Il Foglio
Tel Aviv. La mattina era iniziata con il solito blu e oro di Tel Aviv, la sabbia e il mare, quando le sirene hanno cominciato a suonare in tutto il paese . L'Iran ha lanciato decine di missili contro Israele, la più grave escalation dello scontro in corso dal cessate il fuoco di inizio aprile. Israele ha risposto attaccando obiettivi militari nell'Iran occidentale e centrale e il complesso petrolchimico di Mahshahr. Le scuole in Israele sono rimaste chiuse, i voli in parte cancellati, e gran parte del paese si è ritrovata in una condizione di incertezza, nell'attesa di capire se l'ultimo scambio di attacchi sarebbe rimasto circoscritto o avrebbe aperto a uno scontro più ampio. Gli houthi in Yemen, alleati di Teheran, si sono fatti sentire, lanciando un singolo razzo contro Israele e minacciando di disturbare la navigazione nel Mar Rosso. L'Iran sta testando fino a dove gli Stati Uniti si spingeranno per fermare Israele , ho detto a Beni Sabti, irano-israeliano che ha trascorso anni a lavorare per l'intelligence israeliana e segue da vicino le vicende iraniane, durante un incontro con una delegazione di giornalisti organizzato da un'organizzazione non governativa israeliana: “Questo è il modo iraniano, in realtà. Stanno sempre a testare i vostri limiti”, ha risposto. “Quello che abbiamo visto è un tentativo di compattare tutto il fronte musulmano contro Israele. Per questo il missile sparato nelle prime ore di questa mattina era un missile houthi”, dice Kobby Barda , ricercatore senior al Jewish People Policy Institute: “Gli iraniani stanno cercando di creare una nuova equazione: quando attacchi il Libano, attacchi noi”. Dopo il lancio dei missili iraniani, Donald Trump ha trascorso ore ad ammonire pubblicamente Israele a non rispondere, definendo gli attacchi missilistici qualcosa di non straordinario e affermando che si tratta di “una di quelle cose che vanno avanti da tremila anni, o da quarantasette anni, a seconda di come si conta”, e dicendo ai giornalisti di essere lui a “dare gli ordini”. Il presidente americano ha poi postato sul suo social: smettetela, tutti e due. “Hezbollah continua a sparare sui civili israeliani nel nord – spiega Barda - Trump gli ha detto basta, non puoi fare nulla. E poi gli iraniani sparano i missili. Questo fa sembrare Netanyahu, per usare un'espressione molto britannica, un pusillanime. Ed è troppo da ingoiare. Tra queste due pessime opzioni, forse Netanyahu ha deciso: signor presidente, faccio quello che voglio fare, perché ho anch'io la mia opinione pubblica”. C'è anche l'ipotesi di un coordinamento dietro le quinte: è già successo in passato. Secondo Yaakov Amidror , generale in pensione ed ex consigliere per la sicurezza nazionale israeliano, gli Stati Uniti “hanno dato agli iraniani la legittimità di dire: stiamo negoziando con gli americani, e gli americani riconoscono che c'è un legame tra quanto accade in Libano e quanto accade tra noi e loro. Il significato politico è questo: legittimità per l'Iran a intervenire in Libano. Gli americani avrebbero dovuto dire agli iraniani: il Libano non fa parte dei negoziati. Le trattative sul Libano si svolgono a Washington tra Israele e il governo libanese. Noi negoziamo con l'Iran sull'aggressività iraniana, non sul Libano. Gli americani non hanno separato il Libano dall'Iran. E' stato un errore enorme". A complicare ulteriormente la crisi sono le notizie non confermate secondo cui funzionari di Washington — tra cui il vicepresidente J. D. Vance, secondo alcune fonti israeliane — avrebbero rivelato alla Turchia informazioni riservate sui piani israeliani riguardanti l'Iran; e i media americani hanno riferito che la Defense Intelligence Agency del Pentagono aveva alzato il livello dell'allerta di controspionaggio su Israele, sulla base del timore che i servizi israeliani avessero cercato di penetrare nelle deliberazioni interne dell'amministrazione Trump. Israele ha smentito di spiare gli Stati Uniti, e alcune fonti americane hanno liquidato la fuga di notizie come parte di una più ampia lotta interna sul dossier iraniano. Gli osservatori israeliani collegano le indiscrezioni alla crescente ostilità verso Israele in quella che viene spesso definita la “destra woke”, la componente più isolazionista del Partito repubblicano. Gli Stati Uniti hanno superato il limite di due mesi che si erano dati per raggiungere un accordo con Teheran, ma i colloqui non hanno fatto progressi. In molti in Israele si preparano a qualunque esito l'accordo possa prevedere, e pochi si fidano che sarà favorevole allo stato ebraico. “L'autoconsapevolezza degli iraniani è molto più forte oggi che nell'ultimo giorno di guerra, grazie al cessate il fuoco e alla percezione che gli americani non siano pronti a riprendere il conflitto. Si sentono in vantaggio perché pensano che gli americani abbiano paura di ricominciare”, dice Amidror. L'Iran non ha ancora mostrato alcun segnale di disponibilità a compromessi sulla questione nucleare o su altri nodi cruciali: è improbabile che Khamenei junior, la nuova Guida suprema,. sia in grado di fare concessioni concrete, dice Barda: “Ha perso la sua famiglia, il padre, la moglie e un figlio, e ora dovrebbe prendere una decisione sullo smantellamento del programma nucleare. Se ci si aggiunge il fatto che nessuno riesce a usare un cellulare, si ottiene una situazione caotica all'interno del regime iraniano. A volte un'ala non sa cosa fa l'altra”.
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