Il Foglio
Per gli under 40, e forse anche gli under 50 e 60, Maria Bellonci è soprattutto un nome che si vedeva nelle coste di vecchi Mondadori nelle case delle nonne e delle signore più o meno borghesi, fra centrini e foto di parenti morti in cornici d’argento. Il nome appariva prima di titoli come Lucrezia Borgia o I segreti dei Gonzaga, biografie romanzate di personaggi storici che vendevano bene prima, durante e subito dopo la guerra . Per chi ha frequentato il magico mondo dell’editoria, soprattutto romana, Bellonci significava invece “Casa Bellonci”, l’appartamento ai Parioli dove si decideva fino a pochi anni fa, fra tartine in terrazza con la paura che crollasse il pavimento, tutti pigiati e accaldati, la cinquina del premio Strega. Perché era lei a esserselo inventato , invitando “gli amici della domenica” a scegliere il miglior libro italiano dell’anno, e trasformandolo pian piano nel più noto premio che sfociava, almeno fino a qualche anno fa, a una notevole moltiplicazione delle copie vendute, oltre che a una guerra tra editori. La cosa che potrebbe stupire qualcuno leggendo l’albo d’oro, forse per istinti moralisti, è vedere il nome di Maria Bellonci, vincitrice dell’edizione 1986 (poveracci quelli che si trovarono in cinquina con lei). Possibile che possa vincere un premio la creatrice dello stesso, considerato che i votanti erano appunto amici suoi? A rispondere a questa domanda è uscito il libro Romanzo privato di Stefano Petrocchi . E lui, che quel mondo lo conosce bene essendo direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo dello Strega – a proposito, i cinque finalisti di quest’anno saranno annunciati proprio domani –, ci racconta di questo “desiderio quasi incestuoso di ricevere il premio letterario da lei creato”, usando anche diari inediti della scrittrice. Bellonci non ce la farà mai a goderselo però lo Strega dall’altra parte della barricata, perché, dopo aver lanciato la candidatura, morirà, ottenendo il voto postumo con un plebiscito. Vinse quindi perché fondatrice e madrina, perché brava scrittrice o perché morta? Forse per tutti questi motivi insieme, ma bisognerebbe chiederlo ovviamente a chi la votò quarant’anni fa . Forse anche per affetto, o per rispetto, oltre a darci una biografia, Petrocchi descrive anche la genesi dell’opera vincitrice di Bellonci, Rinascimento privato, autobiografia immaginaria di Elisabetta d’Este, e ci si chiede, noi che non l’abbiamo mai letta, se possa dire qualcosa a noi millennial, e se fosse anche una brava scrittrice. Dopotutto il dubbio c’è, avendo già ottenuto lei il Viareggio dal ministro fascista Alfieri prima di creare il circolo pariolino col marito ben più vecchio, Goffredo (che aveva già sfidato a duello Bontempelli sull’eredità carducciana mentre lei aveva 9 anni). Ma è anche vero, racconta Sandra Petrignani , che Bellonci in fondo voleva presentarsi più che come scrittrice, “come un emblema della civiltà letteraria del secolo scorso” e che, come ammette lei stessa nei diari, il premio le servisse soprattutto per i soldi, per andare avanti. E infondo anche qui, come tutto ciò che circonda lo Strega, alla fine i curiosi vogliono i retroscena, il velo che si alza. I Moravia incattiviti, i Pasolini gelosi, e quelle avventure nei bar romani che fanno tanto ’900 e che ci mancano un po’ , dove le sciure avevano perle e potere e passione per le principesse rinascimentali. Ci mancano ora quelle atmosfere che lo Strega si è adattato ai tempi, per sopravvivere, ed è tutto instagrammabile, coi selfie al Ninfeo e il gelato brandizzato, ed è, come tutto quanto, diventato experience, e si fanno i tour con i dodici pre-finalisti, e ci si ritrova a Mexico City per lo #StregaTour con Michele Mari (il gran favorito di quest’anno) e Christian Raimo e Bianca Pitzorno, che sembra già un film di Virzì.
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