Il Foglio
Giuseppe Cavo Dragone è l’ammiraglio italiano che dal 17 gennaio 2025 presiede il Comitato militare della Nato, la più alta autorità militare dell’Alleanza. E’ stato capo di stato maggiore della Difesa, lo è stato prima anche della Marina, oggi è il principale consigliere militare del segretario generale Nato e il portavoce militare dell’Alleanza. Abbiamo avuto la possibilità di dialogare con l’ammiraglio per qualche minuto, in occasione della Festa dell’innovazione del Foglio, che sarà oggi a Venezia , e Giuseppe Cavo Dragone ha accettato di discutere con noi attorno ad alcuni temi da cui passa il futuro non solo dell’Europa ma anche del mondo libero. Ucraina, guerra ibrida, propaganda, Difesa, nuovi assetti generati dal nuovo ordine trumpiano. La nostra conversazione con l’ammiraglio parte dalla difesa dei confini europei, dunque dall’Ucraina, e l’approccio dell’ammiraglio è quello di chi prova, da ottimista, a capire come le crisi possano diventare opportunità. Tema: possiamo dire che Kyiv, pur pagando un prezzo altissimo, ha dimostrato ampiamente, in questi anni, che la Russia non è militarmente invincibile? “Quando si parla di innovazione, oggi, non si può che parlare di sicurezza. E in questo caso non parlo solo di sicurezza nazionale, ma direi collettiva, che parte proprio dall’esperienza dell’Ucraina, che è davvero, ogni giorno, una scuola tragica e illuminante per l’Europa e il mondo intero. La lezione militare più importante che stiamo imparando è che, oggi, la superiorità non è più solo una questione di piattaforme più avanzate, ma di velocità di adattamento. In questa guerra l’innovazione non si misura più soltanto in qualità, ma in tempo, spesso in ore. Chi riesce ad aggiornare un software, modificare un drone, cambiare tattiche e procedure più velocemente e più direttamente sul campo, può effettivamente neutralizzare il vantaggio di un avversario più grande, più pesante, che si proclama invincibile ma strutturalmente si trova più lento. Inoltre, l’esperienza di Kyiv ci dimostra come esista un ‘prima’ e un ‘dopo’ tra guerra tradizionale e guerra tecnologica. E’ un conflitto dove la potenza di fuoco conta ancora, ovviamente, ma conta sempre di più la capacità di connettere i domini – terra, aria, mare, Spazio e cyberspazio – e di farlo con prontezza, ogni giorno”. L’ammiraglio sostiene vi sia poi un’altra lezione importante che arriva dall’Ucraina. “Riguarda la resilienza industriale e logistica come parte vera e propria della potenza militare. Se tu non riesci a produrre, riparare, rifornire e rigenerare rapidamente, perdi anche con la tecnologia più avanzata. Ed effettivamente possiamo dirlo con estrema chiarezza. Kyiv, pur pagando un prezzo altissimo, lo abbiamo detto, ha già dimostrato che la Russia non è militarmente invincibile. Non solo perché l’Ucraina ha resistito, ma perché ha effettivamente dimostrato che un esercito più piccolo – se sostenuto, addestrato, informato e capace di adattarsi più velocemente – può negare all’aggressore gli obiettivi strategici e anche logorare la sua capacità offensiva. Questa è la lezione che riguarda direttamente l’Europa: non basta avere buoni sistemi. Serve una Difesa effettivamente capace di apprendere, innovare e reagire più rapidamente dell’avversario – e di sostenere lo sforzo nel tempo”. Cavo Dragone, da mesi, ripete un mantra efficace: non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno pienamente in pace, e siamo dunque in una “pace di guerra” . In questa pace di guerra, bisogna fare i conti con tutto: droni, cyberattacchi, intelligenza artificiale, guerra elettronica, logistica, infrastrutture critiche. E dunque ecco la questione: qual è il punto su cui l’Europa, e in particolare l’Italia, deve attrezzarsi più rapidamente, per dimostrare di essere pronta ad affrontare le nuove minacce globali su ogni fronte? “Questa è una domanda che è rivolta al presente e al futuro, però io rispondo con un riferimento al passato. Noi ricordiamo che, storicamente, la libertà di Venezia, dove il Foglio ha organizzato il suo Festival dell’innovazione, dipendeva da una Marina capace di proteggerla. La pace non era un dono: era una conquista quotidiana. Ed è questo il punto. La pace non è garantita, non è scontata, non è un’eredità che si trasmette in automatico. Le generazioni che ci hanno preceduto hanno pagato un prezzo molto alto per ottant’anni di pace europea. Oggi quella stagione è messa alla prova: ai confini orientali della nostra Alleanza, nel Mediterraneo allargato, nel cyberspazio, sui cavi sottomarini, nelle nostre infrastrutture critiche. Per questo, come lei ha citato, dico spesso che ‘non siamo in guerra; ma non siamo nemmeno in pace’, piuttosto in una ‘pace di guerra’, anche se un è ossimoro: quello che viene chiamato ‘wartime peace’ è un conflitto non dichiarato, ma permanente, in molti domini. Da qui si capisce come la guerra contemporanea sia di natura ibrida: droni e cyber, intelligenza artificiale e logistica, guerra elettronica e resilienza civile. Però io voglio essere chiaro su un punto, che vale soprattutto in alcuni campi – dalla Difesa, in primis, fino alla ricerca e all’implementazione delle stesse innovazioni tecnologiche. L’intelligenza artificiale deve restare a supporto dell’uomo – anche in misura preponderante, dove serve – mai a sua completa sostituzione. Una componente umana, anche minima ma irrinunciabile, deve presidiare i nodi decisivi. Per l’Europa, non basta cambiare marcia: bisogna salire su un treno completamente diverso. Velocità, scala, rischio, integrazione con ricerca pubblica e le startup, capacità di consegnare in mesi ciò che prima, ancora ieri, richiedeva anni. E’ un cambio di paradigma, non un’accelerazione. Non c’è tempo per accelerare, bisogna cambiare. E non lo facciamo da soli. Nato e Unione europea sono complementari, non concorrenti: insieme, ovviamente, noi siamo più forti. L’obiettivo è un’Europa più forte in un’Alleanza più forte. Torniamo a un vecchio adagio: si vis pacem, para bellum. Continuiamo a ripeterlo, continua a risuonare, a volte – purtroppo – anche come un disco rotto… Probabilmente adesso è anche l’ora che apprendiamo davvero questa lezione, finalmente. E’ tutto il contrario che essere guerrafondai: è essere realisti e pragmatici, ma soprattutto saper leggere la storia, che è drammatica spesso, ma non è soltanto recente”. La guerra moderna non si combatte solo con le armi, ma si combatte anche con la propaganda. E per evitare escalation guerrafondaie bisogna trovare un modo per riconoscere, smascherare e combattere chi usa gli strumenti della guerra ibrida, per provare a infilarsi come un coltello nel burro nelle nostre democrazie”. Tema evidente: quanto è pericoloso per le democrazie europee sottovalutare la guerra informativa russa? E che cosa significa dire che anche un’informazione libera e di qualità è una linea di difesa? “Bene, propaganda e disinformazione hanno da sempre accompagnato guerre e momenti di tensione e instabilità. Ci confrontiamo con le minacce informative fin dalla creazione dell’Alleanza, nel 1949. Dall’annessione illegale poi della Crimea da parte della Russia nel 2014 abbiamo risposto con decisione a un grande incremento delle attività informative ostili. In questo – vorrei dire – gli organi di stampa e i media in generale hanno una grandissima responsabilità. Quindi, io direi che le minacce informative riguardano tutti noi, eccome, ma la buona notizia è che ci stiamo però attrezzando sempre di più a gestirle. Lei mi chiederà come? Sono tre o quattro punti utili. Primo: per esempio, comprendendo a fondo l’ambiente informativo. Secondo: riducendo l’efficacia di queste minacce prima che facciano danni. Terzo: gestendo e limitando i singoli incidenti. Quarto: imparando dalle lezioni e prevenendo queste minacce. Ed è qui che entra in gioco, ancora una volta, l’innovazione”. Esempi? “Certo. Gli sviluppi tecnologici rapidissimi, soprattutto nell’intelligenza artificiale e nei deepfake, rischiano di indebolire ulteriormente la fiducia del pubblico, amplificando le operazioni informative ostili, creando confusione nell’ambiente informativo e modificando le percezioni in modo sottile ma significativo – ripeto, lo abbiamo visto. Un elemento fondamentale per contrastare le minacce informative è condividere in modo proattivo informazioni fattuali. Verificando le fonti ed evitando la condivisione di fake news. Con comunicazioni pubbliche aperte, trasparenti e chiare, possiamo fare ‘pre-bunking’, ovvero anticipare possibili narrazioni ostili e intervenire prima che si diffondano. Questo aiuta contro le minacce informative, ne riduce drasticamente l’efficacia e rafforza, al tempo stesso, la resilienza della nostra società. E una cosa va detta veramente chiaramente: questo approccio non dice a nessuno cosa si può o non si può dire. Anzi, tutela quella libertà di espressione che tutti vogliamo difendere”. Facciamo notare a Cavo Dragone che nel dibattito pubblico si mette spesso purtroppo la Difesa in contrapposizione a sanità, scuola, energia, welfare. La questione della sanità pubblica, per così dire, per provare cioè a educare l’opinione pubblica e la classe politica a non confondere i piani, è questa: come si può ribaltare questo schema? Come si può spiegare, soprattutto ai giovani, che la sicurezza non è ciò che toglie risorse alla società, ma è ciò che permette alla società di restare libera, curarsi, studiare, produrre, innovare? “Mettere ‘Difesa’ contro ‘sanità, scuola, energia, welfare’ è un errore di prospettiva: è la solita strumentalizzazione demagogica e populista, è una minestra riscaldata; la Difesa non è un lusso, è la condizione di base che permette a tutto il resto di funzionare. Senza sicurezza, il welfare diventa fragile, l’economia si ferma, e i diritti si comprimono . Per spiegarlo in modo chiaro, io uso spesso l’esempio dell’assicurazione sulla salute: nessuno la paga perché ‘gli piace spendere denaro’, e nessuno si augura di doverla usare. Però la sottoscriviamo perché sappiamo che, se un giorno dovesse accadere l’imprevisto, quell’investimento ci sarà utile. Investire nella Difesa oggi significa esattamente questo: avere addestramento, scorte, infrastrutture e prontezza… quando dovesse servire, non quando sarà troppo tardi. E se non servirà mai, meglio ancora. Da marinaio dico una cosa: la vela si ripara con il tempo buono, non quando la burrasca è già arrivata. E il mare nel quale navighiamo ora mi sembra tutt’altro che calmo. C’è poi un punto generazionale importante. Molti giovani in Europa non hanno mai vissuto la guerra né l’hanno vista da vicino: ed è un bene, è il risultato di decenni di pace e stabilità. Ma proprio per questo la sicurezza rischia di sembrare scontata . E allora, parlando e insegnando ai giovani, anche attraverso la storia degli ultimi 50-60 anni, bisogna dirlo con chiarezza: la sicurezza non è solo ‘armi’. E’ un sistema che attraversa tutta la società, passando per le reti energetiche, i porti, i data center, i cavi sottomarini; per la sanità, perché una società che non sa curarsi non sa difendersi; per la qualità dell’informazione, perché un giornalismo libero è una linea di difesa; per l’etica con cui sviluppiamo l’intelligenza artificiale. E passando, in modo decisivo, per la cultura: una società che dimentica chi è, è una società indifendibile. Le minacce di oggi non sono solo carri armati, ma anche attacchi cyber, sabotaggi, ricatti energetici, disinformazione, interferenze . Sono tutte cose che colpiscono direttamente la vita quotidiana, i servizi, la fiducia, l’economia, le persone. Quindi il messaggio da ribaltare è semplice: la Difesa non sottrae risorse alla società; ma la protegge. Protegge la libertà di curarsi, di studiare, di lavorare, di produrre, di innovare. Perché senza sicurezza non ci sarà welfare sostenibile, né crescita, né diritti garantiti. La Difesa è l’investimento che ti consente di restare padrone del tuo futuro. La pace, davvero, è il mestiere di tutti ”. Il nostro tempo con l’ammiraglio sta finendo ma ci resta lo spazio per una domanda. Il presidente Trump sostiene da settimane la necessità di un nuovo equilibrio nella presenza delle truppe Nato in Europa. Questo per l’Europa è soprattutto un rischio, perché può indebolire la deterrenza, o anche un’opportunità, perché costringe gli europei ad assumersi finalmente più responsabilità nella propria difesa? Cavo Dragone non drammatizza. “ La richiesta degli Stati Uniti di un riequilibrio della presenza Nato in Europa è secondo me legittima e va letta in modo realistico . Lo ripeto di continuo, e l’ho fatto pubblicamente anche al Forum sulla Difesa a Singapore, la settimana scorsa. Ma questa richiesta può essere un rischio se viene interpretata come disimpegno e se riduce la deterrenza nel breve periodo; ma ciò non accadrà, in quanto l’Alleanza, secondo me, è ben matura ed è in grado di adattarsi, e di farlo rapidamente. Si tratta, invece, di un’opportunità strategica, che deve spingere l’Europa a colmare più rapidamente le proprie lacune e a rendere la condivisione degli oneri più sostenibile. Oggi la sicurezza non dipende più soltanto da carri armati, fregate e caccia. L’ho detto prima. Ne sono prova gli impegni presi dagli alleati al vertice dell’Aia lo scorso anno: il 5 per cento degli investimenti nella Difesa, di cui il 3,5 per cento dedicato strettamente alle capacità e l’1,5 per cento per investimenti più ampi in Difesa e sicurezza. In questo senso, stiamo già assistendo a un’intensificazione degli sforzi da parte di Europa e Canada: investono di più e assumono maggiori responsabilità nella Difesa convenzionale. E, come previsto, anche gli Stati Uniti si stanno adattando. Lo vediamo sia nell’adeguamento della postura di forze in Europa, sia nella nuova distribuzione dei ruoli di leadership nella Struttura di comando della Nato. Questo è un passaggio importante, che rende l’Alleanza più equilibrata. Ci aspettiamo un’evoluzione verso un’Europa più forte in una Nato più forte, con una divisione delle responsabilità più sostenibile, capace di garantire la sicurezza di cui tutti abbiamo bisogno. Importante, pero, è sottolineare che questi cambiamenti saranno implementati gradualmente nei prossimi anni, in linea con la rotazione del personale già programmata, ed evitando choc improvvisi. Quindi: non è ‘o rischio o opportunità’. E’ un test di maturità. Se l’Europa accelera sugli investimenti – anche in infrastrutture e mobilità – e assume responsabilità maggiori e crescenti, il risultato sarà una deterrenza più credibile e un’Alleanza più forte”. Trasformare le crisi in opportunità. L’innovazione del futuro, anche quando si parla di Difesa, in fondo passa sempre da qui.
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