IL TEMPO
Il mondo di oggi ha sempre più bisogno di dialoghi costruttivi e sinceri, volti a valorizzare la coesistenza delle differenze. Così sembra dare voce e corpo a questa necessità la mostra «Due opere» che si inaugurerà giovedì alla Galleria Camilla Grimaldi (via dei Tre Orologi 6/a; fino all'11 settembre), a cura di Greta Voeller. Il progetto presenta infatti venti opere provenienti dalla collezione di Camilla Grimaldi e di suo padre Vittorio, ciascuna messa in relazione con un artista contemporaneo. La mostra comprende insigni esponenti della storia dell'arte come Louise Bourgeois, Joseph Albers, Sol LeWitt, Tano Festa, Ettore Spalletti, Giorgio de Chirico, Fausto Melotti e parecchi artisti emergenti. Le venti coppie risultanti dai dialoghi non si fondano su corrispondenze cronologiche o formali, ma su risonanze più sottili, fra analogie di senso e differenze. Fra gli artisti giovani spiccano per qualità ed intensità di visione le due opere di un duo formato da Lorenzo Trivelli (classe 1992) e Francesca Passacantando (1990). La loro collaborazione creativa unisce poesia, editoria, installazione e scultura ed esplora il rapporto tra linguaggio, materialità e memoria attraverso opere immersive e simboliche che combinano testo, oggetti e gesti rituali. Con Lorenzo Trivelli parliamo della loro partecipazione a questa mostra così coinvolgente. Come ti definiresti e su che cosa si fonda la tua attività creativa? «Sono un artista visivo, direttore creativo e graphic designer e agisco attraverso diversi medium espressivi, spaziando dal publishing all'installazione. Il mio percorso si è formato nell'ambito del team di ricerca della direzione creativa di Valentino. Poi ho fondato, nel 2020, “Shinezine”, un progetto editoriale indipendente concepito come spazio di dialogo visivo con diversi artisti. Nel 2021, quando ero assistente di Miltos Manetas a Parigi, è nata la prima serie del mio progetto “Spine bianche”, una riflessione sulla forma dell'anima dell'artista». Quali opere presentate da Camilla Grimaldi? «Esporremo un'opera del progetto “Spine bianche” che fa parte della mia ricerca e “However radiant” che nasce sempre dalla collaborazione con Francesca Passacantando ma che forse si può ascrivere maggiormente alla sua creatività. Nel primo caso si tratta di una installazione modulare composta da 13 spine di perline di vetro recuperate e filo da pesca. Ossessione e ripetizione sono il cuore di questo lavoro: una pratica meditativa in cui l'ordine matematico e maniacale di ogni segmento viene fatto esplodere e riportato al caos. In quel caos emerge l'opera: il segno di un artista che impara a misurarsi con le anime a cui la sua si è legata. Nelle spine si condensa l'essenza di antichi rapporti, passioni, sentimenti che riaffiorano senza trovare requie. Quest'opera dialogherà con un disegno di un grande scultore basco, Eduardo Chillida». «However Radiant»? «È una composizione di scatole di metallo incise a mano. Si tratta di una specie di conversazione fra noi due. Partendo dai miei lavori, Francesca ha scritto le sue sensazioni poetiche che io poi ho riportato alla materia, su scatole di metallo, che una volta contenevano medicine e siringhe utilizzate per la somministrazione di una cura. Quella di “However Radiant” è una confessione dolorante di una ferita, una scissione, una delusione, che nascono da una relazione spezzata e dalla ricerca impossibile di una comunione tra anime. E' il grido di aiuto perso nel vuoto che cerca dunque qualcosa di concreto, di immutabile e di freddo: il metallo».
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