La deriva totalitaria del Gratterismo

La deriva totalitaria del Gratterismo

La sinistra un tempo parlava di “Paese normale” quando cercava di far apparire l’Italia berlusconiana come un fenomeno abnorme. E allora, cari compagni, se fossimo in un Paese normale il procuratore Nicola Gratteri dopo aver sfoggiato una cultura politica intollerante, da quella posizione, sarebbe sotto procedimento disciplinare da parte del procuratore generale o del ministro della Giustizia. Il “gratterismo” è diventato un sottogenere del giacobinismo letterario, un manuale del pregiudizio antropologico dove chi vota Sì al referendum sulla giustizia è associato ai criminali. Gratteri se fosse un politico sarebbe un Vannacci o un Landini qualsiasi, ma parliamo di un magistrato con altissime responsabilità che mostra una cultura giuridica inquietante proprio perché egli rappresenta l’accusa, guida le indagini, dispone gli arresti. La campagna referendaria del No è rivoltante, per l’uso sistematico del falso, per la riduzione continua dell’avversario e dell’elettore del Sì a figlio di un Dio minore, un essere inferiore, incline al banditismo. È una lettura lombrosiana che fa spavento, i casi sono innumerevoli e confermano che la magistratura ha scelto di vestire i panni di Attila, in un passaggio dal diritto alla barbarie. Ogni volta diciamo che questo è il punto più basso della campagna del No, ma in realtà quello è il momento in cui si comincia a scavare. Non c’è prova più grande delle buone ragioni del Sì. È giunto il momento di confrontarsi con la realtà, questa è una battaglia che va affrontata con gli strumenti della politica, al massimo livello con la voce dei leader dei partiti e del premier Meloni - è uno scontro tra due visioni del mondo, una liberale e l’altra totalitaria. Non è un Sì alla riforma della giustizia, è un voto per difendere la democrazia.

PiazzaPulita, Michele Serra: "Perché voto no al referendum", la spiegazione da brividi

PiazzaPulita, Michele Serra: "Perché voto no al referendum", la spiegazione da brividi

Anche Michele Serra tra i sostenitori del "no" al referendum. Nessun colpo di scena, certo. Ospite di PiazzaPulita , la firma di Repubblica ammette quello che era abbastanza scontato: "Sono tra quelli che voterà no perché tra un governo spregiudicatamente libero di fare gli affari suoi e una magistratura piena di difetti e di problemi la cui autonomia mi sembra fondamentale preferisco votare no". Insomma, poco importa se la magistratura incappa in qualche errore che può cambiare la vita di una persona, meglio votare contro il governo. Che Serra non vada troppo d'accordo con l'esecutivo di Giorgia Meloni è cosa arcinota. Basta pensare che sempre nello studio di Corrado Formigli su La7, il giornalista accusava la destra di "non riconoscere il razzismo". "La destra - diceva - è così forte ideologicamente e insiste su una idea id nazione su basi etniche, la nazione è il luogo in cui una razza si ricompatta, ecco noi dovremmo insistere ideologicamente sul concetto di nazione come concittadinanza, convivenza tra persone diverse". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45964107]] Oppure, quando criticava la scelta della leader di FdI di farsi chiamare "presidente", definendola una deviazione dalle regole della lingua italiana e una scelta ideologica. Tutti motivi per cui la scelta di votare no alla riforma sulla giustizia non è una sorpresa. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46095659]] Qui l'intervento di Serra a PiazzaPulita sul referendum