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Il gioco contabile delle tre carte di Salvini sulle pensioni | Collector
Il gioco contabile delle tre carte di Salvini sulle pensioni
Il Foglio

Il gioco contabile delle tre carte di Salvini sulle pensioni

Il vicepremier Matteo Salvini ha marinato la celebrazione del 2 giugno ai Fori imperiali per rimarcare la sua ostilità alle armi. Ma la Lega, in quel giorno, ha voluto preavvertire che, in sede di legge di Bilancio per il 2027, non ci sarà alcun disarmo nella lotta contro la riforma Fornero ; in particolare riguardo al tema dell’età del pensionamento. Un avvertimento al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, anch’egli della Lega. In precedenza, era stato lo stesso Salvini in un’intervista al Giornale a confermare che in via Bellerio si lavora per individuare una nuova forma di uscita anticipata dal lavoro prima dei 67 anni, con l’obiettivo dichiarato – da ormai tre lustri – di superare la legge Fornero. Se il leader del Carroccio ha dato la linea, alle modalità tecniche ci ha pensato il suo vice, Claudio Durigon , che è anche sottosegretario al Lavoro, che la Lega sta sviluppando un nuovo metodo di contabilizzazione della spesa pensionistica. “Noi stiamo studiando una norma che dia linearità alla spesa pensionistica, perché a oggi è costruita al lordo”, ha spiegato Durigon. Il sottosegretario pretende di cimentarsi con la spesa pensionistica come se fosse il gioco delle tre carte nelle sale d’attesa delle stazioni ferroviarie. Il ragionamento è di un candore commovente: la spesa per pensioni – sostiene Durigon – ammonta a circa 326 miliardi di euro, a fronte di entrate contributive pari a circa 290 miliardi. Ma una parte rilevante della spesa rientra nelle casse pubbliche sotto forma di tasse. “L’Irpef è una partita di giro che ritorna (sic!) allo stato circa 70 miliardi. Quindi – ecco il movimento che trasforma la carta perdente in carta vincente – basterebbe calcolare la spesa al netto per dimostrare che il sistema scoppia di salute". E’ la stessa logica (condivisa dalla Lega) dei sindacati come la Cgil che pensano di risolvere il problema della sostenibilità del sistema attraverso operazioni contabili, come la “separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale”. Significherebbe che finora le autorità italiane hanno fornito appositamente a Eurostat dati gonfiati quando basterebbero un paio di sottrazioni per stare meglio: stralciare la parte di spesa arbitrariamente definita come “assistenza” e, ultima trovata, anche la quota di Irpef versata dai pensionati. C’è però un problema : le statistiche in Europa vengono compilate in base a criteri comuni, concordati e predefiniti. Inoltre, questi tentativi di maquillage contabile non sono nuovi. Nel 2020/21, con i ministri Catalfo (M5s) e poi Orlando (Pd), venne istituita una “Commissione tecnica” sulla comparazione europea della spesa previdenziale che aveva il mandato politico del governo Conte di scorporare il possibile. La commissione, composta da ministero del Lavoro, Mef, Istat, Inps e Cgil (come se fosse un’istituzione), arrivò però alla conclusione che non è possibile scostarsi dai criteri europei, che non si può distinguere tra previdenza e assistenza e che, pur sorvolando sull’impossibilità di comparare i sistemi europei escludendo l’imposizione sui redditi, la distanza della spesa pensionistica italiana dalla media europea resta significativamente ampia anche considerandola al netto del prelievo fiscale . In ogni caso, pur volendo affermare che il saldo tra spesa lorda e spesa netta è di 70 miliardi, questo di certo non “libera” alcuna risorsa: perché quei denari sono già impegnati per finanziare il calderone generale della spesa pubblica, tra cui ci sono anche le pensioni (così facciamo fare un altro giro alla “partita di giro”). Non c’è quindi nessun prestigio contabile che possa liberare risorse a copertura di “un intervento di flessibilità in uscita con una formula a 64 anni”. Le enunciazioni sono ancora troppo vaghe per capire la proposta. A un primo colpo d’occhio sembrerebbe trattarsi di un’estensione, a quanti sono regolati dal sistema misto, della regola del trattamento anticipato prevista dal regime contributivo, a condizione che si sottopongano a questo calcolo per intero. Già oggi i “contributivi puri” – in base alla legge Fornero – possono andare in pensione a 64 anni di età e con almeno 20 anni di contributi, a patto che l’importo maturato superi una soglia minima pari a un multiplo dell’assegno sociale. Rimane poi da capire quali siano le intenzioni della Lega rispetto all’indicizzazione dei requisiti anagrafici e contributivi all’incremento dell’attesa di vita. Si tratta della norma, già attaccata nell’ultima legge di Bilancio da Salvini, che si ritrovò al suo fianco contro Giorgetti anche le opposizioni del Campo largo per chiederne l’abolizione, senza farsi carico della sua essenzialità per la sostenibilità della spesa pensionistica, lorda o netta che sia.

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