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Il benedetto sposo. Croce che visse tre volte
Il Foglio

Il benedetto sposo. Croce che visse tre volte

Da tempo sappiamo che il filosofo olimpico e lontano dalle passioni di cui ci parlavano da ragazzi non è mai esistito . E il grande parco archeologico fatto di lettere, note, appunti, scritti sparsi, i più di centomila documenti che Benedetto Croce lasciò dietro di sé prima di andarsene, continuano a dirlo. Le sue carte, fatte di “minuscoli saggi” e di conversazioni epistolari ispirate “all’etica e al galateo del rispondere”, di piccole dissertazioni e argomentazioni ironiche e sottili, di un patrimonio di scritti sempre nitidi che non conta meno dell’opera magna, riveleranno ancora sorprese. Lo si capisce dalla bellissima scelta di lettere – edite e inedite – appena pubblicata da Adelphi a cura di Emanuele Cutinelli-Rendina, tra i maggiori studiosi di Croce nonché autore di una nuova biografia di cui si attende il secondo volume (il primo arriva al 1918) . Lo si capisce a cominciare dal titolo della raccolta: “Perdersi negli altri e nelle cose”, insomma vivere, darsi alla vita che è poi l’invito contenuto nella lettera scritta nel 1929 a un’amica in lutto per la perdita della madre. Il titolo dell’antologia proviene da lì. La corrispondente era Alma Comnène, affascinante artista di origine greca, che aveva vissuto nella Napoli cosmopolita della Belle Époque e aveva poi sposato l’ambasciatore belga Robert Everts, con il quale si era trasferita a Pechino e poi in varie capitali d’Europa. Ciò che Croce le dice sull’imperativo di vivere è l’altra metà del più ruvido comandamento di dimenticare “le creature che ci furono care” scolpito nei “Frammenti di etica”. Nella lettera ad Alma, Croce è più affabile e caldo rispetto ai nudi pensieri sulla morte formulati per la prima volta su La Critica nel 1915, a ridosso della prima guerra mondiale. L o è non solo perché vuole confortare un’amica ma perché chiama in causa l’altra faccia del dolore: l’amore . Più si ama più si soffre: “Quando si sradica un albero che ha grandi e forti radici, nel terreno resta una voragine aperta. Che cosa farci? I nostri amori sono cambiali firmate al dolore, e bisogna pagarle: e tanto è più grande l’amore, tanto più grande il dolore. Perciò, alcuni, del presente come del passato, consigliano di ‘non attaccarsi troppo’. Ma non è meglio attaccarsi troppo e soffrire, anziché passare la vita freddamente con deboli attacchi? (…) E non pensate alla Morte. La morte non è un problema, come non è un problema l’ombra rispetto alla luce (…) il vero problema è la vita, che è anzi un incessante rampollare di problemi, che dobbiamo risolvere. Voi avete i vostri problemi, la vostra famiglia, il marito, i figliuoli. Accogliete altre fatiche se vi si presentano; proponetevi altri fini, in aggiunta a quelli, se vi bastano il tempo e le forze. E in questo perdersi negli altri e nelle cose troverete il solo vero conforto che la vita può dare, troverete il suo vero senso”. Questo epistolario adelphiano si può leggere scegliendo di seguire fili diversi. Io mi fermerei qui, al discorso sull’amore e sul farsi delle vite. Per illuminare un insolito Croce in love e una pagina della sua vita: qui si trovano infatti anche due lettere inedite scritte alla moglie Adele Rossi prima del matrimonio, avvenuto nel marzo del 1914. Due lettere che modificano l’idea sedimentata e un po’ di maniera delle nozze terapeutiche con la “buona e brava ragazza piemontese” di cui aveva “invigilato gli studi” – così Croce a Giovanni Gentile poco prima di sposarla – combinate per medicare il dolore più grande della perdita di un’altra donna. Benedetto Croce visse tre volte. La sua vita di ragazzo finì a Casamicciola nel 1883, sotto le macerie del terremoto che gli portò via i genitori e una sorella, lasciandolo zoppo. Con il fratello Alfonso fu accolto nella casa romana di Silvio Spaventa, cugino del padre, che gli fu tutore e che era allora deputato della Destra storica erede di Cavour. A diciassette anni, traumatizzato dagli eventi, quel ragazzo voleva morire: sperimentò una cupa depressione che solo il tempo e la disciplina di studi avrebbero trasformato nell’angoscia cronica, “domestica e mite”, con la quale imparò a convivere. L’esistenza dell’uomo giovane, il geniale filosofo che ai primi del Novecento era già noto e tradotto nel mondo e aveva pubblicato l’Estetica, i saggi su Hegel e quelli sul Materialismo, la Filosofia della pratica, la Logica, e aveva inoltre dato vita alla Critica, la famosa rivista nata per contrastare il positivismo, finì invece a Raiano nel 1913. In quella località dell’Abruzzo, la donna che aveva amato per vent’anni, Angela Zampanelli, morì stroncata da una malattia di cuore. Un lutto che lo destabilizzò profondamente mettendolo di nuovo, brutalmente, davanti al dimenticare per vivere. Angelina fu dimenticata e di lei non si parlò più, anche se un suo ritratto – lei bellissima a trent’anni, in abito da sera – resta sulla parete dello studio del filosofo a Napoli, a Palazzo Filomarino. Angelina è poi riemersa dall’oblio solo alla fine del Novecento con la piccola e documentata biografia scritta da Antonio Cordeschi. Ma a spiegare l’importanza di quell’amore – Angela non fu “la bella popolana semianalfabeta che Croce teneva in casa”, come si diceva a quel tempo – è poi stata la biografia filosofica di Giancristiano Desiderio pubblicata nel 2014. La terza e ultima vita di Benedetto Croce, quella dell’uomo maturo, del pensatore che scrive gran parte delle opere di teoria letteraria e poi “Etica e politica” e le grandi opere storiografiche (dalla Storia del Regno di Napoli alla Storia d’Italia e poi dell’Europa dell’Ottocento); quella dell’uomo politico e del ministro, del teorico della religione della libertà e dell’autore del Manifesto degli intellettuali antifascisti, che brillò nella notte della vergogna dopo il delitto Matteotti… La terza vita, dicevamo, ebbe inizio a quasi cinquant’anni, nel 1914, accanto ad Adele Rossi. E anche in questo caso è ora smentita l’apparenza, che si ridimensiona a riflesso della mentalità allora corrente. La vita è sempre più rigogliosa e complicata; il rapporto con Adele Rossi non fu semplicemente una quieta sistemazione affettiva, la corrispondenza inedita documenta altro. Siamo nel novembre del 1913 e Benedetto scrive: “Le vostre letterine, carissima Adele, sono tutta voi, così come mi piacete e così come mi turbate: come è fatto l’amore, che attrae e fa paura; come io ho schivato sempre finora di accoglierlo in me, cercando di sostituirlo con un più calmo sentimento, di tenerezza e d’indulgenza . Perché io, fin dalla prima giovinezza, ho sempre avuto terrore dell’amore, forse perché troppo mi sentivo disposto ad amare e a perdermi in quel sentimento, mentre una voce più alta mi ammoniva dentro di me, che la vita non consiste nell’amore. E perciò all’amore romantico o leopardiano ho preferito quello ariostesco (...) e ora che non posso tornare a quel vecchio proposito, anche ora voglio e mi adopererò a fare in modo che l’amore diventi, per me e per voi, non il fine, ma la condizione della vita”. Ciò che segue è il racconto autoironico e divertente di quella mattinata, in cui Croce aveva deciso di andare a ritirare la posta alle 12, come al solito, ma invece si era precipitato appena sveglio – senza rendersene conto, come un ragazzo innamorato – “a ritirare le vostre lettere! Ci vuole pazienza, non solo con gli altri ma con noi: quella pazienza che non esclude la severità”. “Le vostre letterine, carissima Adele, sono tutta voi, così come mi piacete e così come mi turbate: come è fatto l’amore, che attrae e fa paura" A distanza di più di un secolo possiamo dire che se i sintomi dell’innamoramento sono universali, ogni amore è poi diverso da qualunque altro. E sappiamo che quello gli si domanda a cinquanta non è lo stesso che si chiedeva a vent’anni. Adele Rossi accolse Benedetto Croce quasi cinquantenne senza interferire con il suo tumultuoso passato – che peraltro conosceva bene – anche se questo fu per lei comprensibile fonte d’insicurezze. Ma chi era? E come fu che una studentessa piemontese poco sopra i trent’anni e in ritardo con gli studi, entrò nella vita e nel cuore di una delle celebrità intellettuali del suo tempo? Di lei si sa pochissimo e a colmare il vuoto provvede ora una voce firmata da Teresa Leo nel nuovissimo “Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia” diretto da Emma Giammattei e pubblicato dall’Enciclopedia Italiana Treccani. Nata nel 1880, Adele Rossi aveva tenacemente perseguito gli studi ripresi dopo una sospensione probabilmente dovuta a traversie familiari. All’Università di Torino fu allieva del corso di Letteratura tedesca di Arturo Farinelli, che le aveva assegnato una tesi su Vittorio Imbriani. E per questo bussò arditamente alla porta di Croce – allora legato ad Angela Zampanelli – nel 1911 perché la indirizzasse nelle ricerche. Il filosofo, che era già senatore, rispose alle sue lettere come faceva con molti giovani studiosi, le mise a disposizione la sua biblioteca e la invitò a Napoli diventando suo tutor d’eccezione. La familiarità tra loro era nata così. Adele Rossi, che molto desiderava rendersi indipendente, si laureò nel 1912 . Era una delle circa 250 laureate che allora circolavano in Italia, cominciò a insegnare in un istituto di religiose e mantenne i rapporti con Croce – che le dava piccoli incarichi di ricerca e riscontro bibliografico – desiderando pubblicare la tesi e proseguire negli studi. Poi tutto precipitò con la malattia e la morte di Angela Zampanelli, che Adele aveva avuto modo di conoscere e che è spesso presente nella sua corrispondenza con Croce. Era una donna minuta e gentile, portò a Palazzo Filomarino lo stile sabaudo che Croce aveva già respirato in casa di Silvio Spaventa, condividendo gli anni difficili della vita del filosofo con tatto e intelligenza. Si diceva che fosse “una brutta bella”, ma l’aggraziata fotografia di giovane donna che è ancora sulla scrivania di lui spiega l’immagine rimasta nello sguardo di sua figlia Elena, che la vide come “una studentessa rivoluzionaria romantica”. Ebbe cinque figli in meno di dieci anni (l’unico maschio morì intorno al primo anno di vita). Ada Gobetti ricorda l’affettuosa gratitudine di Croce per “questa piccola Adelina”, che aveva portato nella sua casa il rumore meraviglioso della vita . Adele lasciò gli studi e le ambizioni letterarie di un tempo per dedicarsi all’amministrazione del patrimonio di famiglia e all’attività filantropica. Tra gli anni Venti e Trenta, riuscì a salvare e a rilanciare l’Istituto Mondragone, un’ex istituzione caritativa che trasformò in convitto per insegnanti, con scuola femminile gratuita di sartoria e merletto per ragazze del popolo. Oggi è diventata il Museo della moda. Il suo coraggio e la sua tenacia segnano due passaggi importanti nella vita della famiglia. Fu Adele Rossi a cacciare di casa i fascisti, che assaltarono la residenza di Palazzo Filomarino nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre 1926. Dopo aver fracassato il fracassabile, la squadraccia si ritirò nello sconcerto di trovarsi davanti una donna sola, nel buio di una casa labirintica e piena d’incognite. E c’è l’incredibile esito della vicenda di Villa Ruffo, che resta nella storia della tutela del paesaggio ed è ora raccontata da Alessandra Caputi in una documentatissima ricostruzione dello scontro che, al tempo del sacco di Napoli, oppose Adele Rossi sostenuta dalle figlie al potente banchiere Quinto Quintieri . “In nome del paesaggio. Una battaglia legale della famiglia Croce contro la speculazione edilizia”, ora pubblicato da Rubbettino, descrive la controversia iniziata nel 1957 e durata dieci anni. Fu uno scontro epico, combattuto intorno alla dimora tardo vittoriana che Adele aveva comprato sulla collina di Chiaia. Era in cattive condizioni e l’aveva rimessa a posto per consentire al marito ormai anziano di respirare qualche ora nel giardino, tra lecci e magnolie. Ma proprio lì sotto, nel terreno del vicino, era spuntata un’escrescenza di cemento enorme. Un edificio di trenta piani, costruito illegalmente, che chiudeva la vista del mare. L’autore del misfatto, l’antagonista, non era un palazzinaro qualunque. Quinto Quintieri era un esponente del Partito liberale, un uomo colto e raffinato. Era stato ministro delle Finanze nel 1944 ed eletto nell’Assemblea Costituente. La borghesia cittadina stava dalla sua parte e ne nacque un’odissea giudiziaria, con pieghe anche “furbesche e comiche”, che divise l’opinione pubblica e che è entrata nel romanzo delle origini dell’ambientalismo italiano, di cui Elena e Alda Croce furono pioniere. Cinque donne contro tutti – la stampa cittadina condusse una campagna dai toni maschilisti – riuscirono a fare di Villa Ruffo un caso esemplare muovendo anche il governo e la presidenza della Repubblica. Vinsero e gli ultimi due piani del palazzo abusivo furono tagliati dalla sega del Genio civile. A firmare l’ordine di demolizione fu Giacomo Mancini, allora ministro dei Lavori pubblici. Adele Rossi, che morì senza conoscere l’esito della battaglia, ha lasciato Villa Ruffo alla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce.

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