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Cari prof, la colpa è vostra se c’è un problema con l’AI. Una lettera al Wsj rovescia il tavolo | Collector
Cari prof, la colpa è vostra se c’è un problema con l’AI. Una lettera al Wsj rovescia il tavolo
Il Foglio

Cari prof, la colpa è vostra se c’è un problema con l’AI. Una lettera al Wsj rovescia il tavolo

Testo realizzato con AI C’è un modo molto comodo, e molto sbagliato, di affrontare il problema degli studenti che copiano con l’intelligenza artificiale. Consiste nel dire: poveri professori, che tempi difficili. Una volta bisognava scoprire chi copiava dal vicino di banco, oggi chi copia da ChatGPT. Poi arriva la solita formula da convegno: serve educazione digitale, serve consapevolezza, serve un nuovo patto formativo. Tutto giusto, tutto nobile, ma abbastanza inutile se gli esami continuano a essere pensati come se internet non esistesse e come se l’intelligenza artificiale non fosse diventata, in pochi anni, uno strumento normale, accessibile e impossibile da disinventare. Per questo una breve lettera pubblicata dal Wall Street Journal merita attenzione. La firma John R. Saylor, professore di ingegneria meccanica, e sostiene una tesi brutale: gli imbrogli degli studenti sono dilaganti, ma la colpa è dei docenti. Non perché inducano a copiare, naturalmente. Ma perché, davanti a un problema noto da tempo, molti hanno continuato a comportarsi come se bastasse lamentarsi. Saylor ricorda che già vent’anni fa gli studenti potevano trovare online manuali di soluzioni e siti utili per copiare i compiti. Per questo lui basa i voti solo su lavori svolti in ambienti sorvegliati. Il principio è semplice: se volete sapere davvero che cosa sa fare uno studente, mettetelo nelle condizioni di dimostrarlo davanti a voi. Non chiedetegli di consegnare a casa un elaborato che potrebbe essere stato scritto da lui, da un ghostwriter, da suo cugino o da ChatGPT. La questione non riguarda soltanto il copiare. Riguarda il modo in cui scuola e università misurano il merito. Se un compito può essere delegato integralmente a un software, forse quel compito non è più un buon compito. La scuola dovrebbe servire a un’altra cosa: capire se dietro la plausibilità c’è conoscenza, se dietro la sintassi c’è pensiero, se dietro una risposta ordinata c’è qualcuno che sa difenderla, modificarla, discuterla e applicarla. La tentazione, davanti a ChatGPT, è rispondere con la nostalgia: vietiamo tutto, torniamo alla penna e al tema scritto in classe. In parte sì: esistono momenti in cui uno studente deve essere valutato da solo, senza protesi e senza scorciatoie. Ma non basta. L’AI non è soltanto una nuova forma di copiatura. E’ anche un nuovo ambiente di lavoro, e una scuola seria dovrebbe insegnare a usarla senza diventarne schiava. Il punto più interessante della lettera di Saylor è che toglie ai professori l’alibi più elegante: “Chi copia danneggia solo sé stesso”. Non è vero. Chi copia danneggia anche chi non copia. Se il voto serve a premiare, selezionare e riconoscere il merito, allora l’imbroglio non è una faccenda privata. E’ una distorsione pubblica. Penalizza gli studenti onesti, svaluta i titoli e trasforma l’università in una macchina che certifica non ciò che si sa, ma ciò che si è riusciti a far sembrare di sapere. Cari professori, dunque, questo articolo è dedicato a voi. Non per assolvere gli studenti, che quando copiano vanno sanzionati. Non per trasformare ChatGPT nel capro espiatorio di ogni pigrizia didattica. Ma per dire che l’AI ha reso evidente una fragilità che esisteva già. Ha solo acceso la luce. Datevi da fare. Cambiate gli esami. Fate meno valutazioni decorative e più prove vere. Chiedete agli studenti non solo di consegnare un testo, ma di spiegare come ci sono arrivati. Fate loro difendere una tesi. Insegnate a usare l’AI, certo, ma soprattutto a non nascondersi dietro l’AI. Perché il punto non è salvare la scuola dall’AI. Il punto è salvare la scuola dalla sua tentazione peggiore: continuare a valutare il mondo nuovo con strumenti vecchi, e poi stupirsi se il mondo nuovo imbroglia meglio.

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