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Meglio la Danimarca della Spagna. E poi bon courage, cara Elly
Il Foglio

Meglio la Danimarca della Spagna. E poi bon courage, cara Elly

Magari mi sbaglio, ma invece di andare in Spagna, dove altro che pareggio, un governo di minoranza agisce tra gli scandali, le batoste elettorali e una politica estera e di difesa da piccola nazione protestataria e periferica in Europa e in occidente, Schlein dovrebbe andare in Danimarca . Lì una socialdemocratica, come direbbe compiaciuto Michele Serra, armata di un’indipendenza a prova di bomba da Trump, europeista sul serio in tema di Ucraina e difesa dell’Europa, tosta sulla Groenlandia, con una maggioranza risicata, no pareggio, ha ricostituito un governo di centro sinistra senza troppe ubbie su sicurezza interna e immigrazione, dal vasto e ambizioso programma di welfare, comprese le cure dentali a tutti gratis. I danesi tra gli scandinavi sono considerati quelli dello humour, della joie de vivre, molto gomito alzato, molte feste, i più agitati e inquieti ma per questo più simili ai fratelli del sud continentale. Il vecchio e caro Prodi è alla ricerca addirittura di una Meloni, per sostituire l’implausibile leadership di Elly Schlein, e con questo si dà un po’ la zappa sui piedi e si fa la fama del disruptor, quello che rompe i cocci, altro che rottamatore . Girasse la voce che cercano una Meloni, dalle parti del Pd, altro che pareggio, saremmo alla frutta. Mette Frederiksen dimostra invece che c’è del buono in Danimarca, con un governo di undici donne e dieci uomini, multiculturale ma intollerante su delinquenza e flussi indebiti di immigrazione illegale, socialdemocratico con maggioranza stretta, un paio di mesi di trattative su programma e organigramma, ma non fondata come quella degli almodovariani di Spagna sul voto determinante di secessionisti latitanti a Bruxelles. Socialisti sull’orlo di una crisi di nervi. Però il punto è proprio qui, anche per Schlein. Prodi è un antico ministro di Andreotti che ha operato una gigantesca operazione storica di riciclaggio a sinistra, con un certo successo contro Berlusconi e in Europa, è un elder statesman meno compromesso con la pensione di un sulfureo D’Alema, ha diritto di cercare un nuovo capo della coalizione dove gli pare e piace, anche da Meloni. Il suo è da sempre un progetto democratico corretto a sinistra ma non un progetto socialista. Elly gli può opporre solo un rilancio del socialismo duro e puro, nella versione trendy del new socialism, altro che socialdemocrazia, una specie di asse Mamdani-Sánchez-Sanders, una roba da salone letterario o da festival della mente, con qualche traccia di successo d’opinione e elettorale in America, con un programma rigoroso, da cui la invisa patrimoniale (perché mai così invisa? boh). Tassare i ricchi e magari sfasciare l’economia che c’è in nome di quella che ci dovrebbe essere, e dell’eguaglianza, il mito traente delle vere sinistre . Questo si capirebbe. Ma altro che Pina Picierno, già in sé un problemino non facile, bisognerebbe fare i conti con la fonte originaria del Pd, partito revisionista che nasce come tenda maggioritaria per un progetto di coalizione di tipico stampo socialdemocratico e riformista, e anche liberaldemocratico. Sono cose che si possono fare, ma bisogna dichiararle con un poco di anticipo, devono essere corredate da una linea di proposte istituzionali che investa interessi e preoccupazioni di una maggioranza di italiani, da una politica estera chiara, possibilmente non fondata sulla bandiera antisemita del genocidio che cancella Auschwitz, non basta intingere il biscotto nel cappuccino intellettuale di una specie di lotta di classe aggiornata. Bon courage, cara Elly.

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