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Cavazzoni e Celati, “Storia di un’amicizia”
Il Foglio

Cavazzoni e Celati, “Storia di un’amicizia”

In giro si dice che i parenti no, ma gli amici te li scegli. Poi leggi Ermanno Cavazzoni e ti coglie il sospetto che gli amici non siano altro che una delle forme che prende il tuo destino. Storia di un’amicizia (Quodlibet, pp 242, euro 16) è, nelle parole dell’autore, “quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia”. Nello specifico, quella con Gianni Celati, nata a metà degli anni Ottanta e proseguita fino alla sua morte, il 3 gennaio 2022 . Il racconto è molto divertente, e alla fine della lettura si vorrebbe avere, nella propria vita, un amico come Celati, uno che ti porta in gita sul delta del Po, nella bassa ferrarese, in zone ritenute poco belle e poco interessanti, posti “desolati e spirituali”, tra idrovore e laghi coi tubi di aspirazione. Celati e tutta la compagnia, con quella gioia da tribù anomala, aperta e proteiforme, che è la vera protagonista di questo lungo aneddoto in forma narrativa su cosa sia la fratellanza: ben più dell’amicizia e non meno dell’amore, e il senso profondo di un sentimento che Cavazzoni chiama con pudore “complicità”. “Più che una rivista è stata un’epoca”, racconta parlando del Semplice, rivista sulla quale si pubblicava solo dopo una lettura ad alta voce durante certe leggendarie riunioni fiume. La redazione era ospitata a Modena nel Collegio San Carlo, e forse la lettura ad alta voce non era il miglior metodo di selezione, dubita Cavazzoni, uno che del dubitare ha fatto l’unica forma possibile dell’affermare, ma se una rivista è un modo di stare al mondo, ecco che è necessario, più che incaponirsi col testo, più che filosofare , “accordare l’orecchio, arrivare a un sentire comune, o forse meno, arrivare all’elementare possibilità di stare insieme e avere più o meno l’illusione di intendersi”. Celati spesso sfuriava e a volte demoliva i racconti che secondo lui se lo meritavano. E come sempre si permetteva il lusso della franchezza, lui che era un mite capace di esplosioni e un volitivo dai mille pentimenti . Quanti pentimenti, ricorda Cavazzoni. Come quando combinò un guaio col rettore del Dams, che non gli volle concedere l’anno sabbatico negli Stati Uniti e lui sbottò: “Allora mi licenzio!” E quello: “Va bene”. Alla domanda di Cavazzoni “e adesso che farai?”, Celati rispose: “Voglio guadagnarmi il pane onestamente!”. Il libro scivola sulla vita come la vita scivola sulle proprie contraddizioni e in tutto ciò che di sbagliato e malriuscito c’è, ma è proprio quella l’epopea da raccontare: la storia dei fallimenti, delle asimmetrie, dei crolli verticali, come quello di Augusto Frassineti, santo patrono del demansionamento e della catabasi. “C’è stato un ridere di gusto quando c’era da ridere, e anche un certo stupore che si potesse non essere dei rompicoglioni” , dice Cavazzoni, e sembra l’unica piattaforma programmatica praticabile. Indimenticabile, per capacità di osservazione, l’episodio che vede Cavazzoni, Celati e Benati a cena in una trattoria vuota. Ovviamente alle prese, nell’attesa delle pietanze, con discorsi complessi e alatissime considerazioni su Wittgenstein. A un certo punto entra una donna, bellissima. E’ sola, si siede al tavolo accanto. E loro ammutoliscono. Lei saluta, dice buonasera, e i tre rispondono, più o meno in coro, buonasera, “con quella mezza voce che hanno i polli” . E da quel momento in poi, non solo non ritroveranno più la parola, ma arriveranno a odiarsi sordamente, per il fatto di non esser capaci, di esser pavidi, e perché “eravamo insieme, testimoni l’uno dell’altro, della magra figura e dell’effetto inibitivo reciproco”. C’è pure una sberla alle illusioni di gioventù, comunismo in primis, e anche a Greta Thunberg, o meglio, alle illusioni dell’umanità, che tornano sempre identiche a sé stesse. A fine lettura di Storia di un’amicizia si vorrebbe avere, nella propria vita, un amico come Cavazzoni. E un appuntamento nell’aldilà, per formare “bande che infestano le case abbandonate”. E la promessa di un ippogrifo per ogni occasione persa.

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