Il Foglio
E di nuovo finisce la scuola, di nuovo cambiano le cose, di nuovo fingo di controllare con ansia il registro elettronico alla ricerca dell’ultima interrogazione di recupero, di nuovo fingo di scandalizzarmi quando trovo mio figlio alle due e trenta del mattino seduto a gambe incrociate sul letto con tutte le luci accese che studia spagnolo, gli occhi cerchiati di blu, il gatto profondamente addormentato sopra dei fogli. Ho detto una cosa davvero intelligente: ma sono le due e trenta! E lui ha risposto: grazie mamma di questa preziosa informazione . Dentro di me sentivo di dovergli almeno un po’ di indignazione, di preoccupazione, di incitamento ad andare a dormire (“quel che è fatto è fatto”), ma mi sembrava tutto così già visto, già sentito, già fatto, già inutile anche tutte le volte precedenti, così gli ho chiesto solo, io con gli occhi cerchiati di viola: vuoi un caffè ? E lui, senza mai alzare gli occhi dal quaderno o comunque da qualcosa di stropicciato con sopra delle frasi (ho molto rispetto per i quaderni, ho molto amici quaderni, e quello non era un quaderno), ha detto che no, il caffè gli fa venire sonno e comunque era tutto troppo, non si ricordava niente, prendeva il debito sicuro, l’estate era rovinata, che ingiustizia che vita che ingiustizia che vita. Ma neanche una coca?, ho chiesto prima di lanciarmi in una di quelle solite rassicurazioni che non hanno alcun valore davanti a un ragazzo nel panico notturno. Se qualcuno mi avesse detto, allora nel pleistocene, mentre studiavo o impazzivo di notte, di stare tranquilla perché sarebbe andato tutto bene, avrei urlato: ma come lo sai, ma non è vero, ma vuoi portarmi sfortuna, io non saprò mai che cos’è un vettore, io domani non ci vado, io mollo tutto. Per fortuna nessuno ha mai pensato di aprire la porta della mia stanza di notte . Per fortuna mio figlio ha una porta scorrevole che si apre appena un gatto la tocca con la zampa, così ci sono passata davanti e l’ho visto, da fuori, con tutti i vestiti sul pavimento. Ho pensato che era un bel quadro, a saperlo dipingere, e ho potuto dargli una di quelle inutili rassicurazioni che servono soltanto a far sentire i genitori complici di qualcosa, attivi, parte di un’epopea, presenti, decisivi, mentre è così evidente che niente ormai dipende da noi. Non ho fatto questa volta nemmeno il tentativo (fasullo) di chiedergli se volesse aiuto. Non sono più in grado di aiutarlo, sono superata, sono le due e mezza del mattino, sono insonne ma non sono in grado di mettermi a studiare con un diciassettenne furioso. E poi solo lui può fare quello che spetta a lui. Il mio conforto è consistito nel portare in camera una lattina di coca cola e un sacchetto di taralli, da sbriciolare per bene sul letto. Di certo Leopardi non sbriciolava. Proust, invece, sbriciolava . Mi sono anche chiesta, in modo totalmente strategico: ma se io trovassi adesso il modo di aiutarlo con Spagnolo lui poi tra vent’anni mi ricorderebbe con gratitudine come la madre che non l’ha lasciato solo nel momento del bisogno? Direbbe nelle interviste (mitomane) che io sono stata sempre la sua roccia? La risposta è stata: certo che no . Ciao figlio, questo è il tuo tempo, io non voglio mai più fare un esame in tutta la mia vita, non sono nemmeno angosciata e vado a dormire. Ho saputo, il giorno dopo, che ha studiato fino alle quattro, si è alzato alle sei e mezza, ha preso sette più, Era contento, con gli occhi cerchiati di blu. Il mio contributo è stato togliere le briciole dal letto, spero di essere ricordata per questo .
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