Collector
La colossale foresta di colonne come un faro sulla città | Collector
La colossale foresta di colonne come un faro sulla città
Quotidiano Libero

La colossale foresta di colonne come un faro sulla città

La Sagrada Familla è un colossale paradosso di pietra. È probabilmente la chiesa più visitata del mondo e anche il più popolare polo d’attrazione di una città come Barcellona, una capitale che però è ultra secolarizzata, dove se c’è una fede è quella per la movida. Con i suoi 172 metri che ne fanno la chiesa più alta del mondo svetta quindi su un contesto che non ha quasi più nulla a che vedere con i valori che vuole rappresentare. Per quante ne abbia tutte le fattezze non si può chiamarla neanche cattedrale, perché la cattedra dell’Arcivescovo della capitale catalana è rimasta sotto le volte gotiche di Santa Creu i Santa Eulalia. A proposito di gotico, un altro paradosso è di chi la ritiene l’ultima grande chiesa gotica d’Europa. Non è così: il grande architetto Antoni Gaudí quando nel 1883, a soli 31 anni, si assunse la responsabilità del cantiere appena avviato, si era trovato tra le mani un progetto decisamente anacronistico: il suo collega Francisco de Paula del Villar y Lozano aveva immaginato una grande chiesa neogotica con tanto di contrafforti esterni. Gaudí con uno scartamento geniale non aveva cancellato l’apparenza ma ne aveva cambiato radicalmente la sostanza. Aveva trasformato l’impianto gotico in un impianto in cui a far da guida è la natura con le leggi imperscrutabili della sua geometrie. Giustamente qualcuno ha detto che la Sagrada Familla è come una foresta, non solo perché non finisce mai di crescere e di proliferare (il cantiere è aperto da oltre 140 anni), ma proprio per avere una fisionomia vitalistica che l’apparenta a una natura vegetale. PARADOSSI In questo si consuma un altro dei suoi paradossi: concepita nell’alveo di un cattolicesimo conservatore e identitario, s’è fatta forma genialmente sincretistica in cui la relazione, o meglio, l’apparentamento con la natura gioca un ruolo sostanziale. Gaudí aveva infatti riscontrato che in natura erano presenti infiniti esempi di modelli architettonici, come i giunchi, le canne e le ossa. Era arrivato alla certezza che non esistesse struttura portante migliore che il tronco di un albero o lo scheletro umano. Queste forme, funzionali ed estetiche, sono state usate dal grande architetto con grande saggezza, riuscendo ad adattare il linguaggio della natura alle forme strutturali dell’architettura. Ad esempio ha assimilato la forma elicoidale al movimento e quella iperboloidale alla luce. Le colonne assomigliano in tutto per tutto a tronchi di alberi, che si ramificano via via per spartire il peso delle volte; sono inclinate per distribuire meglio la pressione perpendicolare alla loro sezione. Le colonne sono poi modellate come steli di piante attorcigliati: ogni base comincia con un poligono o con una stella, e il numero di lati e di spigoli aumenta via via che la colonna continua a salire, fino a diventare un cilindro. Come ha scritto una delle maggiori esperte italiane di Gaudí, Maria Antonietta Crippa, la sua non è «una semplice imitazione, ma un dialogo con la natura, da cui riprende forme complesse che porta nel mondo della costruzione». A questo va aggiunto anche una sua profetica attenzione per la sostenibilità: nella Sagrada sia illuminazione che ventilazione sono state studiate per garantire un minimo dispendio di energia. Tra i sogni di Gaudí c’era anche quello di fare della guglia più alta della basilica, la Torre del Gesù, un faro per la città. Un faro naturalmente che sapesse sfruttare al massimo la luce naturale. Ora il suo sogno si è fatto realtà grazie all’intervento di un artista bergamasco che ha vinto il concorso internazionale lanciato dall’ente che oggi gestisce il grande cantiere della basilica, la Junta Constructora del Temple Expiatori de la Sagrada Família. Il prossimo 10 giugno verrà infatti svelata l’opera realizzata da Andrea Mastrovito e alzata ai 172 metri della Torre. Si tratta di una scultura con un agnello, l’Agnus Dei, tutta in vetro inserita dentro una “gabbia” di aste dorate a forma di iperboloide, cioè di un cilindro sottoposto ad una torsione al centro. Ebbene, grazie alle competenze di uno straordinario laboratorio vetrario bergamasco a cui Mastrovito si è appoggiato, l’Agnus Dei è stato coperto da migliaia di schegge di vetro (tutto con riuso di scarti, seguendo la filosofia in tanti casi adottata dallo stesso Gaudí). Le schegge sono state inserite, anzi conficcate, una ad una e rappresentano tutti i peccati del mondo di cui Cristo si è fatto carico. Osservandolo dal basso si scorge anche la macchia rossa di una ferita. Di giorno quelle schegge riflettendo la luce del sole saranno come un caleidoscopio bianco e raggiante acceso sul cielo di Barcellona. Un effetto che continuerà nella notte grazie all’intervento di una più importanti studi di luminotecnica d’Europa, lo studio Waldemeyer di Londra.

Go to News Site