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Ritratto di Patrizia Martucci e Francesca Nanni, gip e pm a prova di circo mediatico | Collector
Ritratto di Patrizia Martucci e Francesca Nanni, gip e pm a prova di circo mediatico
Il Foglio

Ritratto di Patrizia Martucci e Francesca Nanni, gip e pm a prova di circo mediatico

Una, Patrizia Martucci, è la gip del Tribunale di Firenze che ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri , nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi di mafia del ’93. L’altra, Francesca Nanni , è la procuratrice generale di Milano (ma lei preferisce sentirsi chiamare “procuratore”, con buona pace del politicamente corretto) che ha confermato il parere positivo sulla grazia a Nicole Minetti . Entrambe – con parallela decisione non contemporanea (Martucci ha archiviato Dell’Utri cinque mesi fa, ma il fatto è emerso solo oggi) – piombano con poche righe secche di motivazione nel vortice mediatico giudiziario, uscendone dall’altro lato: quello dove i teoremi e le suggestioni, le supposizioni e le prove non provate senza ombra di dubbio restano distinte dalla volontà di accertare senza ombra di dubbio la realtà dei fatti. Un altro teorema potrebbe dire: Martucci e Nanni saranno vicine alla parte politica che sostiene gli accusati ora scagionati. Invece no. Martucci non era schierata con i “magistrati per il Sì” al referendum (“anzi”, dice chi la conosce), e Nanni ha criticato pubblicamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio, definendo la riforma “inutile e punitiva”. Il circo mediatico lambiva entrambe, come a volerle risucchiare. Ma loro si sono scansate. Nel caso di Martucci con la frase con cui il 15 gennaio scorso la gip ha archiviato: “Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. I detrattori dicono: archiviazione non vuol dire assoluzione, il fascicolo si può riaprire. Intanto però Martucci così ha deciso, per mancanza di riscontri. Ed è qui che la coincidenza smentisce la suggestione, ché la storia professionale e personale della gip si interseca con quella delle inchieste su mafia e politica cresciute nella procura di Caltanissetta, quella dove lavorava da giovane il pm Luca Tescaroli, punto di riferimento del filone che, per trent’anni, ha visto Dell’Utri accusato e archiviato a ripetizione, e dove lavoravano anche Martucci (allora al Tribunale dei minorenni locale) e suo marito Michele Barillaro, giudice che ha redatto la sentenza sulla strage di via D’Amelio e quella nel processo a Totò Riina per l’attentato contro Giovanni Falcone e che poi, a Firenze, si è occupato di mafia cinese, prima dell’incidente stradale mortale del 2012, in Namibia, avvenuto mentre Patrizia era in tribunale a Pistoia (dove si erano poi trasferiti entrambi, da sposati e con due figlie piccole). In un attimo, tutto finito: un camion che corre nella direzione opposta lungo una strada africana già percorsa da Barillaro tante volte, con o senza familiari, per raggiungere i luoghi amati e l’area dov’erano autorizzate le battute di caccia, sua passione. Un attimo, il buio, la notizia che lascia tutti sgomenti. “Michele ha raggiunto i suoi amici”, aveva detto allora il parroco durante l’omelia, riferendosi a Falcone e a Borsellino, la cui foto spiccava dietro alla bara. Tutto questo avrebbe potuto orientare diversamente la gip Patrizia, nata a Roma nel 1965 e cresciuta professionalmente a Caltanissetta, il luogo dove le inchieste sulle stragi hanno avuto origine? Chissà, fatto sta che non è avvenuto. E ora il circo mediatico si trova a ribattere non tanto a lei, gip che si è occupata anche di sospetti appalti pubblici truccati, ma a Marina Berlusconi – che oggi polemicamente si domanda: e se Martucci avesse deciso diversamente, ci avrebbe messo cinque mesi, a uscire, la notizia? Invece a Nanni, magistrata lodata a suo tempo da Walter Veltroni sul Corriere della Sera, risponde direttamente il direttore e co-fondatore del Fatto Marco Travaglio, replicando alla nota in cui la procuratrice, nel confermare il parere pro-grazia, definisce “false” le rivelazioni del Fatto sul caso Minetti. Nota di Nanni: “I fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero” e “non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito sulla domanda di grazia”. Risposta di Travaglio: “Egregia procuratrice, lei è libera di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna su reati gravissimi senza che abbia scontato un minuto di pena...Ciò che lei non può fare, perché non è nei suoi poteri, è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto, in un comunicato che non ammette contraddittorio”. E pensare che il faro di Francesca Nanni è Francesco Saverio Borrelli e il suo “resistere, resistere, resistere”, e che uno dei suoi pallini è contestare la cosiddetta “dottrina Mitterrand” (per riportare in Italia gli ex terroristi rossi estradati in Francia). Occhialetti neri, capelli biondi, la procuratrice ha studiato le carte di vari processi famosi. Partendo dalla fine, sarà lei a valutare se proporre la revisione del processo che ha condannato Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi. Era l’uomo sbagliato? Si vedrà, ma un “uomo sbagliato” Nanni, nella sua carriera, l’ha già incontrato e fatto condannare, ma poi anche fatto scagionare: si tratta di Michele Barillà, poi soggetto di una fiction con Beppe Fiorello, come ha raccontato Nanni stessa a Elvira Serra, sul Corriere della Sera. Ed è sempre lei, la sessantaseienne sportivissima Nanni, la donna che ha fatto riaprire, studiando le carte e riscontrando incongruenze nella testimonianza chiave, il processo Zuncheddu, il pastore sardo ingiustamente detenuto per 33 anni. Non lavorano insieme, Martucci e Nanni, ma insieme indicano una via: la verità spesso non sta dove sta la suggestione (e il polverone).

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