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L’Ue di fronte a un altro momento Ucraina
Il Foglio

L’Ue di fronte a un altro momento Ucraina

Dopo più di quattro anni di guerra, l’Unione europea sarà finalmente all’altezza della sfida posta dall’aggressione della Russia contro l’Ucraina? Dopo l’uscita dal potere di Viktor Orbán e la fine dei veti dell’Ungheria , l’Ue ha l’opportunità di rafforzare in modo considerevole il suo sostegno a Kyiv , nel momento in cui il leader russo, Vladimir Putin, appare sempre più in difficoltà sul fronte e sul piano interno. Ieri Volodymyr Zelensky è arrivato a Londra per incontrare Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz . La lettera aperta che il presidente ucraino ha indirizzato a Putin, nella quale evoca la potenziale caduta del suo regime a causa della guerra , è un atto di sfida aperta. In quattro anni e mezzo, gli alleati occidentali hanno offerto all’Ucraina ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere, ma non per costringere la Russia a fermare la guerra. Il rischio è che gli europei sprechino un’altra occasione per piccoli interessi nazionali . Giugno 2026 dovrebbe essere un mese storico per l’Ucraina nella sua lotta per resistere all’aggressione russa e per entrare nell’Ue . A maggio, per la prima volta dal 2023, l’esercito ucraino ha recuperato più territorio di quanto ne abbia perso all'esercito russo. Gli attacchi ucraini con droni e missili in profondità contro le infrastrutture energetiche hanno ridotto le capacità di esportazione di petrolio e gas della Russia. Il primo giorno del Forum economico internazionale di San Pietroburgo – la Davos di Putin – è stato rovinato dalle colonne di fumo degli attacchi dei droni ucraini. I droni ucraini stanno riducendo anche le capacità logistiche della Russia nei territori occupati e isolando la Crimea. Il prestito da 90 miliardi di euro dell’Ue all’Ucraina è stato approvato . Il nuovo primo ministro ungherese, Péter Magyar, sta facendo cadere uno dopo l’altro i veti di Viktor Orbán a cominciare dall’allargamento . La strada dell’Ucraina verso l’adesione all’Ue sarà riaperta il 15 giugno, con una conferenza intergovernativa a Lussemburgo per aprire la prima serie di capitoli negoziali – una decisione che è stata tenuta in sospeso per un anno e mezzo a causa del veto di Orbán. Budapest si prepara a dare il via libera per scongelare i fondi della European Peace Facility – 6,6 miliardi di euro bloccati dalla primavera 2023 - per rimborsare gli stati membri che hanno fornito aiuti militari a Kyiv. La Commissione sta preparando un ventunesimo pacchetto di sanzioni che potrebbe fare più male del solito alla Russia, perché l’Ungheria ha smesso di chiedere di annacquare le misure. “Ci sarebbero tutte le condizioni per trasformare il vertice europeo del 18 e 19 giugno in un grande momento per Volodymyr Zelensky e l’Ucraina. Invece, è come se il tema fosse secondario”, ci ha detto un diplomatico di uno dei paesi più convinti sostenitori di Kyiv. Uscito di scena Orbán, si sono moltiplicati i segnali di prudenza verso l’Ucraina. “Nessuno può più nascondersi dietro di lui sulle scelte difficili”, spiega un’altra fonte. La lettera di Friedrich Merz sulla “membership associata”, le divisioni interne al governo di Giorgia Meloni e la riluttanza di Francia, Italia e Spagna a contribuire di più alla difesa dell’Ucraina sollevano interrogativi sulla reale determinazione di una parte dell’Ue. “C’è un problema di credibilità”, ammette il diplomatico. La proposta di Merz di “membership associata” è stata accolta con grande scetticismo da diversi stati membri. “Invia il messaggio opposto all’adesione”, dice il diplomatico. Il “momento è stato sbagliato, dato che si stava lavorando per aprire i capitoli negoziali”, conferma la seconda fonte. Sull’adesione, a Bruxelles sono state notate le parole del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che si è detto contrario per non danneggiare l’agricoltura. Alcuni paesi si sono opposti ad aprire tutti i capitoli negoziali come proposto dalla Commissione. Magyar ha indicato un orizzonte temporale di 10-15 anni per l’adesione. Gran parte degli stati membri ritengono che sia l’unico calendario realistico. Al di là dell’allargamento, alcuni grandi stati membri sono accusati di non fare abbastanza per sostenere l’Ucraina con aiuti finanziari e militari bilaterali. Germania, paesi nordici e paesi baltici si lamentano regolarmente del problema della “condivisione degli oneri”: Francia, Italia e Spagna trasferiscono pochi fondi e poche armi rispetto alle dimensioni delle loro economie. Questi stessi paesi si sono opposti dentro la Nato alla proposta del segretario generale, Mark Rutte, di destinare lo 0,25 per cento del pil agli aiuti all’Ucraina. La scorsa settimana, Francia, Italia e Spagna sono state accusate di concedere troppi visti turistici ai cittadini russi. Nel 2022, dopo l’inizio della guerra contro l’Ucraina, il numero di visti concesso ai russi è crollato. Ma da allora ha iniziato a risalire. Nel 2025 i paesi membri dell’Ue hanno emesso 679 mila visti per cittadini con passaporto russo, in crescita rispetto ai 606.594 del 2024 e 520.387 del 2023. La percentuale dei rifiuti di concessione del visto per i cittadini russi è scesa sensibilmente: dal 10,6 per cento del 2023 al 6,4 per cento del 2025. I visti per turismo sono quelli più in voga. Nel 2025 la Commissione ha registrato 478 mila visti turistici concessi a cittadini russi. Lo scorso anno la Francia ne ha rilasciati oltre 170 mila, l’Italia oltre 160 mila, la Spagna quasi 100 mila. La Svezia ha raccolto le firme di dieci stati membri per chiedere alla Commissione di iniziare a legiferare per imporre restrizioni più severe ai visti turistici per i russi. In una lettera indirizzata a Kaja Kallas e a Magnus Brunner, Svezia, Repubblica ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi e Polonia (a cui si sono aggiunge Islanda e Norvegia come membri dell’area Schengen) hanno denunciato come “profondamente inquietante” l’aumento del numero “di turisti russi che si godono vacanze sulle spiagge e nelle località turistiche europee, mentre missili e droni continuano a colpire civili e infrastrutture civili in Ucraina”. Non ci sono solo ragioni morali, ma anche di sicurezza per i paesi dell’Ue. “La facilità di accesso all’area Schengen accresce i potenziali rischi per la sicurezza, compresi quelli legati alla circolazione di centinaia di migliaia di combattenti russi”, avvertono gli 11 paesi. Il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia sarà un test della reale determinazione degli stati membri dell’Ue a infliggere sempre più danni a Putin. L’assenza di un veto dell’Ungheria dovrebbe permettere alla Commissione di adottare misure senza precedenti. Ma nei negoziati prima della presentazione, alcune capitali hanno già messo dei paletti: Grecia e Malta si oppongono a un divieto di trasporto di greggio russo. Altri stati membri sono riluttanti a intervenire nel settore degli idrocarburi finché permane la volatilità legata alla guerra in Iran. Uno scandalo scoppiato in Irlanda illustra quanto siano reticenti alcuni governi europei ad andare fino in fondo nella battaglia economica con la Russia per il timore delle conseguenze economiche che ne derivano. Il caso riguarda la fabbrica di allumina Aughinish, di proprietà della russa Rusal. Secondo un’inchiesta di un consorzio di media, l’allumina prodotta in Irlanda da Aughinish viene spedita a fonderie in Russia, dove viene trasformata in alluminio e poi venduta ai produttori di armi. Dopo un appello da parte di alcuni deputati europei per imporre sanzioni contro Aughinish, il primo ministro irlandese, Micheál Martin, ha espresso la sua opposizione perché le misure restrittive causerebbero più danni all’economia europea che a quella russa. Il caso Aughinish è lungi dall’essere l’unico. A maggio le case automobilistiche europee hanno fatto grande pressione sulla Commissione per revocare le sanzioni imposte sul produttore di chip cinese Yangzhou Yangjie Electronics. La decisione era stata presa solo lo scorso aprile, perché la società cinese fornisce chip al settore aerospaziale, della difesa e dell’elettronica militare della Russia. “La Yangzhou Yangjie Electronic Technology Company Limited ha inviato oltre 200 spedizioni di tecnologia a uso duale in Russia dall'invasione dell'Ucraina, contribuendo in modo significativo alle sue capacità militari. I prodotti dell'azienda sono stati rinvenuti nei droni e nelle munizioni utilizzati dalle truppe russe in Ucraina”, si legge nelle motivazioni dell’Ue. Le case automobilistiche europee si sono lamentate che le sanzioni hanno reso più difficile l’accesso ai chip della società cinese. A fine maggio la Commissione ha proposto la revoca delle sanzioni. Venerdì 5 giugno gli ambasciatori dei ventisette stati membri hanno approvato la revoca per la società cinese che contribuisce alla guerra di Putin in Ucraina.

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