Il Foglio
La discussione nasce da un doppio messaggio arrivato da Bruxelles. Da un lato, la Commissione europea ha aperto alla possibilità per l’Italia di utilizzare margini di flessibilità per far fronte all’aumento della spesa energetica . Dall’altro, ha formulato raccomandazioni di politica economica, ricordando che la continuità della crescita non può dipendere solo da nuove risorse, deroghe o richieste all’Europa. Fortunatamente, almeno finora, l’Italia non ha avuto bisogno di dirottare in modo massiccio i fondi di coesione per coprire altre emergenze. Ma proprio per questo occorre ricordare il lascito più importante del Pnrr: avere spinto l’amministrazione pubblica a programmare, rispettare scadenze, misurare obiettivi e trasformare risorse europee in progetti concreti. Quel metodo non deve finire con il Pnrr. Deve essere trasferito ai nuovi fondi di coesione. E’ anche il cuore della discussione sulla nuova programmazione europea in corso a Bruxelles. Il punto non è più se introdurre una logica “alla Pnrr” nella politica di coesione. Ma è come conciliarla con il ruolo delle regioni, che restano titolari di una parte rilevante della programmazione. Tra le sei raccomandazioni della Commissione all’Italia, una sembra rispondere direttamente al dilemma che occupa il dibattito politico: come sostenere la crescita quando non ci sarà il Pnrr? La risposta di Bruxelles è meno criptica di quanto sembri. La Commissione invita l’Italia a garantire continuità alle riforme e agli investimenti avviati con il Pnrr, accelerando l’attuazione della politica di coesione e utilizzando, dove opportuno, la riassegnazione delle risorse verso le priorità strategiche e le flessibilità previste. Tradotto: prima di chiedere nuove risorse, l’Italia deve usare meglio quelle che ha già. Il riferimento è ai fondi di coesione, in larga parte allocati presso le regioni nella programmazione 2021-2027. Queste risorse possono essere spese fino alla fine del decennio, ma se messe rapidamente in circolo potrebbero costituire il ponte naturale tra la fine del Pnrr e il nuovo quadro finanziario europeo, che partirà nel 2028. Non è un dettaglio tecnico. E’ la ragione stessa della politica di coesione. I fondi del Pnrr hanno contribuito a sostenere una crescita del Mezzogiorno superiore alla media nazionale, secondo le stime Ifel, alimentando quella convergenza del Sud che da decenni è un obiettivo delle politiche europee. Il richiamo della Commissione riporta dunque al centro un problema antico: la difficoltà delle amministrazioni italiane, e in particolare di alcune regioni, a trasformare i fondi europei in interventi concreti. Il programma Fesr della Sicilia prevede di sostenere oltre 12 mila imprese del territorio. A oggi, secondo i dati della Commissione su Cohesion Data, risultano individuate appena 310 imprese beneficiarie e solo 20 avrebbero ricevuto il contributo. Relativamente meglio il Lazio, dove dovrebbero essere coinvolte 10 mila imprese e le beneficiarie sono poco meno di 2.400. La Sicilia dispone di 4,1 miliardi di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale e di poco meno di 1,3 miliardi del Fondo sociale europeo plus. Sul Fesr risultano impegnati meno di 1,6 miliardi, pari al 27,9 per cento, e spesi meno di 400 milioni, appena il 7 per cento. Sul Fse+ gli impegni sono pari a 450 milioni, il 36,5 per cento, mentre la spesa effettiva si ferma a 137 milioni, l’11 per cento. Fa peggio la Campania, che può contare su 5,5 miliardi di Fesr, ma sino ad oggi ha speso solo l’8,4 per cento; la Lombardia è al 10 per cento. Tutte le regioni si giustificheranno dicendo che quello è il dato della spesa certificata, ma che hanno già speso molto di più e devono solo certificare; le certificazioni arriveranno alla fine del settennato e si spenderà quasi tutto. Ma il punto è proprio questo: una spesa concentrata alla fine, con un impatto poco graduale e rinviato agli anni successivi. E’ questa la critica più forte al sistema attuale basato su spesa e rimborso alla fine del settennato. Per questo alzare oggi le barricate sulla governance dei futuri fondi di coesione rischia di essere un diversivo, se prima non ci si impegna a far funzionare i programmi già aperti. Il punto non è scegliere tra Pnrr e coesione, né invocare genericamente più Europa o più risorse. Il punto è usare in tempo le risorse disponibili, orientarle verso investimenti capaci di produrre crescita e misurare i risultati.
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