Il Foglio
Era una di quelle mattine di cristallo che regalano ai newyorkesi la consapevolezza che l’energia sfrontata di New York renda possibile ogni progetto, anche il più ambizioso e folle: solo la storia decreterà se la sorte della città sarà quella di Icaro e Prometeo, ma ci vorranno secoli per saperlo”. Nel frattempo un’eterogenea folla di miliardari e di straccioni, di maniaci e di emigranti s’è radunata sul molo 59 in una giornata di presumibile gloria ad aspettare l’approdo del Titanic, il transatlantico dei sogni, l’archetipo della hybris armatoriale che quel 15 aprile 1912 non arriverà e che da quel 15 aprile non smetterà più di affondare nell’inconscio collettivo occidentale. All’irrisolta attesa, alle biografie trionfanti o minime che s’intrecciano nel porto dell’ineguagliabile metropoli è dedicato l’ultimo romanzo di Antonio Monda, Una mattina gloriosa (Mondadori, 228 pp., 19 euro). Una svogliata orchestra da poco orfana di Mahler, il sindaco William Jay Gaynor, i magnati e le celebrità che fanno di New York una caleidoscopica illusione di cui tutti vorrebbero essere, se non protagonisti, almeno partecipi, indugiano sempre più ansiosi di festeggiare la nave che nessuno immagina già fantasma; nessuno vuole perdersi quel capitolo ulteriore di un’epopea mossa dal ragtime mentre il Vecchio Continente saluta il crepuscolo estremo della Belle Époque . Quella restituita dai molteplici, minuziosi ritratti di Monda è una metropoli che ha tolto il glamour a Parigi e che promette tutto a tutti secondo i versi di Emma Lazarus ai piedi della Statua della Libertà: “Date a me le vostre stanche, povere masse oppresse e soffocate, / che bramano di respirare libere, / i miserabili rifiuti delle vostre sponde brulicanti. / Mandate a me costoro, i senza-patria, sbattuti dai marosi. / Io qui levo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”. Il sindaco Gaynor assicura al pugile nero Jack Johnson, il quale ha appena perso il titolo dei massimi, che “un giorno questa metropoli non sarà più un’eccezione rispetto al paese e tutta l’America sarà come New York”: forse ci crede e forse no, ma intanto a brandire il primato sono i Morgan, i Carnegie, William Randolph Hearst, Charles Francis Murphy detto “Silent”, burattinaio della politica; tutti con una spietatezza che Gaynor – traslucida coscienza di quella umanità – non è mai riuscito a sguainare . A fare da corolla ai potenti sono gli esigui sogni degli emigranti che aspettano sul molo per veder sortire, dalla terza classe, un sopraggiunto parente in cerca di fortuna; c’è il dolente orgoglio di Sam Battle, primo agente di colore della città; ci sono le illusioni di una ragazza innamorata che morirà prima di constatare quanto l’attesa sia stata vacua per tutti. Come le vecchie foto in bianco e nero, che virate a colori riacquistano vitalità, il molo 59 descritto da Monda si rianima per il tempo della lettura assieme ai personaggi sia di finzione sia reali quali Marconi, Toscanini, il mago Houdini che rimanda al ragtime del romanzo di Doctorow, con un effetto catturante: la sensazione di déjà vu in cui c’imbattiamo, anche senza esserci stati, quando è di scena New York. Quella d’oggi o d’allora è così presente nell’immaginario universale quanto il Titanic con la maledizione che rese fatidico quel giorno : un tragico fascino per cui il transatlantico “inaffondabile” continuerà a essere evocato dalle profondità oceaniche attraverso la letteratura, il cinema, la televisione, attraverso le canzoni o persino corteggiato per lambirne i resti laggiù, col morboso desiderio che costò la vita ai turisti d’azzardo del sottomarino Titan tre anni fa. Nel romanzo c’è una specularità tra sopra e sotto, tra mare e terraferma: un’orchestra suonava mentre la nave s’inabissava e un’altra orchestra s’esibisce nel porto intanto che aspetta; le classi sociali che riempivano il Titanic si mescolano sulla banchina con le rispettive lingue, dallo yiddish all’italiano. L’impressione è che quel giorno non si sia mai davvero concluso nei sentimenti e nei risentimenti, nelle speranze e nelle brutalità . Il sindaco, cui l’autore ha affidato un ruolo guida tra gli umori corali, è convinto che qualunque cosa nella vita debba essere accompagnata dall’avverbio “nonostante”. Così quel 15 aprile accadde l’impossibile nonostante tutto, “e mentre i gabbiani starnazzavano e i rimorchiatori dispiegavano le loro sirene”, lo scoraggiato direttore della New York Philharmonic, Josef Stránsky, “continuò a suonare con tutta l’anima, per Dio e per se stesso”. Dopo avrebbe abbandonato la bacchetta per farsi mercante d’arte, però rimane – nonostante questo – nel fermo immagine di una mattina gloriosa.
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