Il Foglio
Santi e santini di Sicilia cambiano faccia, senza prendersi il disturbo di cambiare il cognome. Spesso, non è necessario. In tanti, nell’isola, imparano presto che il voto è una preferenza, certo, ma anche una processione per la grazia, una supplica. E’ successo anche all’ultima tornata di elezioni amministrative che si concluderanno tra sabato e domenica con i ballottaggi. In Sicilia, sono tre i Comuni al secondo turno. Tra questi, anche un capoluogo di provincia, Agrigento. A pochi chilometri dalla città di Luigi Pirandello, in un paese di dodicimila abitanti, quindi al di sotto della soglia necessaria per andare ai ballottaggi, non ci sarebbe stato comunque bisogno di tornare alle urne. I cittadini, da quelle parti, si sono espressi con un plebiscito. “Garantirò la continuità amministrativa”, ha promesso a poche ore dall’elezione, come se ce ne fosse bisogno, il nuovo sindaco di Raffadali che di cognome fa Cuffaro . No, non si parla del più famoso Totò. E nemmeno del meno famoso Silvio. Il nuovo sindaco è Ida Cuffaro. Nipote dell’uno e dell’altro zio di Sicilia. Anzi, lo zio Silvio le ha anche lasciato la poltrona di primo cittadino . La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia. Quasi l’ottanta per cento dei votanti hanno scritto, sulla scheda elettorale, quella parola d’ordine che gronda di politica, di inchieste, di cadute e di miracoli. Un cognome che in quel paese è la password giusta per il consenso. E l’intreccio politico-familiare ha pure finito per generare un rompicapo, un corto circuito: l’ex governatore Totò, infatti, è finito ancora una volta nei guai giudiziari e ha patteggiato una condanna a tre anni di servizi sociali, insieme a un “daspo” insolito: non potrà frequentare esponenti politici e burocratici. Ma la nipote, che adesso è una politica, è, appunto, una parente. Come la mettiamo? In questo caso, interverrà la logica deroga, la cui assenza avrebbe finito per complicare feste e ricorrenze. Sì, Cuffaro senior potrà incontrare la nipote. E’ pur sempre una nipote. La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia Il frutto è caduto vicino ai rami, nel sacro giardino siculo degli alberi genealogici dove il governo regionale vuole riportare cervelli fuggiti dalla mediocrità e dalle logiche tribali. L’appello è stato lanciato nel burocratese di una leggina approvata poche settimane fa. La norma prevede, in sostanza, incentivi e sconti sulle tasse per chi volesse prendere residenza tra le parrocchie di Sicilia. Del resto, ai vertici di Palazzo d’Orleans tengono molto al “merito” (o all’insopportabile “meritocrazia” che almeno confessa come l’argomento sia il potere), dovrà essere quello il codice per sbloccare l’avvenire, il pin dello sviluppo. Il governatore Renato Schifani lo ha anche ripetuto agli studenti accolti pochi giorni fa nei giardini della presidenza in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Statuto siciliano: “Voi siete il futuro”, ha detto. “La nostra sfida – ha ribadito ai giovani pochi giorni dopo – è creare i presupposti perché il lavoro non manchi in Sicilia. Questa terra è meravigliosa, non abbandonatela” . C’è un grande prato verde, tra le parrocchie e le cattedrali di Sicilia. E qualche mese fa, un cervello è già rientrato nel giardino. “Mia figlia? Ha grandi qualità”, ha commentato Totò Cardinale, già ministro nei governi di centrosinistra ed esperto tessitore di maggioranze variabili, con quel cognome che beffardamente rimanda alle liturgie degli accordi. Era dalla parte del governatore gelese del Pd Rosario Crocetta, qualche anno fa, con la sua “Sicilia Futura” (e che, la retorica del futuro nell’isola non poteva diventare partito?) e adesso tra i più fedeli sostenitori di Schifani, insieme a un drappello di deputati regionali di ultima (o penultima) generazione, da sempre titolari di un pacchetto di voti consistente. Uno di questi si chiama Edmondo Tamajo , detto Edy, quartier generale a Partanna Mondello e capace, alle ultime elezioni europee, di portare a casa più di 120 mila voti, un bottino così prezioso da costringere il vicepremier Antonio Tajani a chiedergli il beau geste del passo indietro, per lasciare il banco di Strasburgo a Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici e simbolo dell’antimafia prima dentro la giunta di Raffaele Lombardo, poi da candidata alla presidenza della Regione siciliana col Pd, infine da eurodeputata di Forza Italia. E Tamajo ha accettato, limitando il suo comunque amplissimo raggio d’azione alla Sicilia delle Attività produttive. E’ proprio nell’ufficio di gabinetto di quell’assessorato che siede oggi Serena Cardinale, 37 anni, figlia dell’ex ministro e dipendente della Regione Lombardia: “Se sono felice che sia tornata? Certo che lo sono”. Di sicuro, non si può dire che lo stratega di Mussomeli abbia mai ostacolato la carriera delle figlie negli ambienti politici: Daniela Cardinale è stata eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 2008, quando aveva solo ventisei anni, e in parlamento è rimasta fino al 2022, per gran parte dell’esperienza tra le file del Pd, abbandonato nel 2019. E già si parla di una nuova candidatura alle prossime politiche, stavolta con i berlusconiani . Si vedrà. Intanto, la sorella Serena è nello staff di Tamajo, un incontro tra sacre famiglie sicule del voto. I Tamajo, infatti, non danno mica le carte solo alla Regione. Il padre di Edy, Aristide, è assessore all’Istruzione della giunta del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Un ponte, quello dei Tamajo’s che lega Mondello al resto della Sicilia. Un ponte poggiato sul solido terreno del trasformismo: un po’ col centrosinistra, un po’ col centrodestra, poco importa. L’unico simbolo che conta è il cognome. Discorso che vale anche a pochi chilometri dal mare di Mondello. Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali. Il capostipite è Angelo Figuccia che qualche anno fa si autoproclamava “consigliere comunale emerito”, anche, forse, sulla scorta di alcune prese di posizione pubbliche. Come quando festeggiava la Giornata della famiglia naturale, affermando che “forse (bontà sua, ndr) essere gay o tutelarne i diritti, sarà anche un modo per ‘essere trendy’, ma la vita non può seguire la moda”. Non una sorpresa, quell’uscita, per l’emerito che aveva affermato, pochi anni prima: “Dio ci castigherà per il registro delle unioni civili” . Senza dimenticare le crociate che puntavano a preservare la purezza del palermitano del centro storico dal fenomeno della prostituzione: “Non è più possibile che la sera debba stare barricato in casa per evitare di vedere questo triste spettacolo o, peggio ancora, rischiare di rimanerne coinvolto”. Che si sa, ti volti un attimo... Concetti che oggi sarebbero in sintonia col mondo al contrario di Roberto Vannacci. E a dire il vero, anno dopo anno, la famiglia Figuccia si è spostata sempre più verso destra. Basta seguire il filo dei movimenti del deputato regionale Vincenzo, figlio di Angelo, entrato all’Ars per la prima volta nel 2013, senza più uscirne . Primo approdo col vessillo del Movimento per l’autonomia di Lombardo, lo sbarco in Forza Italia, poi l’Udc con cui sarà eletto per la seconda volta, infine l’arrivo alla Lega di Matteo Salvini. Ma anche in questo caso, il partito non è indicativo. Come per i Tamajo, il cognome è già un simbolo. La famiglia è già un partito. Con i suoi avamposti. Oggi Sabrina, sorella di Vincenzo, è una combattiva consigliera comunale. L’altro fratello, Marco, il più giovane, è stato eletto consigliere della circoscrizione che comprende Borgo Nuovo, appunto. Lì dove sorge la chiesa della sacra famiglia Figuccia . Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali Ma non si pensi che il concetto di famiglia debba essere interpretato necessariamente nella sua accezione più pura del legame di sangue. A volte, basta un matrimonio. Serafina Marchetta, detta Rossellina, nel 2022 è volata dai banchi del consiglio comunale di Grotte, comune confinante con la sciasciana Racalmuto, a quelli preziosi di Palazzo dei Normanni. Un successo elettorale? Non esattamente. Perché l’onorevole Marchetta raccoglierà un bottino di voti paragonabile a quello di un’elezione a capoclasse: ben venticinque nella lista della Democrazia cristiana. Cosa ci fa, allora, all’Ars, con un dorato stipendio da quasi diecimila euro lordi mensili? Il marito Decio Terrana è il segretario regionale dell’Udc, partito che ha deciso di sostenere Schifani alle elezioni. E nel listino del presidente, composto da candidati che entrano direttamente all’Ars in caso di elezione dell’aspirante governatore, serviva una donna per fare quadrare il computo delle quote rosa. Una parrocchietta, in fondo, quella dei coniugi Terrana, come le tante che sorgono attorno alle grandi cattedrali del consenso. E’ anche il caso di due giovani dai cognomi noti, cooptati negli staff del governo regionale: Andrea Mineo, oggi, è un componente della segreteria particolare del presidente Schifani . Figlio di Franco, già deputato regionale di Grande Sud e anche lui con qualche vecchio grattacapo nei tribunali, Andrea, estraneo a quelle inchieste, nonostante non sia ancora quarantenne, ha già una carriera politica alle spalle: è stato assessore e consigliere al Comune di Palermo, ed è passato da Fratelli d’Italia alla Dc, fino a Forza Italia. A presiedere quel consiglio comunale, oggi, è Giulio Tantillo, storico riferimento azzurro nel capoluogo: anche lui ha un figlio trentenne e rampante, Fabrizio, attuale segretario dei giovani di Forza Italia in Sicilia ed entrato negli uffici dorati di Palazzo d’Orleans, nella segreteria di Schifani . Basta smorzare le ambizioni, poi, e per le sacre famiglie di Sicilia si apre un mondo sotterraneo di assessorati, aziende, società pubbliche o partecipate, dove ritagliarsi un orticello di potere. Pochi mesi fa, tra un tentativo e un altro, tra un tira e un molla, è finito per esplodere lo scandalo dei cosiddetti “comandati”: persone assunte per lavorare negli esangui reparti degli ospedali siciliani e trasferite con un colpo di penna nei più comodi uffici degli assessorati. Tra questi, Giorgia Iacolino, figlia di Salvatore, ex europarlamentare di Forza Italia e potentissimo direttore generale della sanità, prima di finire dentro una spinosa inchiesta sui rapporti tra burocrazia, politica e mafia. La stessa Giorgia era già stata introdotta in politica: consigliera comunale ad Agrigento e candidata alle Europee per Forza Italia. Ma non solo . Nel lungo elenco dei comandati, spunta anche Maria Paola Ferro, moglie del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Negli ultimi anni, invece, il Cefpas, un ente regionale che ha il compito di formare i professionisti della sanità sicula, è stato infarcito di parenti e amici di deputati e dipendenti. Ne è scaturita l’inchiesta denominata “La corte dei miracoli” che ha coinvolto, tra gli altri, il deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto per presunti incarichi e favori alla moglie. E così, inchieste giudiziarie e saghe familiari rischiano di incrociarsi ancora una volta . Nel 2012, l’indagine per mafia a carico di Raffaele Lombardo portò alle elezioni anticipate in Sicilia: da quell’inchiesta l’ex governatore di Grammichele finirà assolto e politicamente riabilitato, al punto da essere tornato a dare le carte nella politica siciliana, con due assessori nella giunta di Schifani che rispondono a lui. In quella vecchia storia giudiziaria finì anche il fratello Angelo, che nel frattempo aveva raggiunto i banchi del parlamento nazionale: le accuse di mafia sono cadute anche in questo caso, resta una condanna per corruzione elettorale. Ma la famiglia Lombardo è grande. Nel 2012, all’Ars arriva il ventiquattrenne Toti, figlio dell’ex presidente. Dieci anni dopo, sarà la volta di Giuseppe, nipote di Raffaele, attualmente in carica. Non ce l’ha fatta, invece, in quella stessa tornata e dalle stesse liste dell’Mpa, Luigi Genovese, figlio di Francantonio. Quest’ultimo, già sindaco di Messina, segretario regionale del Pd, poi parlamentare per dieci anni con i Dem e con Forza Italia, prima di schiantarsi anche lui contro un’inchiesta giudiziaria, aveva nutrito il proprio consenso in Sicilia con i frutti della formazione professionale, un settore che fino a una decina di anni fa muoveva centinaia di milioni l’anno e dava da mangiare a oltre diecimila famiglie. Per la verità, anche quella di Francantonio è una tappa intermedia di una lunga storia di famiglie e politica. Oltre a essere nipote del più volte ministro Nino Gullotti, Francantonio Genovese è figlio di Luigi, senatore della Democrazia cristiana per la bellezza di ventidue anni, tra il 1972 e il 1994. Ventidue anni. Uno in più di quelli compiuti dall’altro Luigi, il nipote, quando entrerà all’Ars nel 2017. Non ci riuscirà al giro successivo, come detto. Poco male. Le sacre famiglie di Sicilia non finiscono mai . E Luigi Genovese, figlio di Genovese e nipote di Genovese, erede di una sacra dinastia, è stato “ripescato” per guidare a soli trent’anni una delle aziende pubbliche regionali più importanti, cioè l’Ast, che si occupa di trasporto pubblico e dà lavoro a oltre cinquecento dipendenti, stagionali e interinali esclusi. Nel giardino siciliano degli alberi genealogici, i frutti non cadono mai lontano dai loro rami.
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