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La Nobel e la macchina
Il Foglio

La Nobel e la macchina

La notizia, in fondo, è meravigliosa. Una scrittrice premio Nobel, Olga Tokarczuk, racconta di avere un rapporto non apocalittico con l’intelligenza artificiale : la usa per fare ricerche, verificare informazioni, sviluppare idee. Apriti cielo. Il mondo letterario si indigna. I custodi dell’anima denunciano la profanazione . Poi arriva la precisazione: il romanzo non è stato scritto dall’AI, che è stata usata come strumento preliminare e con verifiche successive. Ma ormai il punto non è più Tokarczuk. Il punto siamo noi . O meglio: sono le intelligenze naturali che fingono di avere sempre pensato senza protesi. Testo realizzato con AI La prima ipocrisia è l’idea che la letteratura sia un atto puro e solitario, nato da una mente che non dipende da nulla . Ma uno scrittore non scrive mai da solo. Scrive con i libri che ha letto, con le conversazioni ascoltate, con i dizionari, con Google, con gli archivi, con gli editor, con gli amici a cui manda una bozza chiedendo un parere. Scrive con i morti e con i vivi. La pagina è sempre un condominio di presenze. Solo che alcune sono considerate nobili e altre volgari. Un suggerimento di un amico geniale è maieutica. Un suggerimento di un algoritmo è contaminazione. Un editor che riscrive tre frasi è mestiere. Un chatbot che propone tre strade è peccato originale. La seconda ipocrisia riguarda l’autore . Per decenni una parte del mondo culturale ha sostenuto che l’autore fosse morto, che l’originalità fosse un mito e che ogni scrittura fosse riscrittura, montaggio, citazione. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e improvvisamente tutti sono tornati romantici. Tutti devoti al genio individuale. L’autore risorge perché il concorrente non è più un altro autore ma una macchina. La morte dell’autore andava benissimo finché a morire era l’autorità; va molto meno bene quando a tremare è il monopolio del prestigio. La terza ipocrisia è industriale . L’editoria vive da anni dentro un sistema perfettamente automatizzato, solo che lo chiama mercato. Copertine pensate per gli algoritmi, fascette pensate per catturare attenzione, comunicati pensati per essere copiati. Gli stessi che si indignano perché una scrittrice dialoga con una macchina accettano senza problemi che i libri vengano venduti come prodotti emotivi in serie. L’AI, almeno, quando produce banalità, non pretende di aver inventato una nuova poetica. La quarta ipocrisia riguarda la paura . La domanda vera non è: Tokarczuk ha usato l’AI? La domanda è: perché ci disturba di più quando lo dice una scrittrice brava? Se a usare l’AI fosse un autore mediocre, la reazione sarebbe paternalistica. Se a usarla è una Nobel, il panico cresce, perché salta la consolazione principale degli antimoderni: l’idea che gli strumenti nuovi servano solo agli incapaci. Invece può accadere il contrario. Se finiscono nelle mani di chi sa pensare, gli strumenti nuovi non sostituiscono l’intelligenza naturale: la costringono a fare meglio il suo mestiere. Il problema non è la macchina che dà risposte. E’ l’umano che non sa fare domande. Naturalmente esistono rischi reali. L’AI può inventare fatti, appiattire la lingua, favorire pigrizia e omologazione . Può diventare una stampella per chi non ha nulla da dire e un alibi per chi non vuole più controllare nulla. Ma questa non è una condanna dell’AI. La differenza tra usare uno strumento e farsi usare da uno strumento resta sempre la stessa: chi verifica? Chi sceglie? Chi taglia? Chi risponde dell’errore? La letteratura non muore perché uno scrittore consulta una macchina. Muore quando uno scrittore smette di essere responsabile della frase che mette al mondo. Il caso Tokarczuk è utile proprio per questo. Ci ricorda che l’intelligenza artificiale non è la fine dell’intelligenza naturale, ma il suo stress test. Davanti a una macchina che propone, combina e suggerisce, la parte umana del lavoro non scompare: viene messa a nudo. Si vede meglio chi ha gusto e chi non ce l’ha, chi ha una voce e chi possiede soltanto un prompt. La macchina può aiutare a trovare un sentiero. Ma non sa perché valga la pena percorrerlo. Può offrire variazioni. Ma non sa riconoscere, da sola, la necessità. Per questo lo scandalo è sbagliato, ma la discussione è giusta . Non dobbiamo chiedere agli scrittori di giurare di non aver mai toccato l’AI, come se fosse una sostanza dopante. Dobbiamo chiedere loro di non nascondersi, di non spacciare per invenzione ciò che è assemblaggio pigro e di non confondere la documentazione con la creazione. Ma dobbiamo anche smetterla con la favola opposta: quella secondo cui la purezza consisterebbe nel fingere che gli strumenti non esistano. La letteratura è sempre stata una tecnologia dell’anima. La penna, la macchina da scrivere, il computer, il motore di ricerca, l’archivio digitale: ogni epoca ha avuto il suo scandalo e ogni scandalo, dopo un po’, è diventato una scrivania . L’AI entrerà anche lì. Il punto non è impedirle di entrare. Il punto è evitare che, entrando, trovi la stanza vuota.

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