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I colori dell’America nuova. Coppie miste e la travolgente avanzata delle donne | Collector
I colori dell’America nuova. Coppie miste e la travolgente avanzata delle donne

I colori dell’America nuova. Coppie miste e la travolgente avanzata delle donne

La sensazione più forte che ho provato vivendo di nuovo a distanza di qualche anno a Cambridge e Boston è stata quella di abitare un mondo nuovo e diverso , lontano anni luce da quello che avevo imparato ad amare tra il 1979 e il 2003, ma molto interessante. Era quello un mondo in bianco e nero, dove a fronte di quasi un 90 per cento di bianchi che si dicevano quasi tutti di discendenza europea (anche se i latino-americani avevano già cominciato a rinunciare a questa “identità” per abbracciarne una loro, capace di garantire dei vantaggi), vi era un 12 per cento circa di neri quasi tutti discendenti dagli schiavi degli stati del sud. Per ragionare in termini di serie televisive, sulla costa est era il mondo dei “Soprano” e di “Seinfeld”, dei “Robinson” e dei “Jefferson”. In quel mondo i cittadini e i residenti nati all’estero erano circa 14 milioni e la diversità e i conflitti causati dalle grandi migrazioni europee di fine Ottocento e di inizio Novecento erano stati riassorbiti dopo i freni posti all’immigrazione nel 1924 e grazie al New Deal, alla guerra e al boom del secondo Dopoguerra, che aveva anche avviato il processo di integrazione dei neri. Oggi quei 14 milioni sono diventati circa cinquanta e meno del 10 per cento dei nuovi venuti è di origine europea. Più della metà è arrivata dall’America latina, di cui metà dal Messico, e gli altri dall’India, dalla Cina, dalle Filippine, dai Caraibi e dall’Africa. Gli Stati Uniti si sono quindi di nuovo diversificati e in modo più intenso e “colorato” di un secolo fa, con un processo che ha raggiunto il suo picco nelle grandi città, toccando per ora molto meno le aree interne. Al tempo stesso, questo “nuovo mondo” è diventato sorprendentemente tale anche per la travolgente avanzata delle donne – di qualunque colore – rispetto a maschi che hanno vissuto una brusca e notevolissima riduzione del loro status. Sono dunque cambiamenti enormi, su cui provo a dare qualche dato che spero non annoi perché ce n’è davvero bisogno per capire la loro scala e fare qualche ragionamento. Al contrario del mondo in bianco e nero di 50 anni fa, quello statunitense di oggi è un mondo con almeno cinque grandi gruppi, e naturalmente e per fortuna milioni di persone che si sentono fuori da qualunque di essi. Questi gruppi sono i bianchi di origine europea in rapida diminuzione e altrettanto rapido invecchiamento, gli ispanici, gli asiatici, molto diversificati, e i neri, quasi la metà dei quali non è più oggi discendente dalla comunità ri-segregata dopo l’abolizione della schiavitù. Accanto a essi vi è infine quello costituito dalle sempre più numerose coppie miste, spesso di condizione sociale più elevata. Il dato grezzo parla di un 80 per cento di bianchi “non ispanici” sul totale della popolazione nel 1980, scesi al 69 per cento nel 2000 e diventati oggi meno del 58 per cento; di ispanici/latinos e asiatici triplicati, rispettivamente dal 6,5 a più del 20 per cento e dall’1,6 al 7 per cento; e di neri rimasti stazionari intorno al 12 per cento, ma più di un quarto dei quali è oggi un immigrato o un figlio di immigrati di origine africana o caraibica (il che è stato a sua volta una causa non secondaria della crisi di una politica di affirmative action legittimata negli anni Sessanta e Settanta del Novecento come strumento per compensare passate ingiustizie e che è venuta quindi perdendo in parte la sua giustificazione agli occhi di cittadini bianchi o asiatici che non capiscono perché devono cedere il passo a immigrati o figli di immigrati che con la schiavitù statunitense non hanno nulla a che fare). Queste comunità hanno naturalmente profili occupazionali diversi, con quella asiatica che vanta ormai redditi in media del 20-30 per cento superiori a quella bianca, e con ispanici e neri nei gradini inferiori, anche se gli ispanici sono orgogliosi della loro nuova posizione e del loro numero crescente, una coscienza di sé che è fortemente percepibile. La quinta comunità è quella formata dai matrimoni misti e dalla loro progenie. Dal 1980 al 2020 il loro numero si è più che quadruplicato, passando da 1,5 a circa sette milioni, superando il 10 per cento del totale. Le coppie miste più numerose sono quelle formate da ispanici e bianchi non ispanici, seguite da quelle formate da bianchi, più spesso maschi, e asiatici. Se si ricorda che ancora 60 anni fa molti stati vietavano i matrimoni misti (che allora erano quelli tra bianchi e neri), il progresso è impressionante, e lo resta se si ragiona in numeri assoluti. Ma se si guarda ai dati relativi e pensiamo che essi si riferiscono a più di mezzo secolo, si è costretti ad ammettere che l’amalgama avviene sì, ma – come nelle società europee di un passato lontano – a ritmi molto lenti, cioè su un orizzonte plurisecolare, con tutti gli enormi problemi di gestione culturale e politica che un processo così lungo e conflittuale comporta. Questa conclusione è corroborata da una storia paradossale. Anche a causa della pressione di queste coppie e dei loro figli, nonché di quella di chi contesta la conta per “razze” che da sempre contraddistingue i censimenti statunitensi, questi ultimi ammettono dal 2000 la risposta “Di due o più razze” alla domanda “Di che razza sei?”. Sembra, e intellettualmente lo è, la negazione del principio della one drop rule (chi ha una goccia di sangue nero è nero) su cui si è basata per un secolo la segregazione razziale negli Stati Uniti, e si è confortati dall’apprendere che i circa 6,8 milioni che hanno risposto così nel 2000 sono diventati trentaquattro nel 2020. Ma se si va a vedere come l’Amministrazione applica i risultati del censimento si scopre che si tratta solo di forme. Le risorse vengono infatti distribuite in base alle “razze” e chi ha dichiarato di appartenere a più di una di esse è automaticamente classificato in quella che gode (o godeva) dei vantaggi dell’affirmative action, e questo per esplicita richiesta delle organizzazioni nere e ispaniche. L’uso della one drop rule è quindi oggi rivendicato da chi fino a cinquant’anni fa era discriminato in base a essa e teme di veder diminuire il suo numero e quindi la sua influenza, un rovesciamento appunto paradossale e frutto dei vantaggi introdotti a partire dalla metà degli anni 60 per rimediare alle ingiustizie del passato. Naturalmente questa nuova composizione plurale della società statunitense si accompagna alla creazione di nicchie occupazionali, monopolizzate da questo o quel gruppo, e più in generale a una stratificazione sociale e dei redditi che raddoppia e complica quella del colore, e viceversa. Al di là di quella per gruppi, che vede al primo posto gli asiatici e all’ultimo i neri, vi è quella delle coppie miste, i cui redditi non si discostano in genere dalla media salvo che nel caso delle coppie bianco-asiatiche, che guadagnano più del 20 per cento di quelle bianche e più del 15 per cento di quelle asiatiche. Questa composizione si accompagna anche a cambiamenti culturali sorprendenti, per esempio nel campo del cibo un tempo in prevalenza italiano e cinese, oltre che naturalmente “americano”, e oggi dal netto e molto più speziato accento latino-americano e indiano. Ma il cambiamento più sorprendente, e forse in prospettiva politicamente più conflittuale se l’esperienza del passato europeo vale a qualcosa, è quello avvenuto nelle grandi città, dove il cambiamento è stato ed è ancora più veloce e impressionante. Per fare solo quattro esempi, e tralasciando Miami, già a maggioranza latino-americana nel 1980, a Boston gli abitanti bianchi di origine europea sono crollati dal 68 per cento del 1980 al 45 del 2020; a New York dal 52 al 31; a Chicago dal 43 al 31 e a Los Angeles dal 48 al 29. L’aumento più forte è naturalmente quello degli ispanici (che formano il 50 per cento dei nati all’estero in tutte queste città), seguiti dagli asiatici, mentre i neri sono in diminuzione come i bianchi. Le grandi città americane sono quindi ormai sostanzialmente e sempre più diverse dalla gran parte degli Stati Uniti che seguono una traiettoria simile ma a velocità di gran lunga minore. Come indicano il successo di Zohran Mamdani a New York, quello che sta succedendo nel Regno Unito e soprattutto il passato europeo, questa crescente diversità può tradursi in conflitti di grande portata, che avrebbero bisogno di speciale cura e attenzione per ridurre al minimo sofferenze probabilmente in parte inevitabili. L’ultimo, visibilissimo e forse più grande e pervasivo cambiamento è quello relativo al progresso del mondo femminile rispetto a quello maschile, che sembra indicare come la società moderna “appartenga” più al primo che al secondo. Due soli dati che confermano un’impressione personale peraltro fortissima: nel 1980 le donne statunitensi, che già conseguivano il 49 per cento dei titoli di baccalaureato rilasciati dai college americani, ottenevano il 48 per cento di quelli di master e solo il 27 per cento dei dottorati di ricerca. Oggi si è rispettivamente al 58, 61,5 e 55 per cento, un dato che si riflette nelle dinamiche dei redditi. In termini reali il loro reddito, che era nel 1980 pari al 60 per cento di quello degli uomini, è salito oggi all’80 per cento e se si considerano le donne senza figli la differenza è stata annullata e vi è spesso un vantaggio femminile, specie se si depura il dato dal peso di generazioni passate che esprimevano il privilegio maschile. Le grandi città americane sono quindi ormai sostanzialmente e sempre più diverse dalla gran parte degli Stati Uniti che seguono una traiettoria simile ma a velocità di gran lunga minore Se si considera la crescita dei redditi, sempre in termini reali, dal 1980 al 2020, la straordinariamente migliore esperienza di donne che ormai si incontrano ovunque in posizioni di responsabilità è rappresentata da un incremento pari al 61 per cento per le donne e solo al 16 per cento per gli uomini, un dato che si accentuerà nel futuro se è vera, come è vera, la netta percezione che si coglie nelle migliori università americane, ormai dominate tra gli studenti dalle donne, specie asiatiche. E’ la percezione da cui partirò nella prossima nota, dedicata appunto ai cambiamenti nelle università di punta e nel mondo intellettuale più in generale. Ma i dati di questa e della precedente sono indispensabili per capire non tanto e non solo Donald Trump, ma gli enormi cambiamenti politici e la dislocazione culturale degli Stati Uniti, al tempo stesso simile ma anche molto diversi da quelli europei.

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