Il Foglio
La millesima svolta è arrivata proprio quando tutti, finalmente, si apettavano un po’ di tregua: la perizia psichiatrica. Mossa a sorpresa della procura targata Napoleone: dopo la chiusura delle indagini, Andrea Sempio va analizzato da uno strizzacervelli forense per stabilire se, 18 anni fa, era in grado di intendere e di volere, se, oggi, è o abbastanza compos sui per seguire un processo o no (nel secondo caso sarebbe messo decisamente peggio di Alessia Pifferi, la madre scellerata di Diana) e infine per stabilire se è socialmente pericoloso. Il che, in caso di verdetto positivo potrebbe portare, udite udite, a una richiesta di misura coercitiva. L’Indagato Numero Uno di tutta la cronaca nera nazionale, insomma, potrebbe finire in galera o ai domiciliari a quasi quattro lustri dall’omicidio di cui è sospettato. Va da sé che i tempi si allungano alle calende greche, altro che settembre, qui andremo avanti per anni. E ci mancava solo questa. In un momento in cui l’Italia intera apprende il significato dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale (chiusura delle indagini) dopo una full immersion di analisi del Dna, minuzie dattiloscopiche, indagini personologiche, bloodstain pattern analysis , anatomia forense, che manco un romanzo con Kay Scarpetta, ecco il colpo di scena che fa sognare gli autori e i conduttori dei salotti televisivi. Dal cilindro degli investigatori esce una richiesta mai vista prima e destinata a fare più scena che altro: le perizie psichiatriche, per tradizione, le chiede la difesa, sono l’ultima ratio quando si mette veramente male, vengono stabilite dalla corte a procedimento iniziato e affidate a uno psichiatra super partes. Scontato, ovviamente, il “niet” dei difensori di Andrea Sempio, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, ormai, come tutti i protagonisti in toga della vicenda assurti al ruolo di star televisive: non se ne parla, ci mancherebbe altro. La procura non demorde: l’esperto lavorerà sui diari, sui soliloqui, sugli scritti del sospettato che, ormai, vengono proiettati e trasmessi in rete e sui social a scadenza quotidiana e manca poco che in futuro verranno pubblicati in inserto da qualche settimanale crime di quelli che col delitto Garlasco hanno raddoppiato le tirature. Nel frattempo, querele a raffica della famiglia Cappa che ha scatenato l’artiglieria pesante con l’assurda pretesa che due ragazze mai indagate andrebbero lasciate in pace: un’ottantina di querele in arrivo con richieste di risarcimenti da bancarotta. L’avvocato Antonio De Rensis, diventato l’icona dell’innocenza di Alberto Stasi anche se non lo hai mai difeso in aula in vita sua, è addirittura indagato per istigazione a delinquere assieme a un giornalista delle Iene e all’ex maresciallo Antonio Marchetto, quello che a suo tempo si beccò due anni e mezzo per depistaggi e falsa testimonianza e sembra diventato l’Alfiere della Verità. La polemica tra stasiani e sempiani, ormai, è all’arma bianca, nell’assurdo sillogismo rilanciato continuamente via social che se non è stato uno è stato l’altro di sicuro e che a un’indagine che sembra fatta dal nucleo investigativo dei boy scout ne è seguita una seconda affidata a un team di supereroi. E chissene importa se, a quanto pare, c’è una maggioranza silenziosa del cinquantuno per cento degli italiani che non crede alla colpevolezza di Sempio e alla fondatezza dell’inchiesta, contano gli ascolti. E gli ascolti, incredibilmente, continuano a salire anche se commenti come “basta, pietà, non se ne può più” e “appena sento la parola Garlasco cambio canale e poi spengo perché non si parla d’altro”, sembrano sempre più frequenti. Nei salotti televisivi, ormai avviati verso la pausa estiva e decisi più che mai a sfruttare la marea fino all’ultimo refolo, spesso si sfiora la rissa. Concetti come presunzione di innocenza, privacy, segreto istruttorio, imparzialità deontologica dei giornalisti sembrano finiti nella spazzatura assieme alle famose prove della colazione di Chiara Poggi. Ma non era vietato pubblicare intercettazioni che non hanno rilevanza investigativa? Ma non si doveva rispettare la vita privata e l’intimità delle persone? Era assolutamente necessario che l’Italia intera sapesse che la mamma di Andrea aveva una relazione con un vigile del fuoco, visto che il vigile in questione non ha riferito alcun particolare interessante sul famoso scontrino del parcheggio di Vigevano? E che rilevanza ha sentire la stessa signora che a un certo punto, esasperata, sbotta contro i magistrati parlando con un’amica e ne dice peste e corna? Bias di conferma. Si chiama così quel meccanismo psichico per cui, una volta che abbiamo raggiunto una convinzione, rifiutiamo qualsiasi informazione o novità che possa farci cambiare idea. In sostanza ci chiudiamo in una botte. Per mezza Italia, in questo periodo, sembra proprio così. E per chi indaga e dovrebbe cercare sempre e comunque la Verità? Speriamo bene.
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