto con una Uil che ha radicalmente alleggerito i suoi toni verso l’esecutivo). E che temono contraccolpi anche nel rapporto con le imprese. Soprattutto al nord.

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