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La grande tenda di Papa Leone | Collector
La grande tenda di Papa Leone
Il Foglio

La grande tenda di Papa Leone

A lanciare l’idea di una “grande tenda” sotto la quale potessero convivere pacificamente tutti i cattolici benché provenienti da diverse visioni sulla morale e sulla politica, fu il cardinale Joseph Bernardin, che governò Chicago dal 1982 al 1996, quando alla sua morte fu sostituito da un vescovo dal profilo opposto, Francis Eugene George. Bernardin è stato per un ventennio il capofila indiscusso della Chiesa liberal americana, quella pre culture war , ed è stato per un po’ il vescovo di Robert Prevost. Non a caso, in un discorso tenuto in Perù qualche anno fa, Prevost elogiò proprio Bernardin, in modo particolare il fatto che l’essere a favore della vita significasse certamente opporsi all’aborto, ma allo stesso tempo anche alla pena di morte. Insomma, no alla selezione degli argomenti. Il modello della grande tenda, se ci si riflette, è anche quello che pare scorgersi in questo pontificato. Il motto papale ne è la sintesi, in illo uno, unum, in Colui che è uno siamo una cosa sola. Leone XIV calca molto la mano sulla pace, sul dialogo, sull’unità. Che non sono meramente parole riconducibili alle tensioni internazionali, alle crisi che investono il mondo. Sono parole d’ordine che possono applicarsi senza troppe riserve alla Chiesa, polarizzata e divisa (sì, è divisa da sempre, ma insomma… oggi lo è particolarmente). Leone appare un Papa di tessitura e mediazione, attento a recepire quel che era emerso nel turbolento pre Conclave (le congregazioni generali non sono state affatto un consesso di dialoganti signori tra canti angelici e luci celestiali), e cioè la necessità primaria di pacificare. Le correnti ci sono sempre state, così come i gruppi di potere, le cui fortune sono state alterne a seconda del momento e del Pontefice regnante. Con Francesco tutte queste tensioni sono emerse in superficie, come se la pressione in una caldera vulcanica fosse stata ormai incontrollabile. Vuoi per il tempo in cui viviamo dove tutto diventa mediatico e pubblico in meno d’un secondo, vuoi perché Jorge Mario Bergoglio – per carattere e scelta – non ha fatto da filtro alle contrapposizioni, scegliendo quasi sempre una parte precisa e mettendo nell’ombra l’altra, che naturalmente meditava la riscossa. Ammettendo quasi mai la possibilità che un’opposizione (o meglio, una visione diversa delle cose) potesse avere peso valido nel governo della Chiesa. Benedetto XVI concesse la porpora a personalità che non l’avrebbero mai votato Papa, neanche sotto tortura. Così come Giovanni Paolo II, che scelse Agostino Casaroli come proprio segretario di stato benché le visioni su come rapportarsi oltrecortina fossero agli antipodi. Ed è solo un esempio. Ora Leone deve cercare di ricomporre una situazione che appare disarticolata. I capitoli del cahier des doléances sono molti, bisogna scegliere solo da dove cominciare. Di certo la questione liturgica è uno di questi. Da una parte chi medita vendetta e punta solo al ribaltamento del motu proprio Traditionis custodes con cui Francesco limitava fortemente la celebrazione della messa secondo il vetus ordo . Dall’altra, chi non ha alcuna intenzione di tornare indietro e, anzi, fa capire al Papa che un suo intervento in tale direzione significherebbe sconfessare il predecessore. Che fare dunque? Leone XIV, nell’unica intervista concessa, la scorsa estate, ha detto di avere ben presente il problema, facendo però capire di non avere un’idea chiara sulla rotta da seguire. Ha sottolineato di voler approfondire la questione, parlando con tutti, attorno a un tavolo. Ha anche concesso, dopo anni di diniego, la celebrazione della messa secondo il messale di Giovanni XXIII all’altare della Cattedra nella basilica di San Pietro in occasione del pellegrinaggio Summorum Pontificum , lo scorso ottobre. Una scelta che non è piaciuta a tutti, anzi. Le lamentele (diverse) sono giunte fin alle orecchie del Papa, che infatti avrebbe optato per evitare il bis. Ma il Papa vede che l’affluenza alle celebrazioni “tradizionali” è sempre alta, soprattutto constata che l’età dei partecipanti è bassa. E non si tratta solo di facinorosi ideologi del suprematismo nazionale o di associati della confraternita del pizzo, ma in gran parte si tratta di famiglie, con tanti figli al seguito. Perché escluderle? Anche Enzo Bianchi, non di certo un araldo del conservatorismo cattolico tridentino, ha confessato su Vita e Pensiero di soffrire troppo “per non sperare in un clima di accoglienza e di inclusione . A mio parere la lex credendi non coincide con un rito, va oltre. La lex orandi della liturgia che pratico e vivo oggi è la stessa lex orandi che ho praticato servendo e vivendo messa dal 1949 al 1971 tutte le mattine con convinzione, fervore. E’ con quella messa che ho vissuto la vita cristiana, la vocazione monastica e per me è la stessa messa che vivo oggi”. Scatenando reazioni contrarie, come quella del professor Andrea Grillo, ad esempio. Bianchi però citava la lettera che il cardinale Parolin, per conto del Papa, ha inviato lo scorso marzo alla Conferenza episcopale francese riunita in assemblea a Lourdes. In quel messaggio, Leone chiedeva di affrontare “il delicato tema della liturgia” “nel contesto della crescita delle comunità legate al vetus ordo . E’ preoccupante che continui ad aprirsi nella chiesa una dolorosa ferita riguardante la celebrazione della messa, il sacramento stesso dell’unità. Per sanarla, è certamente necessario un nuovo sguardo di ciascuno rivolto all’altro, in una maggiore comprensione della sua sensibilità; uno sguardo che possa permettere di includere generosamente le persone sinceramente legate al vetus ordo , nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia”. Ecco l’auspicio all’unità, ed è qui che si vedrà davvero se dall’altra parte ci sia la volontà di accogliere la mano tesa dal Papa o se invece – come un certo battage più paralefebvriano che tradizionalista da settimane sta sostenendo – non si accettino mediazioni che escludano il ritiro di Traditionis custodes e la liberalizzazione piena della messa vetus ordo . Il che appare alquanto improbabile. Dovrebbero guardare, questi settori, alla differenza di metodo seguita da Prevost nei loro confronti rispetto al muro eretto davanti alle pretese della Fraternità San Pio X. Dopo anni di infruttuoso dialogo, dopo aver chiuso la porta in faccia a Benedetto XVI che pure aveva rimesso la scomunica dei presuli scismatici, dopo aver concluso con un nulla di fatto le negoziazioni sotto Francesco – probabilmente il Papa più disponibile, con i fatti, a venire incontro alla Fraternità –, ora procederà il 1° luglio alla consacrazione di quattro vescovi senza mandato papale. E lo farà perché Leone non ha mai risposto né alla richiesta d’udienza del Superiore generale avanzata la scorsa estate né ha risposto di persona alla lettera spedita in Vaticano. Il Papa ha demandato la questione al dicastero competente, che ha chiarito come si possa dialogare a precise condizioni: di certo non ordinando vescovi senza il consenso del Vicario di Cristo. Qui si capisce che l’unità per Leone XIV è una cosa seria, non solo uno slogan da motto o da francobolli: si fa di tutto per raggiungerla, ma con dei paletti ben precisi e invalicabili. Uno di questi, il principale, è l’autorità suprema del Papa. Che non si fa tirare la candida talare da gruppi vari e ben organizzati. Unità che è anche alla base della concezione di “sinodalità” fatta propria dal Pontefice agostiniano. Mostrandosi per la prima volta alla folla, alla Loggia delle benedizioni, parlò di una “Chiesa sinodale”. Successivamente, ha dato mandato di proseguire con il lungo cammino verso l’assemblea sinodale del 2028 così come previsto, ha apprezzato il “metodo sinodale” con cui si è svolto il concistoro dello scorso gennaio, fra tavoli rotondi e interventi ben inquadrati in specifici momenti e con timing rigoroso. Di sinodalità, poi, si parlerà anche al concistoro ormai imminente, previsto a fine mese. Torna però sempre la domanda che già un anno fa si faceva, leggendo fra le righe di quel che Leone diceva: siamo proprio sicuri che lui intenda la sinodalità allo stesso modo di Francesco? Per il Papa argentino e – soprattutto – per parecchi alfieri del processo avviato, la sinodalità comportava grandi discussioni che avevano come fine ultimo quello di riformare in modo irreversibile lo status quo, facendo uscire la Chiesa dalle secche in cui (qualcuno sosteneva) s’era bloccata. Un dinamismo continuo, irrefrenabile. Che comportava il coinvolgimento di tutti, laici e religiosi, preti e vescovi, suore ed esperti a vario titolo, compresi ex No global folgorati sulla via di Damasco. Già nel corso del concistoro “sinodale” dell’agosto del 2022, qualche padre orientale aveva mostrato perplessità: la sinodalità noi la conosciamo ed è una cosa seria, si disse nelle pause caffè. Leone pare che inquadri la sinodalità più che altro come uno stile, una forma più prudente. Lo storico Massimo Faggioli, su Commonweal, ha ricordato che “nella lettera ai cardinali dell’aprile scorso (il Papa, ndr ) menziona la sinodalità una sola volta: ‘Nelle mie osservazioni conclusive di gennaio ho già fatto riferimento ad alcuni elementi relativi alla sinodalità emersi dai gruppi’. Per il momento, sembra che Leone consideri la sinodalità soprattutto come collegialità. Anche il suo stile di governo suggerisce qualcosa sul suo approccio: una rimodellazione della sinodalità al servizio dell’unità . Come ha detto ai vescovi italiani a novembre: ‘La sinodalità, che implica un esercizio effettivo della collegialità, richiede non solo la comunione tra voi e con me, ma anche un ascolto attento e un serio discernimento delle richieste che provengono dal Popolo di Dio’. Leone sembra passare dalla concezione di Francesco della sinodalità come parte di una forte relazione personale tra il papa e il popolo, a una sinodalità intesa come stile e forma di governo che enfatizza l’unità nella collegialità ”. Collegialità per discutere e cercare dunque una mediazione che possa tenere uniti tutti. Il punto è capire fino a quanto si potranno tirare i lembi della grande tenda, perché a forza di tirarla per farci stare sotto tutti, rischia di rompersi. E’ possibile anche solo immaginare che oggi la Chiesa intera, con i mille e più punti di vista sui svariati temi all’ordine del giorno, possa ritrovarsi raccolta e unita? O è solo un’utopia? In un mondo infragilito dalle polarizzazioni, come ha detto Leone XIV pochi giorni fa nei Giardini vaticani, è realistico pensare a una camera di equilibrio per le tensioni che attraversano la Chiesa? O forse, prima o poi, arriverà il momento inevitabile in cui bisognerà scegliere e dunque, giocoforza, mettere qualcuno fuori dalla tenda? Sono interrogativi che non nascono guardando la luna piena, bensì è quel che si respira nelle diocesi e nei palazzi d’oltretevere, tra chi attende che “prima o poi il Papa decida” qualcosa, tra una curia che resta in gran parte quella plasmata da Francesco e con i tanti processi avviati ma la cui rotta appare ancora ballerina . Robert Prevost è stato eletto anche per questo: assicurare una bussola alla nave messa in acqua dal predecessore, che poco era interessato a conoscere la meta finale. L’importante era metterla in moto. Generare movimento. Anche al prezzo di perdersi qualche pezzo di Chiesa, qua e là. Qualcosa, e non di poco conto, ha iniziato a farlo. All’inizio della settimana ha dato una prima sterzata alla comunicazione vaticana, annunciando con cinque mesi d’anticipo il pensionamento per raggiunti limiti d’età del prefetto Paolo Ruffini e la contestuale sostituzione con Maria Montserrat Alvarado , capo di Ewtn. Una scelta che in Vaticano (e non solo) ha avuto l’effetto simile a una scossa sismica di magnitudo non proprio trascurabile. Perché il punto non è che abbia messo lì una donna e una laica, come pure una certa retorica ha subito sottolineato quasi fosse il punto principale. E’ che Leone XIV ha nominato la ceo del potentissimo network multimediale mondiale passato alla storia per essere stato paragonato dal suo predecessore Francesco a un qualcosa di demoniaco che attaccava la Chiesa e il Papa. Davanti al fatto che si stava de-italianizzando il vertice di un importante dicastero, Alberto Melloni notava su X che “ci sono cose peggiori di un passaporto italiano. Ad esempio, l’Eternal Word Television ha lavorato contro Francesco e mi chiedo se Monserrat Alvarado fosse una ceo dissidente dalla sua rete”. In realtà Alvarado giunse alla guida del network solo due anni dopo la reprimenda bergogliana, ma è altrettanto vero che non è che in questo lasso temporale la linea editoriale sia mutata granché. Il che fa capire, ancora una volta, che siamo davanti a un pontificato davvero nuovo . Parlare di continuità o discontinuità non ha senso. Leone, nel suo disegno di ricomporre le fratture intraecclesiali non bada agli schieramenti di partenza, non vuole che gli si mostri la patente di conservatore o progressista. Lui, quando al Concilio ci si classificava così, aveva otto anni. Un altro mondo. Sa bene infatti che questo sarebbe il modo migliore per non cambiare nulla e congelare il fronte su linee immutabili e sempre più colme di frustrazione e risentimento. E l’appello all’unità diverrebbe un inno all’irenismo .

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