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D’ora in poi avrei eccelso in tutto, per vendetta. Storia di una bambina in lotta | Collector
D’ora in poi avrei eccelso in tutto, per vendetta. Storia di una bambina in lotta
Il Foglio

D’ora in poi avrei eccelso in tutto, per vendetta. Storia di una bambina in lotta

La violenza di una dittatura si esplicita sempre nella capacità d’infilarsi nella vita privata delle persone fino a deformarne e a violentarne l’intimità. Un trauma che resta addosso come un cattivo odore a chiunque ha avuto la sventura di trovarsi vittima di un regime totalitario . Un dolore panico da cui è pressoché impossibile liberarsi anche una volta che la dittatura è stata abbattuta e i suoi aguzzini condannati da un tribunale. Quel tempo mandato in mille pezzi non è più recuperabile ed è quello che accade a Caroline Dawson quando a sette anni si ritrova su un aereo di linea diretta in un paese straniero dove dovrà imparare con un altra lingua un altro modo di essere se stessa. Il suo paese natio, il Cile , è caduto sotto i colpi delle armi della dittatura militare di Pinochet che ha rovesciato il governo socialista di Salvador Allende di cui i suoi genitori erano convinti sostenitori. La nuova obbligata destinazione della sua famiglia è così il Canada che diverrà il nuovo paese di Caroline Dawson che racconta la sua storia nello struggente Parlavo una lingua di neve (L’Orma, traduzione di Elena Riva). Un racconto sì autobiografico sulla perdita delle origini e dell’identità, ma anche capace, grazie alla duttilità linguistica maturata in anni dolorosi quanto faticosi, di porsi come un paradigma sociologico . Una perdita quella della lingua, richiesta e voluta, che però inevitabilmente allontanerà Caroline dai suoi genitori aprendo tra loro uno spazio non più colmabile. Diviene così una persona diversa e necessariamente nuova, ma in grado di vivere pienamente la sua vita in Canada, dove Dawson diverrà una sociologa e un’influente attivista politica, senza mai dimenticare però lo scarto compiuto tra ciò che era prima e ciò che inevitabilmente è divenuta dopo. Scrive Didier Eribon nella postfazione al libro: "Nato da un’imperiosa necessità di trasmettere, il gesto di scrittura di Caroline Dawson si è allora fatto strada nella forma letteraria del romanzo-verità. Dove sociologia e letteratura procedono insieme per creare un po’ di libertà". Il libro vive nel solco dell’opera di James Baldwin là dove è possibile ritrovare i segni di una diversità che diviene da sempre l’elemento scatenante di un razzismo carsico e quindi fortemente presente nella quotidianità di chi insegue uno spazio suo il lotta tra passato e presente. Se i genitori vivono con rassegnazione una vita che li relega ai margini della società, Caroline ancora bambina deve invece imparare a costruire il proprio sé da capo. Deve ritrovarsi, ma anche perseguire senza rimorsi e ripensamenti quella trasformazione che le è necessaria per rendersi visibile agli altri: "D’ora in poi avrei eccelso in tutto, per vendetta. Mi sarei piazzata lì, davanti al mondo, perfetta, finché la furia non mi si fosse riversata fuori come unica promessa di non restare lettera morta ". Quando i genitori la chiamano, stavano ancora a Valpariso, per dirle che avrebbe dovuto dimenticarsi tutto quello che era stata, lei accetta con una durezza che solo i bambini riescono alle volte a esprimere: "Avevo sette anni la prima volta che ho deciso di non uccidermi". Il trauma la obbliga a una presa di coscienza che la distanzia da chi prima le era vicino e la avvicina a chi ora le sta lontano per il colore della pelle e per quella lingua così strana alle orecchie degli altri bambini. Parlavo una lingua di neve ricorda i medesimi obblighi trasformativi dei romanzi autobiografici di Édouard Louis, ma se nel caso dell’autore francese traspare un senso di rivalsa, in Dawson permane la rabbia per una natura che le fu negata da altri. Caroline Dawson, scomparsa nel 2024, racconta la storia bellissima di una bambina in lotta.

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