Il Foglio
Testo realizzato con AI La retorica delle tasse ai ricchi ha un vantaggio formidabile: funziona sempre. E’ semplice, immediata, moralmente appagante. Da una parte ci sono i miliardari, dall’altra le persone normali. Da una parte chi ha troppo, dall’altra chi fatica ad arrivare a fine mese. E dunque, dice la politica pigra, basta prendere qualcosa ai primi per risolvere i problemi dei secondi. Il problema è che la storia non finisce lì. Il punto non è stabilire se sia giusto chiedere di più a chi possiede moltissimo . Il punto è capire se questa proposta migliori davvero la vita di chi lavora o serva soprattutto a migliorare la postura morale di chi la propone. Da questo punto di vista, un’osservazione di Jeff Bezos offre una piccola lezione anti-demagogica. Non perché un miliardario debba insegnare la giustizia sociale, ma perché pone una domanda interessante: vogliamo aiutare chi fatica o vogliamo soltanto indicare un colpevole? La politica ama scegliere un cattivo: il miliardario, il banchiere, il proprietario di immobili. Ma scegliere un cattivo non significa trovare una soluzione. Anzi, spesso evita di affrontare le vere questioni: perché gli stipendi netti sono bassi, perché gli affitti sono alti, perché i servizi costano molto e funzionano poco, perché lo stato spende tanto e restituisce poco. Qui sta il primo modo per smontare la retorica delle tasse ai ricchi: spostare la domanda. Non chiedere soltanto quanto deve pagare Bezos, ma quanto deve restare in tasca a un lavoratore normale. Una sinistra che vuole parlare di problemi concreti dovrebbe partire dal cuneo fiscale, dal netto in busta paga e dal costo del lavoro. La parola d’ordine più efficace non è “tassiamo Bezos”, ma “smettiamo di tassare troppo chi non è Bezos” . Secondo: distinguere. Ricchezza non significa sempre rendita. C’è il patrimonio improduttivo e c’è il capitale investito in imprese che producono lavoro, innovazione e crescita. Una politica adulta dovrebbe colpire le rendite e le scappatoie fiscali senza raccontare che ogni patrimonio sia automaticamente un furto alla collettività. Terzo: chiedere sempre quanto rende davvero una proposta. La patrimoniale ha un enorme rendimento politico, ma quello fiscale è spesso più incerto. Le imposte sui patrimoni sono difficili da progettare e da applicare. Non significa che siano impossibili; ma che richiedono competenza, non slogan. Infine, parlare della spesa pubblica. Dire “facciamo pagare i ricchi” è facile. “Facciamo funzionare lo stato” molto meno. Si può difendere un fisco progressivo e allo stesso tempo pretendere che scuola, sanità, giustizia e amministrazione siano valutate sui risultati. La giustizia fiscale è una cosa seria. L’invidia fiscale è un’altra. Una società non diventa più giusta perché punisce i ricchi. Diventa più giusta se permette a chi non è ricco di vivere meglio, guadagnare di più, pagare meno tasse sul lavoro e accedere a servizi migliori. La domanda giusta non è quanto odio scaricare sui ricchi, ma quanto benessere concreto restituire a chi lavora . Tutto il resto applaude molto, incassa poco e cambia ancora meno.
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