Il Foglio
Volenterosi va bene, ma astuti? Joe Biden e gli europei sono stati concordi per anni, dal 2022, quando scattò l’invasione che gli smart thinkers dichiaravano impossibile, fino al passaggio dell’amministrazione a Trump, con i suoi maneggi collusivi di Anchorage, sono stati concordi nel dire no all’escalation. Ci sembrava una cretinata e lo scrivemmo qui ripetutamente. Quel no all’escalation significava: sì, vi armiamo, vi finanziamo, perché l’aggressione all’Ucraina è un’aggressione all’Europa e all’occidente, ma vi poniamo dei limiti, potete uccidere e essere uccisi, ma solo in territorio ucraino . Capita l’antifona, Putin scatenò le minacce nucleari a vanvera di Medvedev, il portavoce inutilmente vociante, e bloccò sul territorio nemico la guerra, rifiutando ogni ipotesi seria di negoziato, accettando perfino numerosi pacchetti di sanzioni e un riequilibrio a lui allora molto sfavorevole del flusso di energia e denaro che lo aveva collegato all’ovest. I suoi propagandisti ci hanno afflitto per mesi, per anni, con questa giaculatoria: no all’escalation. Qualsiasi arma occidentale deve essere usata esclusivamente, ricordate? a scopo di difesa interna, dentro i confini invasi. In quel quadro un Papa, che ha lasciato un’eredità etica e politica questionabile, arrivò perfino a parlare del “coraggio della bandiera bianca”. La guerra, come intuiscono adesso anche i piccini, sarebbe finita molto prima senza quel limite masochistico messo sulle spalle di un esercito e di un popolo eroici, con un risparmio effettivo di vite umane, di atroci sofferenze, di distruzione e ludibrio, aspettando il ritorno esiziale di Trump, che ora raccoglie al Madison Square Garden quanto ha seminato in Alaska e sta seminando in medio oriente. Bastava non cedere alla retorica pseudopacifista dell’escalation da evitare a tutti i costi, e invece di dare inutilmente del macellaio a Putin, autorizzare l’impiego delle armi ucraine e occidentali per colpire gli approvvigionamenti energetici dell’esercito russo, per infondere insicurezza nel paese dello zar, per difendersi come sempre ci si difende nelle guerre e nella vita, con la deterrenza fatta di azioni altamente intollerabili per l’avversario o il nemico aggressore. Oggi, con i suoi armamenti poveri ma non solo volenterosi , anche tecnologicamente astuti, la splendida Ucraina, che è lo scudo di tutti noi, colpisce in territorio russo e riscrive la storia di questa guerra smentendo le panzane e le riluttanze con le quali si alimentano solo sconfitte basate sul cosiddetto coraggio della bandiera bianca. Quanto tempo, quanto terreno, quanta pace si è persa per la velleità di fare la guerra di difesa con un braccio legato dietro la schiena? I sapientoni dell’establishment politico e militare di Washington, anche quelli dell’onesto e tenace Biden e del Congresso a maggioranza democratica, dovranno una buona volta rifare i loro calcoli. E Trump, che crede di manovrare Israele in vista delle elezioni di mezzo termine, dovrebbe trovare, magari nel giro del Wall Street Journal e del Pentagono, ma non del comodo pupazzo Hegseth , qualcuno che gli spieghi come e perché, per quanto possibile, Israele dopo il 7 ottobre abbia deciso di non soggiacere alla dottrina della de-escalation preventiva, sicura garanzia di sconfitta contro nemici così agguerriti e guidati dal jihadismo sterminatore. Intanto le paure di San Pietroburgo e di Mosca sono una garanzia per la trasformazione dello spirito del volontariato di Londra e Parigi in una strategia di controffensiva e di negoziato attraverso la forza che è la sola via per la pacificazione, almeno provvisoria, e per la punizione della protervia russa.
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