Il Foglio
Gran finale della telenovela Minetti: la grazia è confermata, Cipriani e consorte intentano risarcimenti milionari contro il Fatto quotidiano (oltre a Report e Mediaset), e Travaglio minaccia querele contro la procuratrice generale di Milano che ha osato smentire la fondatezza della “controinchiesta” giornalistica . Salvo – ha precisato – che la dott.ssa Nanni non voglia profondersi nelle sue più sentite e contrite scuse. Non è fantastico? Alla base di questa pièce tragicomica c’è una idea del diritto di cronaca tanto malsana quanto inestirpabile, invocando la quale si rivendica – per dirla in breve – la incoercibile libertà di pubblicare qualunque notizia giunga all’orecchio del giornalista (meglio ancora se costui ha un nome che sembra creato dalla penna di Conan Doyle), e che sia utile a disvelare – in questo caso – il torbido retroscena della vituperata grazia. Una massaggiatrice uruguagia confessa che la signora Minetti, lungi dall’aver cambiato vita, seleziona le chicas (“esta me gusta, esta non me gusta”) per marito e ospiti, e tanto basta per sparare la bomba. Quanto all’adozione del figliolo, ovviamente frutto di non meglio precisate trastule amministrative (poi tutte smentite dalla procura), fa brodo anche raccontare che l’avvocato che l’avrebbe avversata è misteriosamente morto carbonizzato. Un bel tocco di crime non guasta. Il fatto è che il diritto di cronaca, come ci insegna la Cassazione, non funziona così . Se riferisci una dichiarazione altrui, hai il dovere di verificarne la rispondenza al vero (la massaggiatrice ha davvero lavorato lì? Per quanto tempo? Ha maturato motivi di contrasto con i padroni di casa? Ci sono altri dipendenti o frequentatori del ranch che confermano la storia delle chicas?). Se introduci la notizia (vera) dell’avvocato carbonizzato, devi ben spiegare il nesso con il tema principale dell’inchiesta, altrimenti stai compiendo una operazione gravemente manipolativa, che la Cassazione ha efficacemente stigmatizzato definendolo “accostamento suggestionante”: è stato forse assassinato – si chiederà inevitabilmente il lettore – per facilitare l’adozione? Di fronte a un simile disastro, il direttore rilancia e pretende le scuse degli inquirenti, visto che costoro non avrebbero verificato le inconfutabili fonti della inchiesta giornalistica (ma perché allora, direttore, non le avete tempestivamente messe voi a disposizione degli inquirenti?). Esattamente la stessa logica reattiva di Sigfrido Ranucci, che ha rabbiosamente qualificato “articolo killer” una recente, documentata cronaca, su questo giornale, di Ermes Antonucci, che raccontava nel dettaglio il naufragio di una vicenda giudiziaria innescata da una “inchiesta” di Report. Conosco bene la vicenda, avendo difeso (con il collega Fabrizio Costarella) lo sventurato imprenditore accusato, da Report e a seguire dalla procura di Milano, di aver ordito una fantasmagorica truffa, vendendo diamanti farlocchi a migliaia di risparmiatori, con il concorso delle banche. Undici mesi di carcere, altri di arresti domiciliari, azienda confiscata, danni per centinaia di milioni, per essere poi assolto in primo e secondo grado per insussistenza del fatto. La truffa, in sintesi, era fondata sull’idea che i diamanti valessero molto meno del valore dichiarato. L’errore dei nostri “segugi”? Aver calcolato quel valore sul listino dei prezzi all’ingrosso, non al dettaglio . Vi sembrerà incredibile, ma è proprio così, basta leggere le due sentenze assolutorie, che trasudano stupore e anche una certa dose di irritazione. E tuttavia, per Ranucci il killer è Antonucci, come per Travaglio la diffamazione è opera della procuratrice generale Nanni. Questo capovolgimento della logica e delle regole è una esclusiva mondiale del sedicente “giornalismo d’inchiesta” italico, che pensa di assolvere i propri doveri inseguendo con la telecamera in spalla persone che si chiudono in macchina o che, banalmente, si rifiutano di rispondere per strada, o pubblicando notizie – come ha detto senza imbarazzo Ranucci a proposito di Nordio nel ranch uruguagio di Cipriani – “che stiamo verificando”. Prima diamo la notizia, poi la verifichiamo, e tu che sei oggetto della notizia non hai da lamentarti, perché ho precisato che la notizia “è in corso di verifica” . E’ il mondo al contrario, direbbe Vannacci: ma qui, per una volta, avrebbe ragione da vendere.
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