Collector
Giriş Yap
Dopo Hormuz, il rischio ora è Bab el Mandeb. Ma non per la Cina. Parlano Nicolazzi (Isab) e Lanza (Eni-Mattei) | Collector
Dopo Hormuz, il rischio ora è Bab el Mandeb. Ma non per la Cina. Parlano Nicolazzi (Isab) e Lanza (Eni-Mattei)

Dopo Hormuz, il rischio ora è Bab el Mandeb. Ma non per la Cina. Parlano Nicolazzi (Isab) e Lanza (Eni-Mattei)

La crisi del Golfo cambia dimensione se i colli di bottiglia diventano due . Ossia se si realizza la minaccia degli Houthi di chiudere Bab el Mandeb, l’imbocco del Mar Rosso nello stretto dove affacciano lo Yemen e il Djibouti. Lo Stretto di Hormuz, dove passa circa il 20 per cento del petrolio e gas trasportati via mare nel mondo, è già sbarrato da un doppio blocco: quello dei pasdaran della Repubblica islamica, e dall’altro quello con cui la Marina statunitense blocca il transito verso i porti iraniani. Maggio è stato senza dubbi un mese senza precedenti per l’industria petrolifera iraniana. Secondo i dati di Tanker Trackers, sono stati esportati zero – sì, zero – barili di greggio e appena due milioni di barili di nafta, pari a 64 mila al giorno, mentre solo a febbraio uscivano più di 2,1 milioni di barili al giorno tra greggio e derivati. Il costo, o il conto, oltre all’Iran lo pagano anche i paesi del Golfo, dall’Arabia Saudita agli Emirati passando per il Kuwait, che da Hormuz non riescono più a far uscire i loro carichi. Bab el Mandeb, la porta meridionale della rotta del Mar Rosso verso il Canale di Suez, è l’altro grande “imbuto” del commercio marittimo a rischio , lungo la cui rotta transita circa il 12 per cento del commercio mondiale. E una chiusura, in simultanea con quella dello Stretto di Hormuz, bloccherebbe virtualmente circa un quarto dell’offerta mondiale di petrolio e gas. A spiegare perché la minaccia degli Houthi vada presa sul serio è Massimo Nicolazzi, presidente dell’Isab, che parte dalla geografia delle rotte: “Da Hormuz, se il passaggio è chiuso, non hai vie d’uscita, mentre Bab el Mandeb lo puoi sempre aggirare circumnavigando l’Africa. Se a fare quel giro è una superpetroliera la ricaduta economica a valle non è enorme, ma il discorso può cambiare radicalmente a seconda della dimensione della nave. Il problema è che per innescare un blocco basta il rischio concreto, che già da solo manda alle stelle assicurazioni e noli”, ragiona Nicolazzi. Il giro intorno all’Africa allunga la rotta Asia-Europa di circa 14 giorni, e nel 2023-2024 era stati registrati oltre 190 attacchi. Poi continua:“Immagini cosa ciò voglia dire dal punto di vista dell’aumento dei costi di trasporto. Chiuderanno Bab el Mandeb? A meno che dopo aver evitato di invadere l’Iran Trump non decida di invadere lo Yemen, la nozione di forza è relativa: colpire ormai costa pochissimo. Bastano un drone o un barchino esplosivo” spiega l’esperto. A lessandro Lanza, direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei ed ex capo economista dell’Eni, commenta al Foglio lo scenario macroeconomico globale : “Con questa situazione perdono tutti, non c’è un vincitore tranne la Cina. Non ci guadagnano i sauditi, non gli iraniani, non gli egiziani, e nemmeno gli americani, che si sono ritrovati la benzina sopra i quattro dollari al gallone”. E a confermare la pressione sugli Usa è il dato sulle riserve strategiche statunitensi, scese a 357 milioni di barili: ai minimi da decenni e nella direzione di toccare il minimo delle riserve dagli inizi degli anni ‘80. Inoltre, neanche la Russia guadagna dalla chiusura di Hormuz, perché il rincaro del suo Urals sopra i 70 dollari è in gran parte annullato, nel cambio dollaro-rublo, dal rafforzamento di quest’ultimo. Lanza poi torna sul vincitore assoluto in termini comparativi e di posizione, ossia Pechino : “I cinesi hanno ormai spostato gran parte della loro energia sull’elettrico e hanno moltissime rinnovabili. E intanto hanno accumulato stoccaggi strategici imponenti, dal valore sconosciuto”. Ma non solo, perché per l’economista della Fondazione Eni-Mattei “è stata la Cina a tenere il prezzo del greggio ancora ragionevole. Se decidesse di stringere – ragiona l’economista, in riferimento anche al taglio drastico dell’import petrolifero da parte di Pechino – ci ritroveremmo il petrolio a 150 dollari”. E il rischio sarebbe a cascata: la Federal Reserve sarebbe costretta a rialzare i tassi di interesse, con effetti negativi sulle borse mondiali. Per questo lo stallo non può reggere a lungo. “ Una situazione così non la regge nessuno e i paesi del Golfo, bersagliati dagli iraniani, non vedono l’ora di chiuderla” , dice Lanza, convinto che finirà presto, complice un presidente americano che minaccia e poi rinvia, che si è guadagnato a Wall Street l’appellativo di Taco, l’acronimo inglese per Trump che si tira sempre indietro. Poi conclude: “L’unico che può permettersi di aspettare, in fondo, è la Cina: il vero grande avversario degli Stati Uniti per i prossimi cento anni”.

Go to News Site