Il Foglio
La scena naturalmente è inventata. Ma non è del tutto inverosimile. Un tavolo, tre donne, tre modi diversi di abitare il potere: Giorgia Meloni , prima donna presidente del Consiglio; Elly Schlein , prima donna alla guida del Pd; Silvia Salis , sindaca e terzo incomodo in una storia italiana che, come scrive Marianna Aprile in La promessa, vede oggi una donna a capo della maggioranza e una a capo dell’opposizione. Il sottotitolo del libro è già un programma: dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta. Meloni lo sfoglia per prima. “Per la prima volta una donna è arrivata dove nessuna era arrivata prima. Possiamo discutere di femminismo, quote e patriarcato, ma se nel 1946 è stata fatta la promessa che le donne potessero partecipare alla vita pubblica da protagoniste, il mio arrivo a Palazzo Chigi è un pezzo di quella promessa mantenuta”. Schlein scuote la testa. “E’ un fatto storico importante, ma la domanda del libro non è: una donna ce l’ha fatta? La domanda è: le donne ce l’hanno fatta? E la risposta è no. Se continuano a guadagnare meno, ad avere carriere più discontinue, a sobbarcarsi il lavoro di cura e a incontrare ostacoli nei diritti e nella sicurezza, non basta che una donna governi. Bisogna vedere che cosa fa del potere che ha”. Meloni sorride: “Quindi se la donna al potere è di sinistra è una conquista, se è di destra è un incidente della storia”. Prima che il confronto degeneri interviene Salis. “Forse il libro ci obbliga a evitare entrambe le scorciatoie. Non basta dire: c’è Meloni, quindi la rivoluzione è compiuta. Ma non basta neanche sostenere che la sua vittoria non conti. Conta eccome. Solo che conta dentro una contraddizione. Una donna al vertice può essere un simbolo potentissimo senza essere automaticamente una politica di liberazione per tutte”. Meloni coglie il punto. “Io non accetto che mi si chieda di rappresentare tutte le donne. A un uomo non succede. Nessuno domanda a un presidente del Consiglio maschio se ogni sua scelta sia utile agli uomini. A me si chiede di governare e insieme di risarcire un’intera storia”. Schlein annuisce. “E’ vero. Però tu stessa usi la tua biografia come argomento politico. Se racconti la tua storia come prova che si può arrivare in alto, è inevitabile che qualcuno ti chieda cosa fai per quelle che non riescono ad arrivarci”. La discussione si sposta sul significato della libertà femminile. Meloni insiste sul fatto che la storia delle donne italiane non coincide con il femminismo di sinistra. “Ci sono state cattoliche, liberali, conservatrici che hanno aperto spazi. La libertà femminile non è proprietà privata di una parte politica”. Salis osserva che proprio questo è uno dei meriti del libro. “La storia delle donne non è una processione di sante laiche. E’ una storia di conflitti e percorsi diversi. E forse ci dice che la domanda vera non è chi rappresenta meglio le donne, ma quali istituzioni rendono più facile alle donne non dover essere eccezionali per contare”. La frase resta sospesa sul tavolo. Non dover essere eccezionali. In fondo La promessa è una lunga galleria di prime volte: le prime laureate, le prime giornaliste, le prime sindache, le prime costituenti. Ogni “prima” è una conquista, ma anche la prova che prima esisteva un muro. Schlein riparte da qui. “I muri oggi sono meno visibili. Non ti dicono più che non puoi partecipare. Ti dicono: puoi fare tutto, però arrangiati. Arrangiati con i figli, con gli anziani, con la precarietà, con la mancanza di servizi. Il vecchio patriarcato vietava. Quello nuovo scarica il costo sulle donne”. Meloni non accetta la definizione. “Io preferisco parlare di lavoro, servizi, sicurezza. E aggiungo che molte donne non si riconoscono in un femminismo che parla un linguaggio da seminario universitario”. “E molte non si riconoscono neppure in una destra che le celebra come madri e poi le lascia sole”, replica Schlein. Ancora una volta Salis prova a tenere insieme i pezzi. “La politica dovrebbe smettere di usare le donne come metafora. La madre, la vittima, la dirigente, la precaria. Sono persone, non allegorie. Nello sport la parità non nasce quando una vince una medaglia. In politica vale lo stesso principio”. Da qui il confronto arriva alle quote. Salis le paragona alle corsie dell’atletica: non fanno vincere, ma impediscono che qualcuno parta dalla tribuna mentre altri partono dalla linea giusta. Schlein approva. Meloni resta scettica: “Preferisco che una donna sia scelta perché brava”. “Il problema”, replica Schlein, “è che per secoli molti uomini sono stati scelti semplicemente perché uomini”. Persino Meloni ride. Poi il discorso cambia direzione e approda al tema forse più inquietante del libro: l’astensionismo femminile. Aprile osserva che oggi le donne votano meno degli uomini. Per tutte e tre questo è il segnale di una promessa che rischia di indebolirsi. “Le donne hanno combattuto per votare”, dice Salis, “e oggi molte non votano perché non vedono più un legame tra la politica e la loro vita”. Schlein aggiunge che non basta ricordare un diritto conquistato: bisogna renderlo di nuovo utile. Meloni risponde che il voto non può essere ridotto a uno scambio materiale. Le donne del 1946 votarono perché volevano esserci. “Vero”, conclude Salis. “ Ma volevano esserci in un paese che stava nascendo. La promessa si riaccende solo se la politica torna a essere un luogo in cui le persone sentono di poter entrare senza chiedere permesso”. La conversazione potrebbe finire qui. Meloni resta convinta che la conquista di Palazzo Chigi sia un fatto che nessuno può ridimensionare. Schlein resta convinta che quel simbolo non basti a cambiare la condizione femminile. Salis prova a trasformare il simbolo in infrastruttura, la conquista individuale in accesso collettivo. Alla fine il libro resta sul tavolo come una domanda. La promessa è stata mantenuta? Sì, se guardiamo al voto, alle costituenti, alle ministre e a una donna arrivata a Palazzo Chigi. No, se guardiamo al lavoro di cura, alla violenza, alle disuguaglianze e alla fatica di non dover essere sempre eccezioni per essere prese sul serio. “Forse”, dice Salis alzandosi, “la promessa non è tradita e non è rispettata. E’ ancora aperta”. E in questa finzione non del tutto inverosimile, forse hanno ragione tutte e tre. O forse nessuna. Ma almeno discutono della promessa senza fingere che basti una donna al comando per dire che tutte le altre siano arrivate. Testo realizzato con AI
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