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De Villepin, il gollista che piace alla sinistra francese
Il Foglio

De Villepin, il gollista che piace alla sinistra francese

Quando Emmanuel Macron si è fatto fotografare per il ritratto ufficiale da presidente della Repubblica dietro di sé ha messo tre libri: le memorie di Charles de Gaulle, I nutrimenti terrestri di André Gide e Il rosso e il nero di Stendhal. Ed è quest’ultimo che forse racconta meglio il presidente, almeno secondo l’immagine che ha di sé. La storia di un bel ragazzo di provincia che, pieno di spirito, passione e ambizione, parte dal nulla e si eleva solo grazie alla propria intelligenza. Era dai tempi di Mitterrand che non avevamo un percorso verso l’Eliseo così romanzesco – il primo con la sua figlia illegittima, il secondo con la storia d’amore con la prof del liceo più vecchia di un quarto di secolo, tutto molto Stendhal ma anche un po’ Yasmina Reza o vecchi film con de Funès. Il macronismo ha resettato per qualche anno la Quinta repubblica, ha interrotto l’alternanza tra gollisti e socialisti, coprendo entrambi gli schieramenti di un aroma stantio. Ma adesso la Francia, e quindi l’Europa, stanno per rimanere orfani di questo esperimento centrista, riformista, ottimista di En Marche!, poi Renaissance, un partito che non può esistere fuori dal carisma del suo fondatore. E così, per le presidenziali del 2027, è iniziata una battaglia per la quale il terrore più grande è vedere un ballottaggio tra la sinistra rumorosa e populista della France insoumise di Jean-Luc Mélenchon – che si rifiuta di condannare Hamas – e la destra nazionalista e xenofoba del Rassemblement National (ancora da capire se capitanato da Marine Le Pen o da Jordan Bardella, ce lo dirà un tribunale a luglio). Il macronismo ha resettato per qualche anno la Quinta repubblica, ha interrotto l’alternanza tra gollisti e socialisti, coprendo entrambi gli schieramenti di un aroma stantio C’è la coda davanti al 55 di rue du Faubourg-Saint-Honoré, come con i proci davanti a Penelope, proprio perché col vuoto lasciato da Macron tutto è possibile. Quando leader così trascinanti lasciano la politica – succederà anche con Trump – il gioco ricomincia da zero, da una tabula rasa degli equilibri parlamentari, dalla ricostruzione delle identità politiche e dal confronto con le istanze delle tripes, le trippe, dicono al di là delle Alpi. E così, in questo azzeramento, in cui permane solo il tentativo di arginare gli opposti estremismi, emergono nuovi volti e tornano alla ribalta antichi notabili, funzionari e vecchi nomi che puntano sull’esperienza – forse dovremmo chiederci come sta la politica quando la vecchia guardia torna in campo. Se la sinistra lo è sempre, anche la destra moderata e centrista a questo giro è divisa. Ci sono due ex primi ministri di Macron come Édouard Philippe , che ha fondato il suo partito Horizons, e dall’altra l’enfant prodige Gabriel Attal , per un momento delfino del macronismo. E poi c’è una figura che emerge cercando di combattere il “vecchio” bipolarismo gauche-droite, un anziano che viene definito “l’uomo di destra che piace alla sinistra”: il settantaduenne Dominique de Villepin. E’ stato primo ministro con Chirac, oltre che ministro dell’Interno, segretario della presidenza della Repubblica, ministro degli Esteri. Ma soprattutto Villepin è ricordato per esser stato il grande rivale di Nicolas Sarkozy per la guida del partito di destra centrista, l’Ump, quando entrambi volevano ottenere la leadership del partito e succedere a Chirac. Sarkozy vinse e Villepin fondò il suo movimento politico, République Solidaire, per provare a scalzare il vecchio rivale alla fine del suo quinquennio, nel 2012, ritirandosi poi per mancanza delle firme necessarie per la candidatura. Oltre che per l’antagonismo con Sarkò, Villepin era diventato noto nei primi anni 2000 per la sua presa di posizione contro i neocon bushiani e l’intervento preventivo in Iraq. Virale, si direbbe oggi, e applauditissimo dai delegati, il suo discorsone all’Onu, nel 2003, che posizionava la Francia lontano dalla coalizione statunitense e dalla “War on terror”. Ed è a causa sua se le french fries, le patatine fritte, vennero ribattezzate freedom fries. George W lo usò come emblema della “vecchia Europa” che non collaborava per distruggere l’Axis of evil, e nel suo memoir Decision Points l’ex presidente descriverà l’atteggiamento dell’allora ministro come un’interferenza volta a indebolire l’influenza statunitense sul mondo. Un eroe anti-patto atlantico, Villepin, che oggi, potrebbe trovare fan tra le varie anime politiche che si oppongono all’espansionismo trumpiano – “Non intervenite!”, diceva a gennaio sull’Iran e a marzo aggiungeva in un’intervista a The Nation che “la guerra di oggi è ancora più pericolosa e spericolata di quella che ha devastato la regione due decenni fa”. L’America, dice, ha un problema con il “culto del potere”, gli Stati Uniti sono ancora convinti di avere “un potere illimitato” per risolvere ogni questione geopolitica del pianeta. Ma c’è una differenza, ammette, tra Trump e Netanyahu, il primo “non ha idea” di quali siano i suoi obiettivi, mentre il leader israeliano “lo sa benissimo”. La proposta del vecchio ministro è iniziare a far pagare “il costo della guerra” alle nazioni che la causano. “La questione della responsabilità è essenziale. Non puoi fare tutto ciò che vuoi senza pagarne il prezzo”. Villepin ha confermato che se si candiderà – e ha fatto capire che lo farà – sarà per dire basta ai ricatti americani. E per “salvare le democrazie liberali”. “Se torno non è perché mi è mancata la politica, ma perché oggi l’amore per la Francia è stato ferito”. La questione della responsabilità è essenziale. Non puoi fare tutto ciò che vuoi senza pagarne il prezzo Figlio di un diplomatico, nato in Marocco e cresciuto in parte nell’Algeria colonizzata, ha sposato nell’85 una scultrice conosciuta su un autobus a Parigi, con cui ha avuto tre figli (i due hanno poi divorziato). Il figlio maschio si chiama Arthur per via di Rimbaud, di cui Villepin è grande fan. Vero homme de lettres, il ministro citava René Char, Artaud e Villon nei suoi discorsi pubblici, scrive poesie e sul suo profilo Instagram consiglia classici come de Nerval e Julien Gracq. Per Gallimard, con la sua proverbiale discrezione, ha pubblicato un tomone di ottocento pagine intitolato Éloge des voleurs de feu – frase di Rimbaud – che è un grosso elogio al suo poeta maledetto preferito, e in generale alla letteratura in versi. “Viviamo tempi difficili, osservando lo stato del mondo, ma la poesia ci insegna che ci sono parole, sentimenti, che possono ancora riaccendere l’umanità”, aveva detto l’anno scorso vincendo il premio Nonino all’Hotel de Galliffet. Il senatore Bruno Retailleau, presidente del partito Les Républicains fondato da Sarkò, l’ha definito “un gollista d’operetta”. Un anno fa questo amante delle lettere appassionatissimo di Napoleone, come molti romantici, ha fondato un nuovo movimento che, non a caso, si chiama La France humaniste . Il 25 giugno esce un suo libro-pamphlet, che è ormai un must quando si prepara una candidatura – nei mesi scorsi sono usciti: il nuovo bestseller di JD Vance e quello di Giuseppe Conte (ma anche quello del vero possibile leader della sinistra francese, Raphaël Glucksmann, Nous avons encore envie). Il libro di Villepin si chiama Le pouvoir de dir non, il potere di dire no (sottinteso, all’America). “Di fronte agli imperi senza frontiere, bisogna rifondare una repubblica dei lumi”, scrive. Dieci anni fa pubblicava un altro libro-manifesto, Mémoire de paix pour temps de guerre, i cui temi, dicono i suoi supporter, sono oggi più caldi che mai: la “spirale suicidaria del medio oriente” e “lo scontro tra i grandi imperi”, le rivendicazioni identitarie e la necessità di costruire una “narrazione della pace” contro le “epopee menzognere delle guerre”. Un pacifismo che vede la Francia, “fedele alla sua storia”, come grande mediatrice. Ora che le guerre toccano l’Europa e le elezioni ancor più di prima, Villepin vuole usare questo suo vantaggio di “uomo di pace” certificato. Sull’Ucraina la sua è una posizione pragmatica: vuole centralità dell’Unione europea nelle negoziazioni per evitare che gli Stati Uniti favoriscano la Russia e che le due potenze se ne approfittino – ha parlato di rischio di una “pace ingiusta”. E’ anche convinto che si debba lavorare col Sud del mondo e con la Cina per arginare l’influenza putiniana. “Trump sta abbandonando l’Europa, e vuole un’Ucraina più debole”, diceva un anno fa. Sulla questione palestinese-israeliana post-7 ottobre parla di “grande scandalo storico” per i bombardamenti dell’Idf, ha usato in un pezzo sul Monde la parola “genocidio” e chiede l’immediato riconoscimento dello stato palestinese, che, secondo lui, sarebbe un modo per arginare Hamas – “che vuole distruggere Israele” – e creare la possibilità di una leadership moderata. “Restare in silenzio davanti alla distruzione della Palestina vuol dire essere complici”, ha detto, come molti. “Dominique de Villepin aspetta questo momento da vent’anni, da quando ha lasciato Matignon”, ha scritto il Monde. Il paese orfano del giovane presidente stendhaliano può cercare la leadership in un uomo rimbaudiano. “E’ meglio il silenzio che l’equivoco”, diceva il poeta maledetto morto a 37 anni, e sembra uno dei mantra di questo politico elegante, con il suo ciuffo bianco e il volto leonino – “un lupo argentato coi vestiti da poeta”, lo descriveva il Guardian decenni fa – che ha sempre mantenuto un certo aplomb in tv o al Quai d’Orsay, per urlare contro gli yankee che volevano trascinare i francesi a Nassiriya. Ora attacca Trump, come tutti, ma lo fa anche come continuazione del suo posizionamento su una terza via francese-europea che resista alla “prepotenza” a stelle e strisce, sul modello del generale De Gaulle, fondatore di questa quinta repubblica. Trump sta abbandonando l’Europa, e vuole un’Ucraina più debole Europeista alla massima potenza – “serve una difesa comune, sovrana, indipendente”, la Ue deve essere “la terza superpotenza” – Villepin rifiuta di definirsi di destra o di sinistra, vuole andare “oltre”, verso “un nuovo modello di democrazia sociale ”. Sta facendo il giro delle provincie, dai mercatini di Rennes alle aule universitarie della sede di Sciences Po a Strasburgo. I giovani, dicono gli spin doctor, lo amano. Forse perché negli ultimi anni è stato lontano, in silenzio – a fare consulenze private, tra Caracas e Doha – e riappare con un physique du rôle così lontano da quello dei wunderkind del tech che oggi spaventano una parte di elettorato, o agli uomini di partito scelti malvolentieri da Macron per guidare governi sclerotici durati pochissimo. Villepin vuole essere il vecchio saggio che torna dalla villa in campagna per difendere la democrazia, come David Niven-007 nel comico Casino Royale del ‘67. Dice che viviamo in un mondo in cui le regole non esistono più, in cui il diritto internazionale non esiste più: “Non ci sono più limiti!”. E le cose “non è che finiranno” quando Trump non sarà più presidente. Villepin si vuole sacrificare per questa battaglia, e ha anche il capitale economico per farlo. Negli ultimi anni ha racimolato con le consulenze, e con la sua società la Villepin international, un discreto capitale. E’ milionario, dicono, alcuni con sdegno altri con rispetto. Ed è noto per uno stile di vita aristocratico. Ha chiamato casa l’hôtel particulier che fu di Sarah Bernhardt nell’elegante 17esimo arrondissement, poi sede della sua società – comprato per 3 milioni e mezzo, si dice, e rivenduto a due milioni in più. Ora abita in un duplex haussmanniano di 380 metri quadri sull’avenue Foch che era stato del parrucchiere di Brigitte Bardot, comprato per 6 milioni; gli amici lo descrivono come “un rifugio di silenzio”, altri come “un museo”, con i quadri di Nicolas de Staël in salotto e pareti coperte di libri. Avenue Foch è una delle strade super-chic che partono dall’arco di trionfo e che ospitano appartamenti lussuosi di star ed ex capi di stato – anche Jeffrey Epstein aveva qui il suo pied-à-terre parigino. Per meno di un milione si è invece preso un piccolo manoir del XIV secolo, classificato monumento storico, nel Loiret, già appartenuto all’artista Zao Wou-Ki. Ora Villepin è coinvolto in uno dei soliti scandali che si manifestano, come da copione, in vista di potenziali candidature. Si tratta del cosiddetto “scandalo delle statuette”, che sembra un titolo di un brutto giallo degli anni Trenta. L’oggetto conteso: due statuine di Napoleone che lui aveva accettato – a Napoleone non si resiste – come regalo dal presidente del Burkina Faso tramite il lobbista Robert Bourgi quando era ministro degli esteri vent’anni fa. Statue dal valore, oggi, di circa 125 mila euro. Appreso il fatto, senza alzare la voce le ha subito restituite al ministero. Il 10 maggio è andato in diretta nel programma “Questions politiques”: “Non avrei dovuto accettarle, è stato un errore”. Lo stesso Bourgi, qualche settimana prima, tirando fuori l’affaire aveva ammesso che, in cambio del regalo, non aveva ricevuto nessun favore dall’allora ministro. Visto l’affare giudiziario che ha colpito Sarkozy di recente, Villepin invece di attaccare l’antico rivale ha detto che la questione dei regali era una pratica un tempo. “Potremo considerare di esser troppo vecchi e di appartenere a un mondo antico”, cioè un mondo in cui non crolla un governo per una statuetta , “ma – ha aggiunto – anche il nuovo mondo ha i suoi problemi”. Il giornale di sinistra Libération gli ha dedicato la prima pagina, la scorsa settimana, definendolo “l’intrigante”. E’ un “gran borghese” che per via delle sue posizioni su Gaza è benvoluto da molti progressisti. “Sono un gollista”, ha detto. “Posso lavorare con tutti”.

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