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Caproni, Bufalino, Prete e “I fiori del male” | Collector
Caproni, Bufalino, Prete e “I fiori del male”
Il Foglio

Caproni, Bufalino, Prete e “I fiori del male”

Misurarsi con la traduzione poetica, si sa, è un atto che richiede ampiezza di visione ed estro creativo, quasi al pari della stessa produzione di versi – e ciò si è verificato con una qual certa continuità all’interno della nostra letteratura europea antica e più recente. Nomi del calibro di Cicerone, Orazio, Ronsard, Goethe, Pessoa, Claudel fino ai nostri quasi contemporanei Pasternak e Beckett , hanno rappresentato ampiamente la figura dell’autore-traduttore allargando il loro baricentro espressivo verso altre forme di comunicazione “immateriale”, essendo effettivamente l’arte del tradurre un medesimo corpo a corpo con il linguaggio, alla stessa maniera di quella del “produrre”. Sorvolando l’Italia, è ben risaputo agli addetti ai lavori che anche nel nostro paese poeti e critici letterari di grande renommé del secolo scorso e del nuovo millennio, si sono strenuamente adoperati nella traduzione dei grandi classici della poesia europea, soprattutto di quella baudelairiana dei Fleurs du mal , capolavoro della modernità sul quale è stata data alla luce una mole imprecisata di scritti di ogni genere. Già dalla sua pubblicazione, in effetti, questa raccolta così “spregiudicata” nella sua composizione di forma e contenuti, divenne il fiore all’occhiello per una larga maggioranza di studiosi, a cominciare da Giuseppe Ungaretti che la considerò come uno dei più importanti prodotti culturali degli ultimi decenni. Seguendo questo compatto fil rouge, lo studio ( Traduire Baudelaire. La joute des Italiens. “Hymne à la Beauté” par Caproni, Bufalino et Prete (Presses Universitaires de Provence, pp. 108, 14 euro) di Gianluca Leoncini, dottore di ricerca a Aix-Marseille Université e professore di italiano in Francia, scandaglia, nello specifico, le trasposizioni baudelairiane dell’Hymne à la Beauté realizzate da tre importanti rappresentanti della recente storia letteraria italiana: Gesualdo Bufalino, Giorgio Caproni e Antonio Prete. Ognuno provvisto di un processo creativo personale nonché di una prassi traduttiva dal francese che si differenzia da quella dell’altro, questi tre esponenti della letteratura italiana dei nostri tempi hanno ampiamente fatto rivivere la grande poesia baudelairiana senza troppo “tradire” i propositi dell’autore di partenza. Già rodati alla traduzione della lingua di Molière con importanti prove – si pensi a Bufalino con Giradoux, a Caproni con Char, Cendrars e con il Céline di Morte a credito, infine a Prete con le sue traduzioni di Bonnefoy e Jabès – l’idea del saggio è proprio quella di mostrare quali siano state le scelte ritmiche e lessicali che sottendono alla trasposizione traduttiva da parte di ciascuno di questi autori, i quali attraverso una modulazione della voce e una personale adattabilità ad accogliere il pensiero altrui, riescono a “prolungare” (come nel caso di Prete) o a “trasformare” (lo faranno Bufalino e Caproni, che ne licenzierà una originale versione in prosa senza modificare troppo l’intento lirico dell’autore) il dictus baudelairiano nella nostra lingua. Leoncini analizza poi verso per verso il celebre inno insieme alle scelte metriche effettuate dai tre italiani, nella speranza di far risuonare quella “joute” che ha visto in questa triade di traduttori l’essenza più vicina a quella pensata originariamente da Charles Baudelaire.

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