Il Foglio
Non passa giorno senza che sui giornali sorga un artista che rilascia dichiarazioni per lanciare il proprio prodotto esprimendosi in favore dell’impegno politico disinteressato. Prendiamo il Corriere, che è il metronomo della borghesia. Ieri il sommario dell’intervista a Francesca Michielin culminava in un bel: “Gli artisti devono esporsi”. Ieri l’altro il titolo dell’intervista a Ramin Bahrami era, indovinate? “Gli artisti devono schierarsi”. Non so se valga la pena di continuare a sfogliare gli arretrati, ma di certo, senza sfera di cristallo, è facile prevedere che nei prossimi giorni lo stesso concetto verrà espresso di riffa o di raffa, se non da una cantautrice veneta o da un pianista iraniano, da uno scultore molisano o da una madrigalista costaricense. Il fatto che tutti gli artisti indifferentemente pongano l’accento sul dovere di esporsi implica in realtà l’esatto contrario, ossia che gli artisti temono di esporsi: pronunciare certe spavalde parole chiave è il modo più sicuro per restare allineati e coperti. I casi di Erri De Luca e Francesco De Gregori hanno infatti dimostrato che non c’è mostro sacro che possa ritenersi al riparo da un dannosissimo rovescio di fronte al tribunale del popolo del web, che poi è la clientela; figurarsi gli artisti in ascesa, i quali non possono contare su un glorioso passato né su diritti accumulati nei decenni. Meglio dunque andare sul sicuro e rabbonire l’immane bestia virtuale dandole in pasto ogni giorno tocchettini di impegno predigerito. Io sogno invece un artista che emuli Joyce quando, nel 1939, stramaledisse la Seconda guerra mondiale scoppiata a pochi mesi dalla pubblicazione di “Finnegans Wake”: non gli interessava la pace né la salvaguardia dell’Europa né la difesa della dignità umana, ma lo preoccupava soltanto il rischio di vendere poche copie dopo avere lavorato per diciassette anni. Lui sì che si era esposto.
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