Il Foglio
Gruppo A Corea del Sud, Messico, Repubblica Ceca, Sudafrica a cura di Enrico Veronese Corea del Sud Poco da girarci intorno, la Corea del Sud negli anni Venti è diventata un riferimento a livello mondiale in vari ambiti. Musica adolescenziale al top, cinema di qualità e riconosciuto dai premi principali, cucina diffusasi dappertutto, naturalmente la microtecnologia al servizio delle comunicazioni potrebbero trovare sublimazione massima nella Nazionale di calcio, che indossa spesso divise appariscenti perché anche col merchandising a Seoul e Pusan ci sanno fare. I presupposti, come accade sempre più spesso, ci sarebbero: un campione conclamato come Son Heung-min, al suo ultimo (o penultimo?) ballo mundial dopo il trasferimento dal Tottenham a Los Angeles. Il lignaggio di Lee Kang-in, nelle rotazioni del Paris Saint-Germain campione d’Europa; la leadership difensiva di Kim Min-jae, già napoletano e nuovamente nelle mire di Luciano Spalletti. Solo tre dei nomi che giocano abitualmente ad alto livello europeo, soprattutto tra centrocampo e attacco: ove la difesa rispondesse alla stessa maniera, le porte di orizzonti magnifici non sarebbero inaccessibili, replicando il controverso percorso del 2002. Magari sulle spalle di un nuovo idolo pop: il sorriso del centravanti Cho Gue-sung, doppietta al Ghana nei giorni del Qatar, ben si presta a questo nuovo assalto al cielo. Ma la curiosità dell’ultim’ora è per Jens Castrop, mezzo tedesco del Borussia Mönchengladbach, che ha scelto la nazionalità della madre per scommettere in un posto al sole. O per farsi una gita a Guadalajara. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Se è difficile individuare una favorita, due parole possono essere spese proprio per la rappresentativa asiatica. Non foss’altro per la maturità del complesso: poco citati, ma imprescindibili, Lee Jae-sung del Mainz e Hwang In-beom del Feyenoord, rodati nel calcio che conta. A far scattare la molla è l’ambizione di chi già milita all’estero (quasi tutti) e vuol migliorare la propria posizione. Anche arrivasse seconda -vedi Messico- l’accoppiamento non sarebbe mortifero per fare più strada possibile. Messico Stride un po’ che un paese ancora irrisolto nelle contraddizioni e mai del tutto proiettato nel futuro organizzi i Mondiali per la terza volta in 56 anni. Eppure il Messico, stavolta non da solo, è quel paese: al quale, peraltro, spetta l’onore della partita inaugurale. E curiosamente contro il Sudafrica, organizzatore nel 2010, che affrontò proprio nel match d’esordio. Al di là dei corsi e ricorsi, la rosa tricolore è solida, forse meno barocca e fantasiosa che in passato: costruita seguendo l’ossatura della scorsa edizione (quando uscì ai gironi per la classifica avulsa rispetto alla Polonia), ovvero i difensori Jesús Gallardo, Johan Vásquez - in forza al Genoa - e Cesar Montes, il regista Luis Chávez e una batteria di punte tra le quali spiccano il veterano Raúl Jiménez del Fulham e il milanista Santiago Giménez, la selezione affidata a Javier Aguirre si ritrova in un girone non impervio ma nemmeno materasso, e farà appello alla grande spinta dagli spalti e dall’opinione pubblica. Passasse da prima, affronterebbe in casa una delle terze; da seconda, avrebbe in sorte una tra Svizzera, Canada e Bosnia, ma dovrebbe migrare in California. Anche per questo gli spuntati eredi degli Aztechi faranno di tutto per vincere il barrage: dipenderà pure dalla condizione del centravanti rossonero, desaparecido nell’ultimo campionato. È inoltre il sesto mondiale per il portiere Guillermo Ochoa, ennesimo esempio dell’allungamento fisiologico delle carriere, o della gerontocrazia vigente. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Necessario il passaggio del primo turno, altrimenti sarebbe sciagura nazionale, l’obiettivo realistico diventano appunto gli ottavi. Se l’allineamento del calendario assumerà contorni propizi, i quarti sarebbero un franco successo. A corollario, il lancio di qualche giovane stellina e una manovra piacevole lascerebbero un bel ricordo di questa edizione. Il superamento del girone non è automatico, data la concorrenza relativamente insidiosa, ma con tre posti potenziali sarebbe uno spreco fallirlo. Repubblica Ceca Prima di tutto, com’è giunta in Messico e ad Atlanta. Ovvero grazie a due sessioni di rigori vinti in casa, rispettivamente contro Irlanda e Danimarca, almeno quest’ultima data per favorita. Di solito, chi parte con la fortuna dalla propria è in grado di continuare a stupire: e non sarebbe, nel caso della Repubblica Ceca, un’apertura di credito interamente priva di appigli. Le scelte tecniche di Miroslav Koubek certificano sì un momento non trascendentale del calcio boemo, ai margini con i club della capitale (ma ben undici sono i convocati dello Slavia) e senza stelle conclamate; semmai con un luminoso avvenire dietro le spalle. È il caso di Tomáš Souček - neoretrocesso in Championship con il West Ham - e di Patrik Schick, ex incompiuto dal sinistro delizioso, che nonostante tutto continua a segnare a raffica in Bundesliga. Comunque, l’assemblaggio di onesti mestieranti è ben assortito e nemmeno acerbo per costituire una buona base di lavoro: a partire da Lukáš Provod, gran tiratore da fuori e all’ultimo appello per salire di qualità, e continuando con gli affidabili Tomáš Holeš, Matěj Kováŕ (portiere del PSV in orbita Napoli), Vladimir Coufal, Adam Hložek e Ladislav Krejčí, il capitano braccetto di stanza al Wolverhampton dopo l’esperienza al Girona. Sicuramente Praga ha conosciuto stagioni migliori in senso assoluto, ma se trova il periodo giusto può meravigliare ancora, come nel 1976 e nel 1996: proprio perché le aspettative sono basse, è più faticoso vederla arrivare. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… In un vero girone di ferro sarebbe probabilmente spacciata sulla carta, salvo il beneficio del campo. Invece nel gruppo A può giocare le sue chance, non essendovi un team schiacciasassi né un cuscinetto. Magari a suon di pareggi, seguendo la falsariga delle qualificazioni; e siccome all’ultima giornata avrà il Messico padrone di casa, forse non ancora qualificato, converrà aver già accantonato i punti necessari a staccare il tagliando. Poi, nel caso, vivere alla giornata sulle ali dell’entusiasmo. Sudafrica Il fascino persistente dei Mondiali, anche in epoca di globalizzazione e di cittadinanze sportive plurime, sta anche nello scoprire ogni quattro anni movimenti calcistici poco connessi con quelli del resto del mondo, non fosse per le nuove competizioni internazionali destinate ai club. È il caso ad esempio del Sudafrica, nazione importante e dalle storiche radici sportive, che però ultimamente fatica a proiettare all’esterno i suoi migliori esponenti: non è un caso se la quasi totalità della rosa selezionata dal ct Hugo Broos gioca nel campionato locale, tra Mamelodi Sundowns e Orlando Pirates. Sfuggono allo schema Lyle Foster, attaccante del Burnley, Sphephelo Sithole che disputa il campionato portoghese con il Tondela, gli “americani” Mbekezeli Mbokazi e Olwethu Makhanya, i difensori Ime Okon (Hannover 96) e Samukele Kabini (Molde). Evidentemente la fioritura generazionale dei Bafana Bafana non è ancora ruggente come quella della fine degli anni Novanta, o anche solo del mondiale casalingo di sedici anni fa; ciò costituisce un gradiente di nebbia riguardo l’effettivo valore dei convocati, appena rischiarata dalle recenti difficoltà palesate in amichevole contro Nicaragua e Panama. Ma attenzione a prenderli sottogamba: in partita singola, e in un contesto così inebriante, tutte le risorse sono chiamate all’appello. E Oswin Appollis, punta esterna di quasi 25 anni, sta probabilmente aspettando la grande vetrina per bucare il soffitto di cristallo, come i suoi predecessori. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Onestamente è difficile considerare il Sudafrica per qualcosa di più del passaggio iniziale. Il girone, come detto, non è insormontabile ma dissemina insidie in ogni incontro: la passione messicana, l’organizzazione coreana, la tradizione ceca. L’esperienza di alcuni individui più attesi, come il difensore Khuliso Mudau e il centrocampista Teboho Mokoena, potrebbe supportare i compagni più giovani e creare difficoltà ad avversarie strutturate ma non trascendentali, anche partendo un gradino indietro. Gruppo B Canada, Svizzera, Qatar, Bosnia a cura di Andrea Trapani Canada Il Canada arriva al Mondiale con una tentazione e una paura. La tentazione è di sentirsi finalmente una squadra adulta, capace di giocare in casa con il petto in fuori; la paura è che questa situazione, alla prova dei fatti, pesi addosso come una responsabilità e non come una spinta. Il tecnico americano Jesse Marsch conosce l’Europa e per questo porta con sé il verbo del pressing, delle transizioni e dell’aggressione alta: un calcio costruito su una filosofia ben riconoscibile, quasi ideologica. Ma per realizzarla servono benzina, sincronismi e soprattutto una continuità fisica che superi l’estate, e per questo Alphonso Davies resta il simbolo perfetto di una nazionale che incarna perfettamente pregi e limiti della squadra. Per la prima volta nella sua storia recente si presentano a un Mondiale senza complessi d'inferiorità. Davies e Jonathan David sono giocatori che appartengono al calcio che conta, Buchanan ed Eustaquio completano una generazione cresciuta da protagonista e non da spettatrice. Il limite è che la squadra continua a oscillare tra entusiasmo e controllo. Quando il pressing funziona sembra poter trascinare la partita dove vuole, ma quando si rompe il primo meccanismo, il campo si allunga e le certezze evaporano piuttosto in fretta. È il prezzo da pagare per una squadra che ha scelto di essere coraggiosa. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Per il Canada, arrivare agli ottavi non sarebbe un traguardo straordinario ma la naturale conseguenza delle aspettative che si è costruito negli ultimi anni. Il vero esame è un altro: dimostrare che la crescita del movimento non dipende da una generazione particolarmente fortunata, ma da fondamenta ormai solide. Giocare il Mondiale in casa aggiunge pressione, ma anche l'occasione di cambiare status. L'obiettivo non è più partecipare: è convincere tutti, a partire da se stessi, di essere entrati nel grande calcio da protagonisti. Bosnia Erzegovina In questo girone qualcuno continuerà a vedere il posto lasciato vuoto dall'Italia. La Bosnia, però, il Mondiale se l'è preso sul campo. Si parla di una squadra che si è meritata di esserci, i calcoli sulle modalità di qualificazione sono più un limite del nostro calcio che una critica da prendere sul serio. Assenti dal 2014, i bosniaci arrivano a questo campionato del mondo con il senso della misura e con un’aria un po’ antica, quasi da calcio europeo di un’altra stagione. Sergej Barbarez ha un gruppo che non promette spettacolo ma garantisce una cosa spesso sottovalutata: l’affidabilità emotiva. Edin Dzeko, a 40 anni, è ancora il centro di gravità della squadra, il nome che tiene insieme tecnica e mestiere. Attorno a lui la Bosnia ha qualche buon gregario, ma soprattutto una disponibilità al sacrificio che la rende difficile da affrontare. La struttura è la base e allo stesso tempo il sigillo di un gruppo di giocatori che quasi si conosce a memoria: si parla di una difesa a quattro ben ordinata con una squadra che sa abbassarsi e soffrire, e un centravanti che resta un simbolo e un’arma. Fa da contraltare una qualità offensiva complessiva, che appare limitata e un po’ troppo dipendente dal sempreverde Dzeko e da poche altre invenzioni. Se la partita si complica, la squadra fatica a inventare. Se invece resta bloccata, può portarla nel terreno che preferisce, ovvero quel calcio fisico e nervoso che spesso riesce a trascinare l'avversario fuori dalla partita. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Strappare la qualificazione alla fase a eliminazione diretta è un obiettivo realistico, anche perché in un girone del genere potrebbe bastare arrivare terzi. Sarebbe già un risultato: la conferma che una nazionale costruita con mezzi limitati e alle spalle un campionato lontano dai grandi circuiti europei può comunque ritagliarsi uno spazio sulla scena mondiale. Del resto, il calcio ama raccontarsi come una questione di talento e idee. Poi però basta guardare le risorse a disposizione delle grandi potenze per capire quanto sia difficile fare ciò che la Bosnia continua a fare da anni. Qatar Il Qatar arriva al torneo con meno attesa di quattro anni fa, ma con una certa consuetudine all’evento che non va sottovalutata. Se da una parte è la prima qualificazione ai mondiali ottenuta sul campo, dall’altra i qatarioti vengono da due coppe d’Asia vinte consecutivamente e da due ottime Gold Cup giocate proprio nel continente nordamericano. Il tecnico Julen Lopetegui ha disegnato un undici con una forma riconoscibile, prudente, a volte quasi contratta: blocco basso e linee strette con pochi rischi, frutto della consapevolezza di una rosa che conosce i propri limiti. È un calcio di contenimento più che di ambizione, e infatti l’idea è sopravvivere nella partita, non dominarla. Se Akram Afif resta il giocatore più interessante, l’unico che può accendere una partita spenta con un dribbling o una giocata improvvisa, il lato migliore dei ‘maroon’ è la disciplina: il Qatar sa stare in campo, sa difendersi in blocco e ha ancora giocatori capaci di accendere la partita con una giocata individuale. La cosa peggiore è la mancanza di profondità: quando la partita chiede coraggio, la squadra spesso sceglie la prudenza, e la prudenza non sempre basta. Anzi, in un girone così competitivo, un approccio troppo attendista rischia di diventare una condanna. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Quattro anni fa il Qatar aveva scoperto quanto possa essere dura la distanza tra partecipare a un Mondiale e restarci dentro davvero. Stavolta l'obiettivo è più concreto: evitare il ruolo della comparsa, arrivare vivo all’ultima giornata e giocarsi almeno una partita con qualcosa in palio. Migliorare il bilancio del 2022 (tre sconfitte e un solo gol all’attivo) non sembra proibitivo. Conquistare il primo punto della propria storia ai Mondiali sarebbe già un segnale. Svizzera Non avrà i favori del pronostico finale ma la Svizzera è la squadra più solida del gruppo, e lo si capisce subito dal modo in cui si presenta, con l'ordine e la freddezza di una squadra che sa esattamente cosa vuole fare. Non c’è bisogno di entusiasmare per essere credibili. Le convocazioni vedono tante conferme e nessuna novità: il 33enne Xhaka resta la bussola del centrocampo, nonostante l’anagrafe rimane il giocatore che detta il tono e il ritmo a tutti i compagni. Murat Yakin allena una squadra stabile e concreta, con una cultura calcistica che negli ultimi anni è diventata una garanzia. Non ha però il fuoriclasse offensivo che le consenta di fare un salto di livello, un limite che si porta dietro da lustri, restando però una delle outsider più credibili del torneo. La Svizzera insomma conosce bene i propri mezzi e i propri limiti. Difende con ordine, sbaglia poco e si affida a Xhaka per dare senso e ritmo al gioco. Quello che continua a mancare è il giocatore capace di spostare il destino di una partita con una sola giocata. Embolo, superati i problemi legati al visto Esta, garantisce profondità e presenza, ma difficilmente può essere il fuoriclasse che cambia la dimensione della squadra. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Per la Svizzera superare il girone non rappresenta più un'impresa, ma il punto di partenza. Negli ultimi decenni si è costruita una reputazione precisa: quella della nazionale che c'è quasi sempre quando conta. Il passo successivo è capire se questa continuità può finalmente trasformarsi in qualcosa di più. Un quarto di finale non sarebbe una sorpresa, ma la naturale evoluzione di un percorso che dura da anni. Resta però una squadra che vive sul filo tra affidabilità e prudenza. Lo sanno bene anche nello spogliatoio: dopo il pareggio in amichevole contro l'Australia, il capitano Xhaka è stato netto: “Se giochiamo così, non andiamo lontano”. Più che una critica, un promemoria. Gruppo C Brasile, Marocco, Scozia, Haiti a cura di Enrico Veronese Brasile C’era una volta il Brasile ingiocabile, spettacolare, favorito d’obbligo. Quel Brasile non c’è più dall’ultima vittoria mondiale, nel 2002 a Tokyo grazie a Ronaldo il Fenomeno. C’è oggi il Brasile di Carlo Ancelotti: accorto nelle individualità e sempre con un occhio al complesso. La verità è che da quelle parti i campioni universali da un po’ non nascono più: solo così si spiega la convocazione di uno stock di vecchiardi nei ruoli nevralgici, appena mitigato dall’esuberanza di Vinicius jr., Gabriel Martinelli, Endrick. Nel reparto arretrato il rinnovamento è quasi nullo (mancava solo Thiago Silva, e ci hanno pure pensato); a centrocampo oltre che maturi sono in pochi, con Casemiro, Bruno Guimarães e Lucas Paquetá e l’atalantino Éderson, chiamato in extremis a sostituire l’esterno romanista Wesley. Possibile che i verdeoro siano tutti qua? Pesano certo le assenze, effettivamente notevoli, di Richarlison, Estevão, Éder Militão, i quotati Savinho e João Pedro (Chelsea), David Neres e Igor Paixão: ma un tempo quel serbatoio sfornava a raffica, e riduceva a zero le scuse. Ciononostante, le presenze nei top d’Europa, una spolverata di Saudi League e la crème del Flamengo bastano per incutere rispetto, non fosse sufficiente l’appeal della maglia. Però non si va avanti con le sole vestigia, o per diritto acquisito: l’emiliano, uno dei migliori allenatori al mondo, dovrà inventarsi qualcosa nel quasi remake dell’esordio ‘98 con Scozia e Marocco. Può essere Igor Thiago, bomber del Brentford? Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Pleonasticamente, se lo vincerà davvero. Ma chi può assicurare che stavolta la Seleção supererà il girone da prima in classifica, con un Marocco al 7° posto nel ranking FIFA e la Scozia che ci crede molto (anche pensando che ogni quattro anni emerge una sorpresa)? Non sarà un gioco da ragazzi, per il vecchio calcio di Carletto. Anche perché, dopo il Mineirazo del 2014 contro la Germania, ogni perduta certezza ha fiaccato la connaturata superiorità brasiliana: o tutto o niente. E sarebbe ingeneroso. Marocco Tre anni magici, forse irripetibili. Quarto posto in Qatar dopo aver eliminato Belgio, Spagna e Portogallo; vittoria ai Mondiali under 20, altro trionfo - a tavolino, ma con più di un diritto - nella Coppa d’Africa organizzata in casa. Una generazione di fenomeni ha finalmente collocato il Marocco nella mappa del grande calcio, dopo rare eventualità disilluse: il più, adesso, è confermarsi ai vertici. E per farlo, il commissario Mohamed Ouahbi - che ha preso il posto del dimissionario Walid Regragui - sforbicia qualche ramo dell’organico: non convocati Youssef En-Nesyri, Hakim Ziyech e Romain Saïss tra gli altri, spazio alla freschezza di Bilal el Khannouss, Chemsdine Talbi oltre allo status ormai raggiunto dai soliti Achraf Hakimi (nel pieno della carriera a 27 anni), Nayef Aguerd, Sofyan Amrabat e Azzedine Ounahi. Nell’eccellenza che permea un gruppo abituato a lavorare assieme da anni, i due innesti che alzano ulteriormente il tasso tecnico sono Ismael Saibari -destinato al Bayern Monaco- e soprattutto Brahim Díaz, protagonista suo malgrado della concitata sfida continentale al Senegal. Ce n’è quanto basta per pronosticare una conferma, auspicata dalle seconde o terze generazioni, che sfoggiano orgogliose la maglia di una delle canteras ormai più incessanti del panorama mondiale; ma in un quadro che prevede di dover far fronte al Brasile e anche all’intensa Scozia, il rischio maggiore è l’appagamento. E sarebbe imperdonabile. Ma come si fa a non sbilanciarsi? Ora o mai più. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Con il risultato di quattro anni fa, e ciò che ne è seguìto, qualsiasi risultato inferiore alla semifinale verrebbe giudicato come un arretramento, se non una disfatta. Ma di squadre “instant” (Corea e Turchia 2002, Bulgaria 1994) è piena la storia del calcio: perciò anche una neo-grande come il Marocco rischia di non riuscire a sorprendere più. Già tre anni fa però aveva battuto il Brasile, e non si vedono per ora segnali di cedimento. Sottovoce? Può addirittura migliorarsi, salva pancia piena. Haiti L’unica volta che l’isola centroamericana arrivò ai Mondiali, Germania 1974, fece penare tantissimo l’Italia, portandosi in vantaggio all’inizio della ripresa grazie a un contropiede del tutto inatteso, prima di prendere tre goal nel finale. E, per via della differenza reti, determinò il cammino della Polonia e dell’Argentina, oltre al precoce ritorno a casa dell’Azzurro Tenebra (citando il volume di Giovanni Arpino). Successe ancora quarant’anni più tardi, alla Nazionale di Claudio Prandelli, di dover pareggiare 2-2 contro una compagine dal rating infinitamente più basso: abbastanza per ricordare che, almeno nei confronti dell’Italia, Haïti rappresenta la kryptonite poco meno delle Coree. E se da allora più che di sport le cronache hanno parlato di catastrofi naturali e dittature familiari, oggi la presenza dei caraibici alle fasi finali impone di prestare occhio anche a ciò che succederà tra Boston, Philadelphia e Atlanta: le convocazioni del francese Sebastien Migné spaziano dal sottobosco del campionato transalpino a quello svizzero, belga, statunitense e via andare, perfino in Iran dove (nell’Esteghlal) gioca il cannoniere Duckens Nazon, uno dei leader della squadra assieme al difensore Ricardo Adé e al portiere Johny Placide, guardiano dei pali del Bastia. Più che le doti dei più, tutte da scoprire, brillano i nomi: Providence, Fortuné, Bellegarde, Experiénce. E c’è pure un Pierrot, a ricordare che ogni carnevale bisestile - si licet insanire - poi termina in lacrima. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Senza brutalità, lo sanno anche a Port-au-Prince che il destino appare segnato, al cospetto del Brasile che è pur sempre il Brasile, del Marocco ultimamente plurititolato, di una Scozia in palla nel breve periodo. Obiettivo uscire con dignità, strappando qualche goal all’attivo e un po’ di miracoli tra i pali, e mostrare una valida organizzazione di gioco. Qualsiasi cosa càpiti di più, per ora, è fantascienza: già un punto sarebbe manna, ma il 4-0 amichevole alla Nuova Zelanda è balsamico. Scozia Torna a una fase finale della Coppa del mondo dopo 28 anni e due campionati europei non lusinghieri, la Scozia di Steve Clarke. E schiera al via, oltre all’impagabile comitiva di tifosi che stanno popolando i pub di Boston, un discreto numero di atleti all’altezza: sopra tutti, Scott McTominay, che a Napoli ha rivelato quanto miope sia stata la sua cessione da parte del Manchester United post Alex Ferguson. Ma poi John McGinn sta da tempo in alto con l’Aston Villa, Che Adams si fa valere nel Torino, il capitano Andy Robertson neo Spurs dopo una carriera a Liverpool, Lewis Ferguson colonna altalenante del Bologna: non la solita Scozia tutta agonismo, ma un roster integrato e capace di farsi trasportare dai risultati. Abbastanza per giustificare l’inno scritto dai Belle and Sebastian, “It only takes a lion”, e intravvedere prospettive ottimistiche nonostante abbinamenti che non danno certo favorita la Tartan Army. Che oggi se la può giocare fino alla fine, magari tenendo conto dei tre slot possibili per andare avanti: con gli scozzesi, lo dice la storia dei Mondiali, tutto è fattibile. Possono battere chi li precede nel ranking oppure stentare contro Haïti, ma una cosa è certa: non lasceranno gli stadi del Massachussetts e di Miami senza averci provato. E chissà se il loro atavico essere underdog incrocerà eroi inediti, come ad esempio il trentenne Larry Shankland, appena ingaggiato dai Rangers di Glasgow, che ha mostrato in più occasioni di avere il piede caldo come il whisky. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Passare ai sedicesimi da terza in graduatoria avrebbe un significato, farlo da seconda o addirittura da prima -chiaramente arduo- ne avrebbe tutt’altro. Gli Scots sono nel limbo tra coloro che potrebbero accontentarsi o scalare l’impossibile a mani quasi nude: la differenza la faranno i singoli, specie se McTominay sarà circa quello di Napoli. In tal caso, non solo l’obiettivo principale non sarà precluso, bensì fra le sorprese del torneo potranno essere annoverati proprio gli uomini delle Highlands. Gruppo D Stati Uniti, Australia, Paraguay, Turchia a cura di Andrea Trapani Stati Uniti Ospitare un Mondiale mette pressione anche alle nazionali più abituate a vincere. Per gli Stati Uniti, che cercano ancora una consacrazione internazionale, l'esame è doppio. C’è il dovere, prima ancora che con il diritto, di sembrare una squadra vera capace di lottare per qualcosa di importante. Per questo Mauricio Pochettino ha dato una forma più prudente alla squadra, arretrando un po’ il baricentro e scegliendo un sistema che protegga una difesa non sempre irresistibile; ma il peso dell’operazione resta soprattutto offensivo, cioè sulla capacità di Pulisic, Balogun, McKennie e degli altri di trasformare il possesso in occasioni pulite. Il vantaggio del campo è enorme, il margine d’errore no. Pochettino può contare su una generazione più ricca di talento rispetto a molte versioni precedenti degli Stati Uniti. A partire dalla presenza di numerosi giocatori abituati alla pressione e che garantiscono diverse soluzioni offensive nel 3-4-3 introdotto lo scorso autunno. Attenzione però ai difetti: in molti addetti ai lavori hanno la sensazione che la squadra non abbia ancora una forza emotiva stabile. Quando la partita si mette male, manca chi guida la squadra. Non ce ne voglia il capitano Tim Ream, ma quando la partita si complica, la squadra dà ancora l'impressione di cercare il controllo del pallone più per proteggersi che per comandare davvero il match. E in un Mondiale questo è un lusso che si paga. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Da anni gli Stati Uniti vengono raccontati come il futuro prossimo del calcio internazionale. Stavolta, però, il futuro è arrivato e si gioca in casa. I quarti di finale rappresentano la soglia che separa le buone intenzioni dalle ambizioni credibili. Se riusciranno a raggiungerli senza aggrapparsi a una serata straordinaria di Pulisic o a qualche episodio favorevole, potranno finalmente smettere di essere la nazionale del "prima o poi". Paraguay Se cercate il bel gioco, sappiate che il Paraguay di Gustavo Alfaro è una squadra che non lo ama. Non cerca le giocate da applausi, cerca quelle utili. Insomma, è una squadra che non vuole imporre il proprio gioco, anzi vuole far perdere certezze agli altri. Ha una difesa che sa stringersi, centrocampisti che interpretano bene la fase di non possesso e attaccanti che vivono di transizioni e seconde palle. È una nazionale che può sembrare povera di luce, ma proprio per questo diventa pericolosa: quando la partita si sporca e perde ritmo, si trova spesso nel suo ambiente ideale. L’organizzazione difensiva è il marchio di fabbrica della squadra nonché il suo primo strumento di sopravvivenza. Al contrario la produzione offensiva non dà garanzie, troppo intermittente per garantire serenità, e rende difficile uscire da partite inchiodate sullo 0-0 o sull’1-0. Insomma se il Paraguay si trova a inseguire, perde buona parte delle sue qualità. Intanto tante preoccupazioni per l'attaccante dello Strasburgo Julio Enciso, la stella tra i 26 convocati, che si è infortunato durante l'amichevole con il Nicaragua: la sua partecipazione è a rischio. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Passare il turno non sembra una chimera. Per il Paraguay l’obiettivo non è brillare, ma togliere certezze: rendere il girone una fatica continua per tutti, più che una passerella per qualcun altro. È una cifra che appartiene alla sua storia recente e che non si è dissolta nonostante sedici anni di assenza dal palcoscenico mondiale. Una squadra che non incanta, ma che resta difficile da battere. L’entusiasmo potrebbe aiutare, nel 1998 quasi eliminarono la Francia campione del mondo e nel 2010 si fermarono nei quarti solo davanti alla Spagna. Sogni di una notte di mezza estate. Australia L’Australia è la squadra più operaia del gruppo. Tony Popovic ha costruito una nazionale che difende con ordine, si abbassa senza vergogna e prova a colpire sulle palle inattive o sulle ripartenze; ma resta il problema più antico del calcio australiano: chi segna? Jackson Irvine, nonostante gli infortuni con il St. Pauli, dà ritmo e personalità, ma davanti manca un riferimento capace di cambiare il destino di una partita Il terzino sinistro Jordan Bos si è messo in luce al Feyenoord, raggiungendo la doppia cifra per quanto riguarda i contributi ai gol in Eredivisie, e sarà un punto di riferimento sulla fascia sinistra. Ci sono altre individualità che potrebbero emergere ma la compattezza resta il principio attorno a cui ruota tutto il gioco australiano. Chi ha visto le amichevoli prima del Mondiale ha notato come l’Australia sappia soffrire e coprire il campo senza perdere la testa. La povertà di talento offensivo però la costringe a vivere di episodi e la rende prevedibile quando deve costruire. In un raggruppamento così livellato, essere difficili da battere può non bastare se non si sa anche colpire. Essere stati sorteggiati in quello che probabilmente è il più equilibrato dei dodici gironi mondiali, infatti, potrebbe non aiutare: la classifica per le migliori terze è tremendamente crudele e tende a penalizzare i gironi più livellati. In un gruppo così equilibrato, anche pochi dettagli potrebbero fare la differenza. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Se restano agganciati alla qualificazione fino all’ultima giornata ed escono dal girone con la sensazione di essere una squadra compiuta, non soltanto resistente. Per l’Australia, superare il turno sarebbe già un risultato significativo: la conferma che l’organizzazione e la disciplina possono ancora reggere l’urto contro avversari più quotati e più attrezzati sul piano del talento. Turchia La Turchia è la nazionale più affascinante del girone, perché unisce talento, gioventù e una certa incostanza tipica delle squadre che vivono più di ispirazione che di struttura. Vincenzo Montella ha il merito di aver dato una cornice al caos, ma il nodo resta quello di sempre: come mettere insieme la “generazione 2005”, composta da Arda Güler e Kenan Yildiz, senza perdere equilibrio. Se ci riesce, la Turchia può essere la sorpresa; se no, diventa una squadra splendida a tratti e vulnerabile troppo spesso. Proprio il trequartista del Real Madrid, il 21enne Güler, è un vero piacere da vedere e può essere uno dei giocatori più applauditi del torneo visto che sa accentrarsi per creare spazi e tirare con il piede sinistro. Se il talento individuale è la principale risorsa di del tecnico napoletano, la fragilità sistemica potrebbe essere il tallone d’Achille che condanna la squadra: la Turchia può entusiasmare in un tempo e smarrirsi nel successivo, soprattutto se la partita chiede prudenza. Lo abbiamo visto nelle qualificazioni, iniziate con una sconfitta casalinga per 6-0 contro la Spagna e finite con una concretezza inimmaginabile nel settembre del 2024. È una squadra che promette più di quanto garantisca, e proprio per questo va presa sul serio. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Per la Turchia passare il turno è il minimo sindacale. Il vero obiettivo è capire fin dove possa arrivare una delle generazioni più interessanti prodotte dal calcio turco negli ultimi anni. Il terzo posto del 2002 resta lontanissimo, ma Montella ha l'occasione di dimostrare che questa squadra può essere qualcosa di più del solo bel gioco. Sarebbe anche una rivincita personale per un allenatore che in Italia non ha mai raccolto tutto il credito che riteneva di meritare. Gruppo E Germania, Ecuador, Costa d'Avorio, Curaçao a cura di Andrea Trapani Germania La Germania arriva a questo Mondiale con un’idea semplice e quasi brutale: smettere di raccontarsi in crisi di identità e tornare a essere temibile. Per centrare questa ambizione il tecnico Julian Nagelsmann le ha dato una forma elastica e molto offensiva, ben poco tradizionale insomma, con Musiala e Wirtz a fare da ponte tra la costruzione e l'ultimo terzo di campo; il problema, però, è che le squadre troppo belle sulla carta spesso diventano fragili quando la partita diventa difficile. Dopo anni di cadute premature, due volte di fila al primo turno, i tedeschi non possono più permettersi l’alibi del cantiere aperto: hanno qualità, esperienza e giocatori che impongono il passaggio del turno senza discussioni. Il talento non manca in nessun reparto, con due fuoriclasse creativi che possono cambiare una partita da soli e una struttura che sa dominare il possesso. Situazioni che dovrebbero garantire il predominio nel girone. Peccato che, a condizionare tutto il movimento, ci sia la memoria recente delle ultime esperienze in Russia e Qatar: la Germania non ha più la consueta corazza psicologica, e ogni volta che il torneo chiede sangue freddo contro un avversario organizzato, riaffiora la possibilità di inciampare. In sintesi: tante armi, ma ancora una certa fragilità che riaffiora nei momenti di pressione. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Per una Germania così, vincere il girone sarebbe soltanto l’inizio. Il suo Mondiale comincia davvero dai quarti e si misura nelle ultime giornate del torneo. Arrivare almeno sul podio significherebbe dare finalmente un senso compiuto alla ricostruzione avviata dopo le eliminazioni premature in Russia e Qatar. L’obiettivo, più che il risultato in sé, è tornare a occupare il posto che ha sempre avuto nel calcio mondiale: quello della squadra che gli altri affrontano con rispetto e studiano con apprensione, non quello della favorita dai piedi d’argilla che inciampa al primo ostacolo. Per liberarsene non bastano le buone intenzioni: serve arrivare fino in fondo. Curaçao È la prima volta assoluta al Mondiale e già questo basterebbe a fare festa per mesi. Curaçao è la favola di questo torneo, ma una favola scritta con il rigore del calcio olandese e non con il sentimentalismo. L'influenza della scuola di Amsterdam è evidente: Curaçao ha giocato con un 4-3-3 durante le qualificazioni, cercando di costruire il gioco con pazienza partendo dalla difesa. In questo contesto il 30enne Juninho Bacuna è il simbolo di un gruppo piccolo ma curioso, tecnicamente più attrezzato di quanto si possa immaginare guardando soltanto il nome sulla cartina. Dal canto suo Dick Advocaat ha portato esperienza, ordine e una certa ironia del destino: un tecnico di lungo corso per una nazionale che sta costruendo la propria identità proprio grazie alla disciplina e alla formazione ricevuta nei vivai dei Paesi Bassi dove son nati praticamente tutti i giocatori in rosa. L’analisi tecnica di una squadra così nuova sul palcoscenico mondiale però si scontra con la realtà. Se l’entusiasmo di una debuttante che non ha nulla da perdere e può giocare ogni minuto come fosse un regalo è un vantaggio nei novanta minuti di gioco, il divario fisico e qualitativo rispetto alle tre avversarie potrebbe costare carissimo. In un girone così competitivo, ogni errore pesa doppio, ogni ingenuità rischia di essere pagata immediatamente. Curaçao può anche sorprendere per un tratto di gara, ma reggere la lunga distanza è un’altra storia. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Per Curaçao il Mondiale comincia da obiettivi più semplici e forse più sinceri: segnare almeno un gol, strappare un punto, evitare il ruolo della comparsa. Ma il vero successo non si misurerà nella classifica. Si misurerà nella capacità di uscire dal torneo lasciando qualcosa di più di una curiosità statistica. Dimostrare di meritare quel posto conquistato nelle qualificazioni, e di appartenere davvero a questo livello, sarebbe già una vittoria. Costa d’Avorio La Costa d’Avorio è la la squadra che meglio combina forza e qualità in tutto il girone, visto che può schierare in campo tanti muscoli, tanto talento e una forte base tecnica che può diventare molto fastidiosa se trova continuità. Emerse Faé ha un gruppo competitivo, ricco di giocatori che conoscono i ritmi alti del calcio europeo e che possono fare male in avanti con velocità e imprevedibilità. Il problema è che non siamo ai tempi della generazione di Drogba e Touré: questa è una selezione forte, sì, ma non ancora a quel livello. E nelle gare mondiali la differenza tra forte e memorabile si vede. Per questo è stato scelto un solido 4-3-3 per tutta la Coppa d'Africa, puntando sulla qualità dei loro centrocampisti centrali, con Sangaré, Franck Kessié, Seko Fofana e il ventenne Christ Inao Oulai in lizza per un posto da titolare. Amad e Diomande rappresenteranno una minaccia sulle fasce, ma il commissario tecnico Faé avrà la possibilità di schierare giocatori più esperti come Nicolas Pépé. La loro forza resta quella di unire intensità e qualità senza dover scegliere tra le due, con profili che possono sostenere entrambe le fasi di gioco. A pesare su questi equilibri l’assenza di un riferimento assoluto, di quel giocatore che in un torneo sposta la soglia delle aspettative. La Costa d’Avorio può battere tutti nel girone, anche la Germania, ma può anche perdersi nella propria generosità se la partita le chiede pazienza e metodo. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Gli ottavi sono il minimo sindacale. Il punto, per la Costa d’Avorio, è capire cosa fare dopo. Se gli ivoriani arrivassero ai quarti avrebbero già spostato in avanti il confine delle aspettative. Rispettare il pronostico interessa fino a un certo punto: l’ambizione è smettere di essere una nazionale pericolosa e diventare una nazionale che lascia il segno. L’asticella, in fondo, è chiara: fare meglio di tutte le Costa d’Avorio che si sono viste ai Mondiali. Per una squadra con questo talento, non è una richiesta irragionevole. Ecuador Se c'è una squadra scomoda nel girone, quella è l'Ecuador. Ha difensori forti, centrocampisti aggressivi e un’identità molto chiara capace di compattarsi e rompere il ritmo altrui. Moisés Caicedo è il cuore del sistema, il giocatore che dà ordine a una squadra che concede pochissimo e soffre ancora meno. Willian Pacho del Paris Saint-Germain e Piero Hincapié dell'Arsenal offrono un'ottima solidità difensiva, con Caicedo a fare da schermo davanti alla difesa; a sua volta il ventunenne difensore del Club Brugge, Joel Ordóñez, è una promettente giovane stella. Il limite è nella fase offensiva: tanta intensità, poca fantasia, e una dipendenza ancora notevole dalle giocate di Enner Valencia, che resta utile ma non eterno. A 36 anni non può più reggere da solo il peso dell'attacco. L’Ecuador rimane una squadra che può far male alle favorite se la partita si incancrenisce, ma fatica quando deve inventare contro blocchi bassi e avversari pazienti. Un altro problema potrebbero essere le condizioni climatiche: nelle qualificazioni hanno subito solo cinque gol in 18 partite, complice anche l'altitudine di oltre 2.700 metri sul livello del mare che caratterizza le gare casalinghe. I campi del Missouri, del New Jersey e della Pennsylvania offriranno condizioni molto diverse da quelle a cui la nazionale è abituata. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Superano il girone senza affidarsi a un episodio o a una serata irripetibile. L’Ecuador sa esattamente cosa può fare e cosa no. Se la sua difesa continuerà a essere una delle più difficili da scardinare del torneo, gli ottavi non saranno un traguardo ma una tappa. Il punto è provare ad andare oltre il 2006, che resta il massimo della sua storia mondiale. Gruppo F Paesi Bassi, Giappone, Tunisia, Svezia a cura di Enrico Veronese Paesi Bassi Ormai non ci crede più quasi nessuno, dei superstiti degli anni Settanta e del 1988, a sfatare la maledizione mondiale per i Paesi Bassi. Ogni volta la rosa è competitiva, il percorso lineare, e poi succede d’incocciare l’ostacolo quando tutto pareva spianato. Adesso è Ronald Koeman, uno dei pilastri della seconda stagione aurea per gli Oranje, a tirare le redini dell’undici federale: già l’attacco compendia svariate soluzioni potenzialmente efficaci, con la mezza stagione trionfale di Donyell Malen e le solite certezze intermittenti (Cody Gakpo, Memphis Depay, Wout Weghorst). A centrocampo dominano i piedi buoni di Tijjani Reijnders e la razionalità cristallina di Frank de Jong, ma manca forse il guizzo capace di portare il team fuori dagli assi cartesiani. Difesa sperimentata in Premier, da Virgil van Dijk a Micky van de Ven, da Nathan Aké a Jurriën Timber, più la variabile Denzel Dumfries. Bart Verbruggen viene dalla scuola di portieri che un tempo sciorinava fantasisti clamorosi o leader silenziosi. Insomma, la solita Olanda. Che proprio perché scettica potrebbe riuscire a farsi più spazio del pensato: prima o poi dovrà succedere, si dice. Ma se la scintilla dell’imprevedibile non venisse accesa da Noa Lang o Justin Kluivert, da Ryan Gravenberch o da un Teun Koopmeiners in cerca di riscatto, resterà un lavoro a metà. Fossi nelle altre pretendenti, mi accerterei di non incontrarla. Ma vale anche viceversa: già nel girone meglio risolvere subito le pratiche, che non sono già sbrigate. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Viene data per favorita nel suo gruppo, e probabilmente lo è. Ma appunto, prima le gare vanno giocate: esordire contro il Giappone è un’arma a doppio taglio, se gli arancioni non riusciranno a vincere dovranno provare a farlo contro Svezia e Tunisia. La sconfitta con l’Algeria in amichevole non dovrebbe pregiudicare il prosieguo: ma ora sanno di dover lavorare, per arrivare almeno ai quarti, obiettivo possibile (né acquisito, né sufficiente). Se non sarà tra le quattro, sarà tra le otto. Giappone Quattro anni fa stese Germania e Spagna, prima di uscire ai rigori contro la Croazia. La generazione nipponica volge al tramonto, fra segnali di ricambio e un invisibile spettro di distanza e soggezione, specie per un campionato davvero mai ripartito dopo le gesta degli anni Novanta. Il coach Hajime Moriyasu ha pescato ovunque per allestire i prescelti, con occhio di riguardo per club quotati come il Liverpool, il Bayern Monaco, l’Ajax, Celtic e Feyenoord, Real Sociedad e Friburgo. Forse è l’ultima occasione per questo blocco di compiere più strada, lasciandosi alle spalle ingenuità e amnesie: magari andrebbe svelato il valore di convocare ancora Yūto Nagatomo alle soglie dei quarant’anni, e c’è di che sperare nell’esplosione definitiva di Takefusa Kubo, ma è soprattutto la nidiata orientale in forza a Glasgow che può cambiare un tema già scritto, stavolta con Daizen Maeda. Per il resto, molti personaggi in cerca d’autore che sanno di dover andare a mille, di seguire precisi schemi tattici e di ridurre al minimo i rischi di essere infilati. La carta a sorpresa, si fa per dire, è Kōki Ogawa, undici reti in quindici partite disputate con la Nazionale: ma non è più come un tempo, quando il calcio del Sol Levante rappresentava un “pianeta” da scoprire prendendone le misure. E visti i chiari di luna, forse da quelle parti qualcuno sperava in un barrage meno serrato che non la Svezia: tutto in novanta minuti, sperando di resistere all’Olanda e di non stentare con la Tunisia. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Uscire ai sedicesimi, agli ottavi, ai quarti illude in maniera differente la platea. Il bello della partita senza appello sta nell’arrivarci al massimo, e ci sta che ci si possa amministrare. Il resto lo fanno le rose lunghe, e le intuizioni dell’ultima ora. In valori assoluti il Giappone non coverebbe troppe speranze di affacciarsi di là del primo confronto diretto, ma nell’arco di un mondiale è tra le squadre che possono trovare sfrontatezza e freschezza atletica in grado di fare la differenza. Svezia È arrivata in Messico e Texas battendo Ucraina e Polonia, avversarie del suo livello. Ma la Nazionale allenata da Graham Potter deve far fronte con uno status quasi inedito, ovvero un discreto disavanzo di considerazione e hype non già verso la solita Danimarca, qui assente, quanto nei confronti dell’arrembante Norvegia per la supremazia scandinava. La storia del calcio tuttavia conta: e quando un Mondiale chiama, l’eredità risponde. Anche se le sembianze gialloblu hanno cambiato pelle, accogliendo sempre più svedesi di seconda generazione e facendoli portabandiera: uno per tutti, Viktor Gyökeres, venti goal in trentatre partite e una Premier League nel suo appannaggio, con la Champions sfumata giusto in finale. Ma la Svezia non si ferma alla punta dell’Arsenal: stanno sbocciando tutti assieme Anthony Elanga del Newcastle, Benjamin Nygren del Celtic, Lucas Bergvall del Tottenham, Daniel Svensson del Borussia Dortmund. Se l’attacco dà ampie garanzie teoriche, in mezzo traspare poco genio e tanta funzionalità: il paragone con una nota impresa di arredamento viene da sé. E con accoppiamenti “leggibili” quanto a gerarchie, il focus sarà la partita di Dallas contro il Giappone, ovvero l’ultima giornata in calendario: se gli uomini di Potter ingraneranno progressivamente, e se il centravanti di origine ungherese vivesse un momento Kenneth Andersson (o anche solo da Tomas Brolin più continuo), potranno a ragione sfiorare i fasti vissuti sempre negli Stati Uniti trentadue anni fa. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… È seriamente difficile sostenere ora che la Svezia tornerà a casa dopo le tre partite del primo gruppo. I nordeuropei hanno aggiunto qualche stella a un telaio affidabile, e si candidano a mezza sorpresa negli scontri diretti che inizieranno a fine mese. Molto dipende appunto dal Giappone, ma la magnanimità del regolamento facilita una loro promozione contemporanea. Gli ottavi dovrebbero essere quindi una prospettiva abbastanza realistica, ma conviene andare prudenti e vivere alla giornata. Tunisia Libia a parte, ci sarà tutta l’Africa mediterranea ai Mondiali. In Messico, ad esempio, stazionerà l’habitué Tunisia, che dopo l’addio di Wahbi Khazri appare vaso di coccio tra vasi di ferro: ma proprio per questo giocherà a mente libera, senza l’ossessione del risultato a ogni costo. Come quattro anni fa, quando batté la Francia e pareggiò con la Danimarca, ma non le fu sufficiente. Provenienze dal retrobottega europeo, età media non alta e briciole di futuro da conquistare per i singoli sono i caratteri del suo impegno. Tra gli effettivi, occorre segnalare il difensore Montasser Talbi con i mediani Ellyes Skhiri e Hannibal Mejbri (scuola United), protagonisti rispettivamente con Lorient, Eintracht Francoforte e Burnley. Ciò che rimane del retaggio è un po’ della paura di non prendere imbarcate, motivata dalla recente e pesante sconfitta contro il Belgio in amichevole. Qualcosa di apparentemente oggettivo lascia intendere che non saranno i “cartaginesi” a far avanzare ancor più il calcio africano, dopo le illusioni dei decenni precedenti; ma siccome il calcio vive di episodi, il futuro può cambiare non essendo ancora stato scritto. Un occhio ai campi, un occhio ai tavoli del calciomercato per i suoi giovani -già europei di fatto- dalle belle speranze: un contratto triennale cambia la vita a intere famiglie. Al selezionatore Sabri Lamouchi, vecchia conoscenza del pubblico parmigiano e interista, il compito di portare i suoi ragazzi all’altezza dei sogni di una nazione diffusa. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Stupire sarebbe già un successo. E presentarsi nella griglia di partenza senza réclame può essere un buon viatico per iniziare con sicurezza, come in alcune delle scorse edizioni. L’oggettività sposta il pronostico altrove, per complesso (Paesi Bassi), stelle (Svezia), imprevedibilità (Giappone): ma se i risultati buoni dovessero arridere da subito, la carica diventerebbe possibile. E il premondiale -altrui- insegna che l’edizione 2026 è in grado di manifestare valori reali più livellati rispetto alla logica. Gruppo G Belgio, Iran, Egitto, Nuova Zelanda a cura di Andrea Trapani Belgio I Red Devils non ci sono più. I belgi arrivano al Mondiale con il passo di una squadra solida che non ha più l’illusione della gioventù, ma conserva abbastanza talento per meritare rispetto. Rudi Garcia ha messo insieme un gruppo esperto, dove De Bruyne, Lukaku e Doku rappresentano ancora il cuore della squadra, anche se il tempo ne ha smussato certezze e muscoli. È una nazionale che non può più fingersi favorita assoluta, ma ha ancora la struttura per dominare la classifica del proprio girone. La qualità sulla trequarti rimane una delle doti migliori su cui puntare: De Bruyne vede linee che altri non vedono, Doku cambia l’inerzia delle partite con il dribbling, Lukaku resta una presenza che obbliga le difese a pensare in anticipo e De Ketelaere rappresenta un'interessante alternativa. Fa da contraltare la sensazione da “fine della storia”, con una retroguardia meno impenetrabile di un tempo e una squadra che non può mantenere sempre ritmi alti per novanta minuti. Hanno un buon potenziale offensivo, ma mancano difensori all'altezza di Kompany, Alderweireld o Vertonghen, ovvero quelli di una generazione che avrebbe voluto vincere ma non l’ha mai fatto. Il Belgio conserva ancora qualcosa da grande squadra, ma non più la certezza di esserlo davvero. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Nove punti nel girone sono l'obbligo, non l'obiettivo. Il Belgio deve arrivare agli ottavi di finale senza affanni e con abbastanza energie per allungare la corsa. Per anni è stata la squadra delle promesse, delle classifiche Fifa e dei "questa volta è quella buona". Non è mai arrivata. Adesso che la generazione d'oro è quasi un ricordo e che le aspettative si sono abbassate, vincere sarebbe il più ironico dei finali. Il calcio, ogni tanto, si diverte così. Egitto L’Egitto è la squadra che porta in dote il giocatore più forte del girone: Mohamed Salah. E come spesso accade con lui, tutto comincia e finisce lì, o quasi. Hossam Hassan ha costruito una nazionale che sa stare bassa, correre in verticale e aspettare il momento giusto per colpire, senza vergognarsi di concedere il pallone. È un Egitto meno nobile del suo simbolo, ma più concreto di tante versioni precedenti. Per convivere con questo squilibrio tra uno dei migliori giocatori al mondo e una rosa meno brillante, Hassan ha scelto una strada semplice: sfruttare al massimo ogni occasione creata. Una transizione, una palla pulita a Salah, una giocata di Marmoush e la partita può cambiare volto. Un esempio? In Coppa d’Africa hanno vinto contro la Costa d'Avorio, trasformando un possesso palla di appena il 29% in tre gol, dimostrando così di trovarsi a proprio agio nel giocare in contropiede. Dall’altro lato, questo rappresenta anche un enorme limite visto che la dipendenza dal talento di uno o due uomini di solito complica i piani se qualcosa va storto. La scelta però è chiara: alternare il 4-2-3-1 a un centrocampo a rombo che permetta di schierare Salah e Marmoush come coppia d'attacco. Se invece si trasforma in una gara di nervi, l’Egitto può diventare pericoloso. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Il loro Mondiale passa dalla fase a eliminazione diretta. Non tanto per il risultato in sé, quanto per il significato: dimostrare che l'Egitto non coincide con Salah e dieci comprimari. Il girone offre l'occasione per riuscirci. Da lì in avanti, invece, comincerebbe il territorio delle sorprese. E le sorprese, per definizione, non si programmano. Iran L’Iran non regala nulla, si chiude con disciplina e prova a tenere il match su binari stretti. Il gruppo su cui si basa la rosa ha esperienza, una certa abitudine alle tensioni e una struttura che non cerca il bel gioco come fine, ma come conseguenza possibile. Mehdi Taremi è il riferimento offensivo, il giocatore che può dare qualità e mestiere a una squadra altrimenti molto votata al contenimento. Certo, la squadra ha perso per le sue posizioni politiche Sardar Azmoun, a lungo raccontato come il “Messi di Teheran”, che nella sua esperienza italiana dimostrò che quel soprannome era probabilmente troppo pesante da portare. Ma c’è da andare oltre e giocare al meglio, superando anche le difficoltà logistiche legate ai visti per gli Stati Uniti: la nazionale iraniana sa soffrire, sa leggere le partite e spesso sa trascinarle dove vuole. Manca però creatività negli ultimi trenta metri, un limite che rende l’Iran molto dipendente dagli episodi e dalle singole invenzioni. Contro avversarie più forti, la squadra rischia di restare troppo a lungo in modalità sopravvivenza. L'approccio tattico del tecnico Ghalenoei rimane infatti piuttosto conservativo, il che non sorprende vista la forte influenza di Carlos Queiroz in otto anni di guida tecnica della squadra. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… La seconda fase sarebbe già un successo. L’Iran non l’ha mai raggiunta e difficilmente ci arriverà facendo spettacolo. Dovrà farlo come ha sempre fatto le cose migliori: soffrendo, concedendo poco e restando dentro le partite fino all’ultimo. In un calcio che premia quasi sempre i più forti, sarebbe un modo efficace per ricordare che esistono anche altre strade. Come quella del ripescaggio delle migliori terze. Nuova Zelanda La Nuova Zelanda è una squadra che arriva al Mondiale con poche illusioni. Le amichevoli di questi mesi hanno mostrato i limiti nascosti dietro una qualificazione troppo facile nel continente oceanico: due gol in dieci partite internazionali dimostrano i limiti di un movimento che, nonostante abbia giocatori in tutto il mondo, sembra ancora condizionato dalla scarsa competitività continentale. In tutto questo Chris Wood è il volto e il corpo del progetto: centravanti d’area, leader, simbolo di una nazionale che non ha bisogno di fingere di essere altro. Per questo il tecnico Darren Bazeley ha disegnato una squadra ordinata, molto diretta, poco incline ai voli pindarici: si difende con onestà, si affida al gioco aereo e spera di tenere la partita viva il più a lungo possibile. La compattezza e la semplicità, virtù spesso sottovalutate nei tornei lunghi, possono aiutare la squadra neozelandese nel giocare al meglio le partite con Egitto e Iran. Rimane forte il divario tecnico con le altre tre, Germania in primis, che costringerà la squadra a difendersi quasi sempre nei novanta minuti. Come uscirne? Sarà dura. Se Wood non riceve palloni giocabili, la squadra faticherà a trasformare la sua buona volontà in qualche pericolo concreto. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Restano vivi fino all’ultima giornata e costringono almeno una delle favorite a sudare più del previsto. Per una nazionale che beneficia dell’allargamento del torneo e di un percorso di qualificazione molto più morbido rispetto ad altri continenti, sarebbe già un modo per giustificare la propria presenza sulla scena mondiale. Non serve l’impresa. Basta evitare il ruolo della comparsa. Gruppo H Spagna, Uruguay, Arabia Saudita, Capo Verde a cura di Enrico Veronese Spagna La favorita numero uno, o due, o tre. Una produzione continua di future pietre miliari. La prepotenza dei club maggiori, ma anche l’assenza dei calciatori del Real Madrid (molto straniero) tra i convocati. La Spagna non vince il Mondiale dal 2010 ma ha sempre dato l’impressione di poterlo fare ancora: per esempio, aggiudicandosi due campionati europei e dominando nei ranking . L’organico a disposizione di Luis de la Fuente è di primissimo ordine, se si pensa a coloro che rimarranno a guardare: Dean Huijsen, per esempio, o Dani Carvajal, Alejandro Balde, Robin Le Normand, Pablo Barrios, Ander Barrenetxea, Gabri Veiga, Oihan Sancet... Per non dire dei giovani in rampa, come il comasco Jacobo Ramón. Dentro invece ci saranno tanti Paesi Baschi, con Mikel Merino, Martín Zubimendi, Mikel Oyarzabal, Nico Williams, il portiere Unai Simón. E tantissimo Barcelona: Lamine Yamal, ovviamente, più Pedri, Gavi, Pau Cubarsí, Dani Olmo, Ferran Torres, Eric Garcia. Dalle big d’Inghilterra arrivano anche David Raya, Marc Cucurella, Pedro Porro, Yéremi Pino e il capitano nominale, Rodri. Almeno tre blocchi da unire -con stelle sparse, come la tecnica parigina di Fabián Ruiz- ma non è mai stato un problema: l’assetto è quello del 2024, l’ultimo Europeo vinto proprio contro gli inglesi. L’intenzione è la medesima, tenere la palla e giocare sempre bene. Forse la più “squadra”, fra le tre indiziate prioritarie: e proprio per tale motivo è il primo nome da spendere, sopra le finaliste del dicembre 2022. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Ciò premesso, in Spagna sono consapevoli che niente è dato, e che piazzarsi nel novero di chi se la giocherà fino all’ultimo sarebbe già una conferma della valutazione generale di eccellenza. Avrà vinto se alzerà la Coppa, ovviamente; avrà perduto se non si dovesse “iscrivere” alle semifinali. Il girone offre subito l’agevole Capo Verde, quindi l’Arabia Saudita ormai convitata al tavolo che conta, infine un Uruguay ostico per definizione: tuttavia niente di davvero insormontabile per la Roja. Capo Verde Esordiente assoluto, l’arcipelago della morna e di Cesaria Evora si candida a squadra simpatia dell’intera competizione, per mistero esotico, stile di vita e inediti voli low cost. In campo, solo sei dei convocati militano nella Primeira Liga portoghese che sarebbe d’elezione, data la lingua e il passato di dipendenza; e dal portiere Vozinha al difensore Stopira (ricordando il goal di Yannick nella Francia 1986), dal regista Jamiro Monteiro al centravanti Garry Rodrigues, fino al capitano Ryan Mendes, sono molti gli over 30 ai quali il ct Bubista ha concesso una tardiva ribalta internazionale, quasi un premio alla carriera. Essi costituiscono l’ossatura della spedizione, che vede nell’ex laziale e salernitano Jovane Cabral e nell’ex punta dell’Hellas Verona, il “ballerino” Dailon Livramento -un goal al Napoli di Antonio Conte, poi scudettato- gli elementi più noti all’estero. Un sorteggio sfortunato riduce le chance -già minime- di gettare campate oltre lo sbarramento iniziale, ma lo spirito con il quale gli isolani si presentano in Texas e Georgia è quello che il calcio dovrebbe recuperare: festa, gioia, unità e colore, che traspaiono dal consueto video promozionale della Federazione e diventa il principale motivo per cui un po’ in tutto il mondo le partite e i risultati degli “squali blu” saranno accolti con benevolenza. Attenzione però: il 3-0 in amichevole alla Serbia dice che Capo Verde non dovrebbe essere né un materasso, né una formalità per chi vanta maggiori credenziali. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Lo ha già vinto partecipando, dopo una qualificazione esaltante e sorprendente, figlia dei quarti di finale alla Coppa d’Africa 2023. Ma ovviamente i Tubarões Azuis non vorrebbero fermarsi qui: la pallina non è stata benevola, anzi, regalando un debutto da brivido contro Yamal e Williams, o la sfida all’Uruguay che ha fatto la storia del calcio. Ma siccome ne possono passare anche tre, gli uomini di Bubista daranno tutto contro l’Arabia Saudita (comunque più “avanti”) per prolungare l’incredulità. Arabia Saudita La grande questione è quanto la Roshn Saudi League, il campionato più danaroso del mondo da qualche anno in qua, abbia cambiato anche i calciatori locali, e di conseguenza la lista della nazionale. La scorsa edizione, nel “vicino” Qatar, aveva fatto il botto sconfiggendo l’Argentina poi campione: il goal di Salem al-Dawsari era stato tra i più belli, ma lui e i suoi colleghi si sono fermati contro Messico e Polonia, rimanendo al palo. Quattro anni di crescita dopo, ci si aspetta che la rosa scelta da Giōrgos Dōnīs abbia interiorizzato princìpi e modalità del calcio internazionale: a esclusione di Saud Abdulhamid, terzino ex romanista in forza al Lens, tutti giocano in patria, più o meno titolari nei rispettivi club infarciti da glorie occidentali. E stavolta, tra i chiamati in causa, c’è anche Fahad al-Muwallad che nel 2022 era stato tagliato per doping. Per il resto il portiere è “fresco”, al-Rubaie dell’Al-Hilal con sole otto presenze; in difesa ci sono sempre il suo compagno di club Hassan al-Tambakti e Ali al-Bulaihi dell’Al-Shabab, mentre in mezzo il totem è Mohamed Kanno, bandiera allenata da Simone Inzaghi. Davanti attendono rifornimento Firas al-Buraikan, Saleh al-Shehri, Abdulrahman Ghareeb: nomi ai quali le grandi platee non sono ancora affezionate, ma che nel contesto sono capaci di compattarsi per dimostrare che i lustrini degli sceicchi non coprono solo avventurieri da ogni dove. Di qui a farne una sicura protagonista negli Stati “confederati” del sud, ancora ce ne corre. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Vale quanto detto per Capo Verde, con un surplus d’esperienza in più, non legata solo alle età (anzi). I calciatori sauditi sono più avvezzi a giocare con campioni di altri livelli, gli africani invece bazzicano facilmente le seconde linee dei tornei europei. Se l’Arabia dovesse strappare un punto all’Uruguay, o addirittura alla Spagna, si metterebbe in una condizione migliore per ambire al ripescaggio, che naturalmente non è “dovuto” alla terza di ciascun gruppo: ciò che verrà di più sarà un regalo. URUGUAY Un campione vero, Federico Valverde. Un futuro importante dietro le spalle per Darwin Núñez e Giorgian de Arrascaeta. Leader tecnici e caratteriali: Manuel Ugarte, Rodrigo Betancur, Nicolás de la Cruz, i due Araújo. La difesa piazzata davanti a Sergio Rochet, con José María Giménez, Guillermo Varela, Mathías Olivera. Ma soprattutto, l’impasto in mano a Marcelo Bielsa: l’asso dell’Uruguay sta in panchina, con il suo carico di rivincite, le sue idee di calcio, la considerazione globale e la curiosità di vedere ogni volta cosa combina. Il tecnico argentino si trova ad avere a che fare con materiale probabilmente di grana inferiore a quanto trattato dal local guru Washington Tabárez fino alle semifinali del 2010 e ai quarti del 2018, ma quando si parla della Celeste scorre sempre il brivido di trovarsi davanti a un monumento dalle ben precise caratteristiche agonistiche (la garra charrúa, prima che diventasse un meme di Daniele Adani) e obiettivi tanto precisi quanto evidenti: giocarsi partita per partita senza complessi di inferiorità. Paradossalmente, la società di club che dà più elementi a questa rappresentativa dalla forte tempra è il Flamengo, storico simbolo di calcio offensivo nel Brasile e non solo: un contrappasso che certo fa piacere al mentore in panchina, abituato a muoversi bene tra i contrasti e le contraddizioni. In un girone con gerarchie chiare, Bielsa non vede sicuramente l’ora di raggiungere la Spagna all’ultima, magari a pari punti, per veder prevalere la sua scuola. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… L’Uruguay può vincere il Mondiale? Molto probabilmente no. Allora è lecito domandarsi dove può arrivare, e come questo risultato verrebbe percepito dal suo pubblico esigente, nonché dal consesso dei pundit: la semifinale di Edinson Cavani e Diego Forlán sarebbe sì un successo, il quarto di Luís Suárez e Nahitan Nández forse normale ménage. Fare meno di così aprirebbe processi a Montevideo, con il mago Bielsa primo degli accusati e in predicato di cambiare aria. Ma prima bisognerà arrivarci. Gruppo I Francia, Senegal, Norvegia, Iraq a cura di Giovanni Battistuzzi Francia Il ct della Francia, Didier Deschamps, ha a disposizione la difesa più forti del torneo, uno degli attacchi più forti del torneo e un ottimo centrocampo. Troppa grazia Sant’Antonio? No, non c’è mai troppa grazia. I Blues sono forti, fortissimi, talmente fortissimi che o azzannano il torneo e lo fanno diventare una marcia trionfale, una Marsigliese suonata a palla, oppure si azzannano da soli. E se si azzanneranno da soli sarà perché l’unità del gruppo sarà saltata a causa di chi la stampa francese continua ad accusare di essere più bravi a scassare lo spogliatoio che a trascinare la squadra. Chi sono? Piccolo indizio: giocano al Real Madrid. Didier Deschamps è al suo quarto Mondiale alla guida dei Bleus, dovrebbe essere l’ultimo. Ha l’opportunità di eguagliare il record di Mario Zagallo e Pelé, gli unici giocatori ad aver vinto tre titoli mondiali (tra campo e panchina). Per farlo punterà su un 4-2-3-1 con tanta velocità, tanta forza fisica e tanti dribbling. E hanno pure risolto il problema del centravanti lungagnone da buttare nella mischia qualora le cose andassero male: c’è Jean-Philippe Mateta. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… se vince il Mondiale. È probabilmente la Nazionale più forte del torneo. Iraq Quarant'anni dopo la sua prima partecipazione a un Mondiale, in Messico, alla Coppa del mondo l’Iraq ci è arrivato dopo un lunghissimo cammino di qualificazione durato 21 partite, l’ultima contro la Bolivia nello spareggio intercontinentale: il risultato è stato di 2-1. Qualificazioni iniziate con lo spagnolo Jesus Casas in panchina e finite con l'australiano Graham Arnold. Il ct della Nazionale irachena (alla seconda esperienza iridata dopo Qatar 2022 alla guida dell'Australia) è convinto che l'abitudine a giocare ad alte temperature sarà un vantaggio per i suoi giocatori. Basterà? Difficile. Attorno a Aymen Hussein, il leader della squadra e il giocatore più dotato tecnicamente non c’è granché. Un giocatore interessante è Zidane Iqbal, centrocampista tanto talentuoso quanto svogliato e ondivago. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… riesce a portare a casa almeno un pareggio. È però missione assai complicata. Norvegia L’ultima volta che la Norvegia ha giocato i Mondiali di calcio fu nel 1998. Due epoche calcistiche fa. In Nord America la Nazionale norvegese però ci va da squadra pronta a fare un’ottima Coppa del mondo. Perché ha uno dei migliori attacchi della competizione (Mondiae ci è arrivata segnando 37 gol in 8 partite nelle qualificazioni) con al centro il centravanti più forte al mondo Erling Haaland. È proprio l’attacco il punto di forza del 4-3-3 di Stale Solbakken che è un 4-3-3 spesso solo sulla carta visto che sulla fascia destra c’è Alexander Sorloth che fa il centravanti pure lui, ma in Nazionale si impegna a fare l’ala. Martin Ödegaard è il cervello della squadra, Antonio Nusa l’uomo che a sinistra può fare la differenza. Se questi quattro giocano come sanno giocare, la Norvegia è un ciclone. Il problema della Nazionale di Solbakken è la difesa, non eccezionale per interpreti, ma che per attenzione e diligenza riesce a mettere una pecca al non eccezionale talento. La presenza di Sander Berge sarà importantissima. Il mediano del Fulham è un centrocampista capace di recuperare palloni e dare alla squadra equilibrio. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… riuscirà ad arrivare ai quarti di finale. Le semifinali però non sono utopia. Senegal Il Senegal è la Nazionale più forte del calcio africano, vincitrice dell'ultima Coppa d'Africa a gennaio sul campo contro il Marocco (1-0 ai supplementari) prima di vedersi revocare il titolo dal comitato d'appello della Caf in attesa della decisione del Tas. In Nord America arriva con la convinzione di poter fare benone e la fiducia di chi sa di avere il talento necessario per poter stupire. Attenzione però all’eccesso di convinzione e fiducia perché potrebbe essere il vero problema di questa squadra. Fisicamente e tecnicamente il Senegal è inferiore solo alla Francia nel girone. Sadio Mané, Idrissa Gueye, Kalidou Koulibaly ed Édouard Mendy sono giocatori di livello mondiale. Al loro fianco c’è un gruppo di giovani di ottime prospettive, a partire dal centrocampista Lamine Camara del Monaco, dall’attaccante Assane Diao del Como e dal terzino sinistro del West Ham, El Hadji Malick Diouf. La fragilità della Nazionale allenata da Pape Thiaw è lo spogliatoio, spesso instabile per umore nelle difficoltà. Sadio Mané è il collante, la guida, il riferimento di tutti. La speranza per il ct è che possa bastare. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… I quarti sono alla portata del Senegal, spingersi più in là potrebbe essere difficile. Molto, se non tutto, dipende dalla prima partita. La Nazionale africana incontra la Francia, dovesse perdere malamente potrebbe rendere la gestione dello spogliatoio molto complicata. Gruppo J Algeria, Argentina, Austria, Giordania a cura di Giovanni Battistuzzi Algeria La Nazionale dell’Algeria è divisa tra un passato eccezionale e un futuro che potrebbe esserlo altrettanto. Il problema è che il presente è parecchio complesso e meno convincente. I giocatori che hanno vinto la Coppa d'Africa 2019 stanno vivendo il crepuscolo delle loro carriere internazionali: il capitano Riyad Mahrez e il difensore Aïssa Mandi risentono degli anni che sono passati. I giovani più talentuosi, secondo il ct Vladimir Petkovic non erano ancora pronti per un Mondiale, avendo tra i 17 e i 19 anni. Ibrahim Maza, trequartista di 20 anni, Yassine Titraoui, centrocampista di 22 anni e Adil Boulbina, ala sinistra ventitreenne, sono gli unici della nuova generazione già pronti, ma sono anche giocatori ondivaghi, capace di tutto e anche di niente. Petkovic è ct di enorme esperienza e schiera la Nazionale algerina cercando di preservare il meglio di ciò che è stato e valorizzare ciò che potrà essere. Insomma: cercherà di non prenderle e poi palla a Mahrez nella speranza che possa inventarsi qualcosa. La difesa è solida e attenta. Luca Zidane è un portiere affidabile, Rayan Aït-Nouri un terzino di grande corsa e buoni piedi. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Se passa il turno. Seconda o terza va bene uguale. Può farcela se uno dei due centravanti, Mohamed Amoura e Amine Gouiri, centrerà la porta almeno ogni tanto. Il problema principale dell’Algeria è proprio davanti: in attacco i difetti sono tanti, soprattutto di concentrazione. Argentina Quattro anni fa, anzi, tre anni e mezzo fa visto che in Qatar si è giocato d’inverno, l’Argentina ha alzato il trofeo e concesso a Lionel Messi anche l’onore del Mondiale vinto in carriera. Tre anni e mezzo dopo l’Argentina conterà ancora su Lionel Messi. Solo che sono passati tre anni e mezzo. I campioni del mondo in carica hanno dominato le qualificazioni sudamericane (38 punti in 18 partite, nove punti di vantaggio sulla seconda classificata) e vinto la Copa America del 2024. Nelle ultime 67 partite ne hanno perso solo cinque. Lionel Scaloni ha un gruppo coeso e con grande esperienza internazionale. Ogni ruolo ha almeno due alternative di grande spessore, tanti piccoli pianeti che girano attorno al sole Messi. Perché solo Messi è insostituibile. Non in campo, sia chiaro. Perché sia che Scaloni scelga il 4-4-2, il 4-3-3 o il 4-2-3-1 una seconda punta, un attaccante esterno o un trequartista centrale di ottimo livello c’è. Messi è insostituibile per capacità di far giocare gli altri al meglio delle proprie potenzialità. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… riuscirà a vincere ancora il Mondiale. Tra gli argentini e la seconda festa di fila però c’è una difesa che non è perfetta e che può risentire degli anni che passano. Non arrivare almeno in semifinale sarebbe un fallimento completo. Austria Ralf Rangnick è estremamente popolare in Austria. C’è chi oltralpe lo considera un mago, chi un genio, chi un santo, per tutti il miglior ct del Mondiale. Non è un mago, non è un genio, sicuramente non un santo, ma è un commissario tecnico abile, che sa tirare fuori il meglio dai suoi uomini e convincere i giocatori a dare tutto per la squadra. Inoltre è riuscito a convincere Paul Wanner e Carney Chukwuemeka ad accettare la chiamata in Nazionale dell’Austria e non aspettare quelle di Germania e Inghilterra. E Paul Wanner e Carney Chukwuemeka non sono due giocatori qualunque, sono tra i giovani più interessanti del calcio europeo. Senz’altro ha ragione Christoph Baumgartner, colonna della Nazionale che però questi Mondiali se li dovrà vedere da casa per un infortunio, quando lo ha definito "la cosa migliore che potesse capitare al calcio austriaco". La Nazionale austriaca ha talento in ogni reparto. Qualche preoccupazione la offre l’attacco, dove al centro ci sono Michael Gregoritsch e Marko Arnautovic. Nessuno dei due è un fenomeno, tutti e due fanno fatica, alternano grandi giornate di calcio e baratri di incertezza, poi arriva l’estate e la maglia della Nazionale e si trasformano. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Arriva ai quarti. Ce la può fare. Rangnick ha a disposizione una squadra composta da una quindicina di buonissimi giocatori. E questa volta, al contrario dell’Europeo di due anni fa, con David Alaba in campo. Giordania Con la maglia numero 10 della Nazionale della Giordania c’è un calciatore che è abituato a seminare gli avversari in Ligue 1. Mousa al-Tamari ha velocità e capacità di dribbling, ha piedi eccezionali e una nazione che stravede per lui. Gioca in Nord America la sua prima Coppa del mondo e vuol dimostrare perché a Rennes lo adorano e perché a Cipro, lo chiamavano il "Messi giordano", soprannome che gli affibbiarono i tifosi dell'Apoel Nicosia nel 2018 ma che lui non ha mai apprezzato. Il problema è solo uno: fargli arrivare il pallone e cercare di farsi trovare pronti a riceverlo. Perché attorno a lui di classe ce n’è poca e di compattezza pure. C’è però Odeh Al-Fakhouri, giovane di ottime speranze, attaccante che ha le potenzialità per fare quello che ha fatto Mousa al-Tamari e forse ancora meglio. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… riesce a fare un punto. La Giordania è nettamente la Nazionale meno forte del gruppo. Gruppo K Colombia, Portogallo, Repubblica democratica del Congo, Uzbekistan a cura di Giovanni Battistuzzi Colombia La Colombia arriva al Mondiale nordamericano come una delle squadre più pericolose fuori dal ristretto gruppo delle superpotenze calcistiche. Dopo aver mancato Qatar 2022, la selezione di Néstor Lorenzo ha ricostruito identità, fiducia e continuità: 28 punti nelle qualificazioni sudamericane, terzo posto dietro Argentina e Brasile, e una finale di Copa América 2024 persa solo ai supplementari. Luis Díaz è il calciatore di maggior talento della Nazionale colombiana e l’uomo che riesce a trascinare i compagni: esplosivo, imprevedibile, capace di decidere le partite. James Rodríguez, alla sua ultima grande rassegna, resta l’uomo creativo del gruppo, anche se la condizione fisica non è più quella del 2014. Attorno a loro Lorenzo ha costruito un gruppo equilibrato, con un centrocampo intenso (Lerma, Ríos), ali dinamiche (Arias) e una struttura difensiva più solida rispetto al passato. Il problema, semmai, è la punta: nessuno si è preso definitivamente il ruolo di centravanti titolare, nonostante la stagione brillante di Luis Suárez allo Sporting. Anche il portiere Camilo Vargas, 37 anni, alterna sicurezza ed errori. Ma la Colombia ha ritrovato entusiasmo, un gioco riconoscibile e una continuità di rendimento che la rendono una mina vagante del torneo. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Raggiunge almeno i quarti di finale. È l’obiettivo realistico per una squadra che ha talento, esperienza e un’identità precisa. Superare il girone con Portogallo, DR Congo e Uzbekistan è alla portata; andare oltre significherebbe confermare la rinascita e, magari, avvicinare il ricordo luminoso del 2014. Portogallo Se il Mondiale fosse un videogioco, il Portogallo sarebbe una squadra eccezionale. Il problema è che la Coppa del mondo non è un videogioco. Il grosso problema della Nazionale guidata da Roberto Martinez è l’affiatamento dei suoi uomini migliori e quindi dell’affidabilità nei novanta minuti. A eccezione ovviamente di Cristiano Ronaldo, perché l’attaccante è uno che vuole vincere e fa di tutto per vincere anche in una partita a Briscola in osteria. L’onnipresenza dell’attaccante dell’Al-Nassr è l’arma in più e allo stesso tempo il problema maggiore della selezione portoghese. Perché in un gruppo pieno di giocatori dal grande talento e dal grande ego potrebbe o spingere tutti a dare di più o a distribuire macerie. Il trio del Paris Saint-Germain composto da Nuno Mendes, Vitinha e João Neves in Nazionale è sempre stato meno affidabile e decisivo che in Francia. A volte pecca di presunzione, altre di approssimazione. L’attacco è strepitoso nei nomi, meno nella resa in campo: Bruno Fernandes, Cristiano Ronaldo e Bernardo Silva sono giocatori dal talento eccellente, ma che assieme non trovano quasi mai unità di intenti. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… non si farà male da solo. E non è impossibile. Le semifinali sono alla portata dei lusitani. Pure la finale è alla loro portata. Ma il rischio crollo c’è e non è così impossibile che si verifichi. Repubblica democratica del Congo La Repubblica democratica del Congo torna al Mondiale dopo 52 anni di assenza. L’ultima volta si chiamava ancora Zaire. La qualificazione ha acceso un entusiasmo enorme a Kinshasa. La qualificazione è arrivata all’ultimo respiro, con il colpo di testa di Axel Tuanzebe al 100esimo dello spareggio contro la Giamaica, coronamento di un percorso iniziato con le vittorie su Camerun e Nigeria nei playoff africani. Sébastien Desabre ha ricostruito la squadra: disciplina, identità chiara, un 4‑1‑4‑1 capace di alternare possesso ordinato e transizioni rapide. La spina dorsale è solida: Chancel Mbemba, leader difensivo con oltre 100 presenze, Arthur Masuaku e Wan‑Bissaka sulle fasce, Noah Sadiki mezzala dinamica, Yoane Wissa arma principale in attacco, veloce e letale negli spazi. Il limite è la produzione offensiva: la squadra crea poco e si affida molto all’esperienza di Cédric Bakambu, che però garantisce presenza e gol pesanti. L’emozione del ritorno può essere una spinta, ma anche un peso: il girone con Portogallo, Colombia e Uzbekistan non concede pause e richiede lucidità, compattezza e capacità di soffrire Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Riuscirà a ottenere la prima vittoria della sua storia nella competizione. È l’obiettivo dichiarato da Desabre e il traguardo che darebbe un senso pieno al ritorno dopo mezzo secolo. Passare il girone sarebbe un’impresa, ma restare in corsa fino all’ultima partita è alla portata Uzbekistan L’Uzbekistan è una delle storie più affascinanti di questo Mondiale: per la prima volta nella sua storia la nazionale centroasiatica si è qualificata alla fase finale, coronando un percorso di crescita iniziato più di un decennio fa. Srecko Katanec ha costruito una squadra estremamente organizzata, compatta, difficile da scardinare: linee strette, intensità costante, pochissimi fronzoli. Sembra una squadra italiana di provincia di fine anni Ottanta. E non è un’offesa. Nelle qualificazioni ha subito appena tre gol in dieci partite e ha un’ottima organizzazione in campo. Il talento non è enorme, ma c’è. A partire da quello di Abbosbek Fayzullaev, 20 anni, trequartista del CSKA Mosca: rapido, creativo, ottimo cambio di ritmo. Accanto a lui c’è Eldor Shomurodov, attaccante esperto, generoso, che tiene su la squadra e apre spazi per gli inserimenti dei centrocampisti. L a difesa è solida, guidata da Rustamjon Ashurmatov. Il portiere Utkir Yusupov è una affidabile, ma rivedibile tra i pali. Il limite è l’inesperienza: fatica quando deve imporre il ritmo e non solo giocare in contropiede. In un gruppo così però potrebbe funzionare. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Riuscirà a restare in corsa fino all’ultima giornata del girone. Fare punti contro avversarie più attrezzate significherebbe certificare la crescita del movimento e trasformare il debutto in un punto di partenza, non in un traguardo. Gruppo L Croazia, Ghana, Inghilterra, Panama a cura di Giovanni Battistuzzi Croazia La Croazia arriva al Mondiale con un’eredità pesante e un presente ancora competitivo. L’epoca d’oro inaugurata nel 2018 non è del tutto finita: Luka Modrić, 40 anni, è ancora il centro gravitazionale della squadra, meno continuo ma sempre decisivo nei momenti che contano. Attorno a lui Zlatko Dalić ha costruito una Nazionale più fisica, più verticale, meno dipendente dal palleggio. Le qualificazioni sono state solide, con una sola sconfitta e una difesa che resta tra le più affidabili d’Europa. Il talento non manca: Joško Gvardiol è uno dei migliori difensori del torneo, Josip Stanišić e Borna Sosa garantiscono spinta e copertura, mentre il centrocampo – Brozović, Kovačić, Sučić – resta il reparto più completo. Il vero punto interrogativo è l’attacco: Petković e Kramarić alternano lampi e lunghe pause, mentre Budimir offre lavoro sporco ma pochi gol, sebbene negli ultimi anni di palloni in rete ne abbia messi. La Croazia resta però una squadra che sa soffrire, sa gestire i ritmi e soprattutto sa come si gioca un grande torneo. Non è più la mina vagante capace di arrivare fino in fondo, ma è ancora una squadra che nessuno vuole affrontare: esperienza, struttura, personalità e un’identità tattica chiarissima. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… arriva ai quarti. Può fare di più? Più no che sì, ma i quarti sarebbero comunque un ottimo risultato. Anche perché il ricambio generazionale è iniziato: uscire con dignità, mostrando che il futuro è già presente, sarebbe il saluto migliore di Luka Modric. Ghana Il Ghana torna al Mondiale con una generazione che non ha ancora espresso tutto il proprio potenziale ma che, nelle mani di Otto Addo, ha trovato finalmente un’identità. La squadra è giovane, intensa, costruita su un’idea semplice: aggressività, aggressività, aggressività e contropiede. Le qualificazioni sono state altalenanti, ma nelle partite decisive la selezione ghanese ha mostrato compattezza e una solidità difensiva che mancava da anni. Il talento non è un problema: Mohammed Kudus è il giocatore più forte, capace di giocare tra le linee, saltare l’uomo e segnare. Accanto a lui ci sono Ernest Nuamah, velocità pura, e Jordan Ayew, che offre esperienza e sacrificio. A centrocampo Thomas Partey resta il giocatore di maggior talento anche se la sua tenuta fisica è un’incognita. In difesa spiccano Salisu e Inaki Williams, che garantiscono fisicità e letture. Il limite è la continuità: il Ghana alterna momenti di grande intensità a blackout improvvisi. Ma è una squadra che corre, che lotta e che può mettere in difficoltà chiunque se riesce a imporre il proprio ritmo. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… supera il girone: arrivare agli ottavi significherebbe certificare la crescita di un gruppo giovane e restituire ai Black Stars un ruolo di primo piano nel calcio africano. Inghilterra A sessant’anni dall’ultima e unica vittoria ai Mondiali, l’Inghilterra va in Nord America per vincere. Eppure dal 14 ottobre 2025, il giorno nel quale la Nazionale inglese ha conquistato la qualificazione alla fase finale della Coppa del mondo, a oggi, molte delle certezze di Thomas Tuchel si sono incrinate. A partire da Bukayo Saka, Phil Foden e Cole Palmer. Tutti e tre lasciati a casa. Poco male, di talento ce ne è a sufficienza per poter fare bene. Tuchel vuole una squadra capace di sacrificarsi per il bene collettivo e ha a disposizione giocatori di grande talento e capaci di mettersi al servizio dei compagni. E proprio questo potrebbe essere un problema. Perché il calcio che ha in mente il ct dell’Inghilterra è faticoso, logorante per i suoi uomini e per gli avversari. Il grande caldo è l’umidità potrebbero costringerlo a cambiare, a trovare nuove soluzioni. La fortuna di Tuchel è di avere in squadra Harry Kane, uno che ha segnato 78 gol in Nazionale e che al momento è il centravanti più forte al mondo con Haaland. Non c'è nessun altro come lui nel mondo del calcio: un attaccante prolifico che sa anche guidare l'attacco con altruismo e agire come un trequartista. Avrà “vinto il suo Mondiale se… vincerà il Mondiale. Può andare altrimenti? Certo che sì. Però per talento e fisicità questa è una delle migliori squadre in Nord America. E quest’anno arriva alla Coppa del mondo con una difesa ottima. Panama Panama torna al Mondiale dopo otto anni. Con la speranza che non vada come otto anni fa: tre sconfitte, tre gol fatti, undici subiti. Thomas Christiansen ha costruito una squadra compatta, organizzata, molto disciplinata. Pure troppo. La qualificazione è arrivata grazie a una difesa tra le migliori della Concacaf e a un gruppo che ha imparato a soffrire senza perdere lucidità. Non ci sono stelle assolute, ma tanti giocatori affidabili: Adalberto Carrasquilla è eleganza e creatività al servizio del gruppo; José Fajardo e Ismael Díaz non tirano mai dietro la gamba e corrono per tre; Michael Amir Murillo sulla fascia va su e giù senza interruzioni. Il limite è la produzione offensiva: Panama crea poco e spesso si affida alle giocate individuali di Carrasquilla o alle palle inattive. Anche perché il talento non è eccezionale e di giocatori discreti ce ne sono una dozzina. Ma la squadra ha carattere, compattezza e una sorprendente maturità tattica. Non farà spettacolo, ma può rendere la vita complicata a chiunque, soprattutto se riesce a mantenere il ritmo e a restare dentro la partita fino agli ultimi minuti. Avrà “vinto” il suo Mondiale se… Riesce a strappare un pareggio. Per una Nazionale che vive di organizzazione e spirito collettivo, restare competitiva nel girone sarebbe già un traguardo enorme.
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