Il Foglio
Gli amanti comunicano in modo diverso: si lasciano volentieri rapire dall’interdetto. Perseguono, per dirla con Bataille, la “divina esattezza del sogno”: seguendo un’ignota necessità, valicano la soglia del possibile, per entrare nel regno dell’impossibile. Perciò sono perduti: si amano perdutamente e o-scenamente, ovvero fuori-scena. Ma di quale scena stiamo parlando, precisamente? Sopraffina nel descrivere l’ambiguità del desiderio è Marguerite Duras, ancora oggi attualissima . Sono tornati in libreria il romanzo Moderato cantabile (Feltrinelli, 144 pp., 12 euro), del 1958, e l’opera drammaturgica La Musica (L’Orma, 156 pp., 18 euro), inizialmente intitolata La piena luce . Due storie d’amore inconfessabili, umbratili, consegnate alle pagine di un racconto . “A volte, l’ombra è come inchiostro nero”, dichiara Anne Desbaresdes, la protagonista di Moderato cantabile che, nella trasposizione cinematografica del 1960 diretta da Peter Brook, è interpretata da una accorta Jeanne Moreau. “Moderato cantabile” è il titolo del primo movimento di una Sonatina di Anton Diabelli che il figlio di Anne è costretto a suonare durante opprimenti lezioni di pianoforte. Costituisce il leitmotiv del romanzo, rendendosi udibile solo per sancire un luogo segreto . Al pari di una filastrocca d’infanzia, la melodia esorcizza la paura e schiude il nudo desiderio. Un assassinio è stato compiuto, un uomo ha ucciso l’amata e poi l’ha baciata – sulla bocca piena di sangue – generando in Anne emozioni impreviste. Anne, moglie altoborghese di un direttore di fonderia, disgustata da sé stessa e affetta dalla “malattia della morte”, scopre i piaceri dell’alcol (proprio come farà la Duras in tarda età). Incontra un uomo, Chauvin. Sono attratti l’uno dall’altra. Si raccontano una storia inventata (almeno in parte) di quel delitto. Ma di quale delitto stanno, veramente, parlando? Anne, via via, diviene il personaggio narrato da lui che si configura come autore, alimentandosi del desiderio di lei. L’inchiostro scrive mentre annienta; addomestica la violenza dei corpi che vorrebbero “venire alla luce” . Come Blanchot sottolinea nel saggio La comunità inconfessabile, la comunità sociale non può sostenere la potenza del desiderio, la sua violenta inoperosità, il suo sconfinamento. Così la sacrifica per proteggere i suoi argini. Pur si svela, nell’intermezzo fra il corpus narrativo tout court e il linguaggio (potenziato) degli amanti, un segreto: che cosa ci sussurra la porosità di quel silenzio saturo di tensione erotica? Nel “depensamento” si fonda una lingua antica: sovviene la Parola di una nuova infanzia, prossima alla musica e all’eros. Infatti, risuona in noi, sopravanzandoci, come ci eccedono un ricordo della nostra infanzia perduta o la madeleine di un amore impossibile. Un’altra Anne, Anne-Marie Roche, la protagonista de La Musica (e de La Musica Seconda ), ricorda i momenti vissuti con il marito prima della separazione. Come la parola tanto più infiora quanto maggiormente viene meno, così il gesto diviene assolutamente incisivo nell’acme dell’abbandono . E’ il paradosso del teatro. La Sonata per violoncello e pianoforte n 2 di Beethoven e Black and Tan Fantasy di Duke Ellington contrassegnano, rispettivamente, la prima e la seconda parte. Il brano di Ellington cita la Marcia funebre di Chopin, una pagina in cui, pur apprezzandola, Schumann rilevava “qualcosa di repulsivo”. Così l’amore è eluso, sommerso dai suoni rochi e talvolta financo ripugnanti del possibile, mentre la musica si riversa, infinitamente, sulle sponde dell’impossibile. Si assenta dietro le quinte, in attesa di essere richiamata in scena, “in piena luce”.
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