Il Pd chiede la testa anche di Cerno: "No al programma"

Il Pd chiede la testa anche di Cerno: "No al programma"

Per essere una commissione bloccata, come lamentato dai parlamentari di opposizione, gli esponenti del campo largo che siedono in Vigilanza Rai paiono attivissimi. Tanto da intervenire su chiunque metta piede, o potrebbe mettere piede, nel servizio pubblico. Specie se sgradito alla sinistra. Dopo aver messo nel mirino Andrea Pucci - che Carlo Conti aveva invitato a Sanremo in qualità di co-conduttore della terza serata- il nuovo obiettivo di Pd e compagni è il direttore del de Il Giornale Tommaso Cerno . La notizia di una striscia quotidiana affidata al giornalista sulle reti Rai, rilanciata da alcune testate, ha fatto scattare il campanello d’allarme in casa dem. E quindi via con un nuovo comunicato in cui si chiede di smentire la notizia e “scongiurare” l’arrivo di Cerno sulle reti di Stato. «Secondo quanto pubblicato, Cerno - attuale direttore de Il Giornale ed ex direttore de Il Tempo, quotidiani di destra filo-governativi riconducibili al gruppo editoriale facente capo al parlamentare della Lega Antonio Angelucci - sarebbe in procinto di condurre una striscia quotidiana sul servizio pubblico a partire dal 3 marzo»: comincia così la nota diffusa dai parlamentari del Pd che siedono in commissione di Vigilanza Rai. Poi il solito ritornello dell’opposizione su una fantomatica Rai trasformata in Telemeloni: «Se confermata, questa scelta rappresenterebbe l’ennesima prova dell’uso della Rai come strumento di propaganda politica, reso possibile dallo stallo imposto dalla maggioranza sulla Commissione di Vigilanza, alla quale viene impedito di operare e di eleggere un presidente di garanzia. Siamo di fronte a una emergenza democratica nel servizio pubblico aggravata dall’avvicinarsi di importanti appuntamenti elettorali, a partire dal referendum». La replica del direttore de Il Giornale non è quindi tardata ad arrivare: «Non gli basta zittire Andrea Pucci. Devono tappare la bocca anche a me. Forse perché come dicono loro sono di una lobby gay... povera Italia», è stato il commento dell’ex deputato sui social. In difesa del giornalista si sono schierati anche i parlamentari della Lega in commissione di Vigilanza: «I sinistri, non contenti di aver portato alla rinuncia di Andrea Pucci a Sanremo, ora vogliono zittire anche Tommaso Cerno, solo perché non è allineato al pensiero unico. Gli italiani hanno capito chi sono i nuovi fascisti: quelli che invocano la censura ogni volta che non controllano l'informazione. Non c'è altro da aggiungere». Nel calderone dem è finito anche Gian Marco Chiocci, direttore del Tg1. Anche sudi lui si sono susseguite alcune notizie sugli organi di stampa che lo vorrebbero in trattativa per diventare il nuovo portavoce del premier Giorgia Meloni. Eventualità inaccettabile per il Pd: «Chiediamo una smentita ufficiale e immediata all’azienda, così come chiediamo di smentire l’imminente passaggio del direttore del Tg1 alla comunicazione della Presidente del Consiglio che delineerebbe un intreccio sempre più evidente tra informazione pubblica e governo».

Elisabetta De Dominis, la testimonianza: "Dopo i beni, la Croazia mi toglie l'italianità"

Elisabetta De Dominis, la testimonianza: "Dopo i beni, la Croazia mi toglie l'italianità"

Sono nata in Italia da famiglia dalmata italiana ma mi ritrovo privata dell’identità italiana da parte dello Stato croato: ho scoperto su Facebook e su Wikipedia (versione croata) che, nonostante il cognome latino, la Croazia sostiene che i miei avi fossero croati, mentre ha confermato la dichiarazione della Repubblica socialista federale di Jugoslavia che mio nonno Giovanni de Dominis fosse italiano per poter vendere le sue proprietà. Quindi dopo che la mia famiglia è stata derubata di tutto, viene derubata anche dell’identità italiana. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 8 “vita privata e familiare”, prevede il ricorso per violazione del nome e dell’identità personale/culturale, perché il diritto al nome tutela la continuità dell’identità personale e familiare e, indirettamente, quella culturale e nazionale. Mio nonno Giovanni de Dominis con la sua famiglia abbandonò l’isola di Arbe l’8 settembre 1943 con i soli vestiti estivi addosso perché ricercato dai titini che lo volevano impiccare in quanto “possidente italiano”, come fecero con altri che appesero sui pali della luce lungo il porto. Riporto qui la lettera che il 25 gennaio scorso ho inviato all’ambasciata di Croazia a Washington (e per conoscenza al ministero degli Esteri d’Italia, ministro Antonio Tajani; all’ambasciata d’Italia a Washington, ambasciatore Marco Peronaci; all’ambasciata d’Italia a Zagabria, ambasciatore Paolo Trichilo; al Ministero degli Esteri di Croazia, ministro Gordan Grlic-Radman; all’ambasciata di Croazia a Roma, ambasciatore S.E. Jasen Mesic). [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:44704716]] «Ho appreso dal post su Facebook dell’Ambasciata di Croazia a Washington del 6 gennaio 2026 che l’italiano John Owen Dominis , marito dell’ultima regina delle Hawaii Liliuokalani e primo cugino del mio bisnonno Pacifico, fosse croato! Vorrei informare lo Stato croato che suo padre John Dominis lasciò nel 1815 l’isola di Arbe, contea della mia famiglia dal ’400, per l’America perché era ricercato dalla polizia dell’Impero Austro-Ungarico essendo un carbonaro che cospirava per l’unità d’Italia. Marco Antonio de Dominis (1560-1624), scienziato dell’ottica, arcivescovo di Spalato e poi decano di Winsor, non scrisse in croato ma in latino le sue opere: De radiis et visibus e “De Republica Ecclesiastica e non le firmò Marcantun ma Marco Antonio e le sue lettere private sono scritte in italiano; Giovanni de Dominis, comandante e conte veneziano delle galee dalmate a Lepanto (1571), sconfisse lungo l’ala destra gli algerini, alleati dei turchi, sulla sua galea “San Giovanni” e non si chiamava Ivan». Nella lettera chiedo pertanto allo Stato croato come possa sostenere che i miei antenati fossero croati. Evidenzio alcuni aspetti: la Croazia non esisteva quando in Dalmazia fino al 1910, secondo il censimento austriaco, la maggioranza della popolazione sulla costa era italiana e le scuole erano italiane. Nel 1943 mio nonno Giovanni fuggì con la famiglia da Arbe a Venezia ricercato dai titini che lo avevano dichiarato nemico del popolo e suo cugino fu trucidato. Nel catasto tavolare dell’isola di Arbe è stato aggiunto a penna sulle nostre proprietà che non abbiamo diritto alla restituzione in quanto di nazionalità italiana. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:41578332]] «Nonostante la richiesta di restituzione legalmente presentata da mio padre prima del 1997, la pratica di restituzione dei beni è ancora ferma al tribunale della confisca di Arbe, mentre il sindaco di Arbe negli anni seguenti ha venduto i nostri terreni e le nostre case agli occupanti senza averne titolo, perché la Croazia, benché faccia parte dell’Unione Europea e dovrebbe essere uno Stato di diritto, considera il possesso superiore al diritto di proprietà e discrimina gli italiani. Di quanto affermo ho tutti i documenti di famiglia, a partire dall’albero genealogico. Se non riceverò una risposta in tempi congrui dallo Stato croato, adirò la Corte Europea per la tutela identitaria del mio cognome e dei miei diritti di proprietà». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:41574478]]

Anarchici, nuove minacce: "Sabotaggi e fuoco alle Olimpiadi"

Anarchici, nuove minacce: "Sabotaggi e fuoco alle Olimpiadi"

«Fuoco alle Olimpiadi e a chi le produce». A distanza di tre giorni dagli scontri di Milano, gli anarchici rilanciano la lotta contro le Olimpiadi e contro il governo. In un lungo post dal titolo «Chi sabota è nemico dell'Italia», pubblicato ieri su un sito d'area, partono dal sabotaggio delle linee ferroviarie, avvenuto proprio la mattina di sabato. Raccontano l'episodio e lo mettono in relazione a quanto accaduto in Francia nel 2024 in occasione delle Olimpiadi di Parigi, quando il giorno dell'inaugurazione dei Giochi furono sabotate le linee della Tgv. Stesse modalità e identiche motivazioni: la «militarizzazione completa della città» in occasione dell'evento (Parigi nel 2024 e Milano per l'inaugurazione delle Olimpiadi invernali 2026), e la promulgazione di pacchetti sicurezza a ridosso degli eventi in entrambi i casi. Un confronto che potrebbe essere letto come una rivendicazione visto che, nel testo, viene pubblicata anche quella che fecero gli anarchici dopo l'attacco alle linee ferroviarie francesi. Ma è alla fine del lungo testo che viene lanciata l'ennesima minaccia. Le manifestazioni e gli scontri con le forze dell'ordine non bastano, serve qualcosa di più: «Inizia a non essere più ignorabile l'inefficacia delle modalità di scontro di piazza diretto portate avanti negli ultimi mesi e anni in tutto il territorio - si legge -. Pare dunque necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell'autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro». Quindi, «fuoco alle olimpiadi e a chi le produce». «Faremo di tutto per chiudere i covi di questi criminali, per inseguire e stanare questi delinquenti ovunque si nascondano, per mettere in carcere loro e contrastare chili difende - scrive su X il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, a proposito della rivendicazione - Evviva le Olimpiadi, simbolo di un'Italia che costruisce, che emoziona, che non si arrende». E mentre Milano-Cortina è il bersaglio degli antagonisti, Askatasuna annuncia le prossime manifestazioni di protesta per continuare a «portare in piazza l'opposizione sociale al governo e contro le guerre». Saranno a Livorno il 21 e 22 febbraio e poi a Roma con una nuova manifestazione prevista per il 28 marzo. Perché il 31 gennaio è stato «un passaggio per costruire a livello collettivo e soprattutto popolare l'opposizione al governo da parte di tutte le realtà che lottano a livello nazionale per la casa, il lavoro, il welfare, i diritti, la formazione, la difesa dei territori. Quindi, i prossimi appuntamenti andranno in continuità con l'esigenza di costruire un confronto che parta dalle modalità che si sono date con il blocchiamo tutto e che possono essere fruttuose anche per i prossimi appuntamenti». E mentre anarchici e militanti di Askatasuna annunciano nuove azioni, le indagini per gli scontri di Milano non sono ancora chiuse. La Digos ha già notificato sei denunce, ma il lavoro investigativo prosegue su un fronte più ampio. Al setaccio finiscono centinaia di video e fotografie, raccolti tra riprese ufficiali e materiale circolato sui social, per risalire ad altri eventuali protagonisti delle violenze. Sul tavolo ci sono ulteriori ipotesi di reato, dal travisamento alla partecipazione a manifestazione non autorizzata, fino al lancio di oggetti atti a offendere e alle lesioni provocate a un agente durante le fasi più dure degli scontri. Al momento non viene indicata una cabina di regia unica, ma gli investigatori parlano di dinamiche tutt'altro che casuali riconducibile a gruppi antagonisti legati a realtà dei centri sociali di Milano e Torino.