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Le spese della guerra all’Ucraina stanno divorando l’economia russa | Collector
Le spese della guerra all’Ucraina stanno divorando l’economia russa
Il Foglio

Le spese della guerra all’Ucraina stanno divorando l’economia russa

Dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia appare talmente logorata dalla guerra in Ucraina – come lo è Kyiv, peraltro – che diversi osservatori iniziano a confidare che un cessate il fuoco possa essere vicino. Putin per ora ha rimandato l’incontro proposto da Zelensky , ma non potrà farlo per sempre. Non perché il Cremlino sia a corto di soldi nell’immediato, e nemmeno perché l’economia stia per crollare sotto il peso delle sanzioni occidentali. Ma le crepe nel sistema economico di Mosca sono evidenti da tempo. Secondo Bloomberg, nelle ultime settimane funzionari del ministero delle Finanze e della Banca centrale hanno avvertito Vladimir Putin che l’attuale livello di spesa militare rischia di allargare il deficit pubblico oltre livelli considerati sostenibili. Alcuni avrebbero persino suggerito di ridurre i finanziamenti alla difesa. Il presidente per ora ha respinto l’ipotesi, ma il problema è nei numeri. Quest’anno quasi il 40 per cento del bilancio federale russo è destinato a difesa e sicurezza. Una quota enorme per un paese che non è formalmente in guerra totale, e superiore perfino a quanto destinava alla difesa l’Urss nel 1940. Secondo documenti visionati dal Financial Times, il ministero delle Finanze stima che quest’anno per finanziare la guerra in Ucraina potrebbero servire almeno 28 miliardi di dollari in più rispetto alle previsioni. Il risultato è che il deficit continua ad allargarsi. Nei primi quattro mesi dell’anno il disavanzo è già superiore di oltre il 50 per cento rispetto all’obiettivo fissato per l’intero anno. A complicare il quadro c’è un paradosso. L’economia russa non è in recessione nel senso tradizionale del termine. Il ministro delle Finanze Anton Siluanov rivendica che i redditi reali della popolazione siano aumentati di oltre il 24 per cento negli ultimi tre anni. I salari, soprattutto nei settori collegati alla difesa, continuano a crescere. La disoccupazione resta vicina ai minimi storici. Ma questa crescita è sempre più sbilanciata. L’industria militare corre, quella civile rallenta. Secondo le analisi di The Bell, la produzione di mezzi militari, componenti elettronici, radar e attrezzature legate alla difesa continua ad aumentare a doppia cifra. Al contrario, settori come edilizia, metallurgia, raffinazione e produzione di materiali da costruzione mostrano segnali di stagnazione o addirittura di contrazione. In altre parole, la Russia sta sviluppando una sorta di economia a due velocità. Da una parte le aziende che lavorano per lo stato e ricevono commesse militari garantite. Dall’altra il resto del settore privato, che deve fare i conti con tassi d’interesse elevati, carenza di manodopera e consumi più deboli. E l’esplosione della spesa per la difesa non riesce più a mantenere il sistema in equilibrio: il governo ha tagliato le previsioni di crescita dall’1,3 allo 0,4 per cento per quest’anno, e le ha dimezzate per il 2027. Persino alcuni indicatori apparentemente marginali stanno attirando l’attenzione del Cremlino. I ritardi nei pagamenti degli stipendi sono quasi raddoppiati rispetto a un anno fa. In termini assoluti le cifre restano contenute, ma una quota crescente dei mancati pagamenti deriva da ritardi nei contratti pubblici. Un segnale che la macchina statale sta iniziando a mostrare tensioni di liquidità. E poi c’è il petrolio: l’assicurazione sulla vita del Cremlino; ogni volta che i prezzi salgono, Putin compra tempo. Secondo Bloomberg a maggio le spedizioni all’estero di greggio hanno raggiunto i livelli più elevati dall’inizio dell’invasione del 2022 (con i continui bombardamenti ucraini sulle raffinerie, ai russi conviene vendere all’estero il petrolio piuttosto che lavorarlo in casa). La chiusura di Hormuz e il rialzo dei prezzi energetici hanno offerto un inatteso sollievo alle casse del Cremlino. Ma per riequilibrare davvero i conti pubblici, il greggio dovrebbe rimanere sopra i 100 dollari al barile per un periodo prolungato: uno scenario improbabile. La vera domanda non è quindi se la Russia possa permettersi la guerra oggi. Può ancora farlo. La domanda è per quanto tempo possa continuare a finanziare una mobilitazione economica di queste dimensioni senza erodere il consenso delle élite che sostengono Putin e senza comprimere ulteriormente il resto dell’economia. Finora il Cremlino ha risolto il problema rinviandolo. Quando il ministero delle Finanze chiede tagli alla difesa, gli viene replicato di cercare risparmi altrove. Quando il deficit aumenta, si ricorre a nuove tasse, a maggiore debito o alle riserve accumulate negli anni passati. Ma ogni anno che passa, il margine di manovra per Putin si assottiglia.

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