Le prime foto insieme raccontano un grande affiatamento e complicità. Tutto quello che c'è da sapere su questa nuova coppia

Le prime foto insieme raccontano un grande affiatamento e complicità. Tutto quello che c'è da sapere su questa nuova coppia

Dopo le indiscrezioni delle scorse settimane, il presunto legame tra Rocío Muñoz Morales e Andrea Iannone sembrerebbe farsi meno ipotetico, anche se i due finora non hanno confermato nessuna storia. L’attrice il pilota sono stati avvistati insieme a Lugano, sotto […] L'articolo Rocío Muñoz Morales e Andrea Iannone, spuntano le foto sembra essere il primo su iO Donna .

Milano-Cortina, l'ucraino squalificato? Giusto così: no alla politica

Milano-Cortina, l'ucraino squalificato? Giusto così: no alla politica

Il Cio ha escluso il 27enne atleta ucraino (e portabandiera) Vladyslav Heraskevych dalla gara di skeleton per via delle immagini presenti sul casco, indossato durante le prove cronometrate, sul quale sono presenti i volti di 21 atleti e allenatori suoi connazionali morti nel conflitto fra Mosca e Kiev. Il casco non è stato accettato dal Comitato Olimpico Internazionale che vieta «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale», come prescrive la regola 50 della Carta Olimpica. «Questo è il prezzo della nostra dignità», ha commentato amaro Heraskevych, sostenuto del presidente Zelensky: «Ringrazio il nostro atleta per la sua chiara posizione. Il suo casco con i ritratti degli atleti ucraini morti è un segno di rispetto e memoria. È un promemoria per tutto il mondo di cosa sia l’aggressione russa e del prezzo da pagare per la lotta all’indipendenza. E questo non viola alcuna regola». Kirsty Coventry, presidente del Cio, ha ribattuto: «Non consideriamo le immagini sul casco “messaggi politici”, ma in gara è vietato “qualsiasi messaggio, di qualsiasi tipo”. Così è stato scelto dagli atleti nel 2021: vietare qualsiasi messaggio sul campo di gioco, sul podio e nel villaggio olimpico». E se al posto delle vittime dell’esercito russo, sul casco dell’atleta in gara alle Olimpiadi invernali, qualcuno avesse disegnato una bandiera palestinese? Oppure la scritta “I ce out ” in sfregio all’agenzia federale statunitense dopo i morti di Minneapolis? Oppure un bel “No” al referendum sulla Giustizia per segnalare l’antipatia verso Giorgia Meloni? Potremmo andare avanti all’infinito, ma davanti a ogni possibile messaggio politico (o geopolitico) esibito durante le gare dei Giochi non ci viene in mente una risposta migliore di quella data ieri dal portavoce del Comitato olimpico internazionale Mark Adams : «Lo spazio per gareggiare è uno spazio neutrale, vogliamo garantire la sacralità delle Olimpiadi». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46328253]] Attenzione, qui non si discute della terribile invasione russa né delle indicibili sofferenze del popolo ucraino. Il portabandiera ucraino Vladyslav Heraskevych aveva tutto il diritto di omaggiare i connazionali sportivi morti a causa del conflitto. Anzi, aveva e ha il pieno diritto di comunicare durante davanti al mondo durante i Giochi la sua vicinanza alle vittime e la sofferenza per quel che è successo in patria. Però non in gara. Le competizioni non devono diventare vetrina politica. Non a caso la Carta olimpica proibisce «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale». Perché altrimenti se passa una deroga per il (sacrosanto) omaggio di Heraskevych, saremmo inondati seduta stante di tute pro-Gaza, caschi contro Israele, sci con scritte anti-Trump mostrati in bella vista all’arrivo dello slalom gigante. Le gare sono gare e lo sport non può diventare come il Festival di Sanremo, dove il cantante di turno lancia il solito slogan contro il governo di turno (in genere di Centrodestra). Le Olimpiadi arrivano ogni quattro anni e devono proseguire nella tradizione, un po’ come Wimbledon non deve cancellare l’obbligo della maglietta bianca. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46272975]] Sennò si scenderebbe al livello del calcio, dove qualche anno fa le squadre inglesi avevano usato la visibilità del football per inginocchiarsi in solidarietà con il Black Live Matters (pure la nazionale azzurra si inchinò alla propaganda anti-Usa e anti-bianchi all’Europeo del 2021). Invece le Olimpiadi sono appunto sacre. E inevitabilmente l’eccezione per l’omaggio ai morti nel conflitto russo-ucraino avrebbe inondato le competizioni di slogan politici. Ciò non toglie che, prima o dopo le gare, ogni atleta abbia il diritto di dire ciò che vuole. Hunter Hess, lo sciatore freestyle celebre per gli attacchi a Trump, ha criticato la Casa Bianca davanti a un microfono, non durante i salti. E perfino le celeberrime pantere nere americane Tommie Smith e John Carlos stesero il loro pugno a Città del Messico ’68 contro il razzismo sul podio, non durante i 200 metri piani. Heraskevych poteva indossare quel casco nelle interviste del dopo-gara, oppure stampare i volti degli atleti ucraini uccisi su una bandiera nella quale avvolgersi una volta tagliato il traguardo della pista di Cortina. Il suo messaggio avrebbe fatto lo stesso il giro del mondo. Impuntandosi per indossarlo in gara, non poteva che incappare nella squalifica del Cio. Il Cio nel suo caso ha agito bene, a differenza di quanto successo con gli atleti russi, esclusi in partenza dai Giochi. Gli sciatori e i biatleti russi - come i direttori d’orchestra - non possono essere accomunati alle nefandezze di Putin. I campioni avrebbero avuto il diritto di esserci, e di gareggiare. Senza vessilli politici. Qui la risposta di Tommaso Lorenzini per cui l'ucraino non andava espulso

Cei, il numero 2 benedice Magistratura Democratica

Cei, il numero 2 benedice Magistratura Democratica

Il 28 gennaio monsignor Giuseppe Baturi, al termine del consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, assicurò che i vescovi sarebbero stati equidistanti nella partita del referendum e non avrebbero usato la loro influenza sui fedeli per spingerli verso una delle due parti. Lo stesso presidente della Cei Matteo Zuppi, spiegava Baturi, «non voleva dare indicazioni di voto, anche perché fa parte della nostra dottrina distinguere diversi livelli di intervento, in ordine ai diversi problemi di fede, morali». L’unico appello dei vertici delle diocesi sarebbe stato dunque quello a «non disertare». Un “chiarimento” diventato necessario dopo che l’arcivescovo di Bologna, nei giorni precedenti, aveva detto che «c’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare». Parole che era difficile non leggere come un invito a votare No, peraltro in linea con gli editoriali di Avvenire, il quotidiano della Cei. Due settimane dopo, la neutralità promessa è già evaporata: o Zuppi non ha autorità sui vescovi, o questi sono stati autorizzati a ignorare l’impegno e a schierarsi. Il risultato è che Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Cei, sarà l’ospite d’onore, il “colpaccio” mediatico del XXV Congresso di Magistratura democratica, che si terrà a Roma il 13 e 14 marzo, dunque pochi giorni prima del voto, e avrà come tema la chiamata alle armi contro la riforma Nordio. Titolo del congresso: «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro». Dopo l’intervento di Enrico Grosso, presidente onorario del comitato referendario dell’Anm, Savino salirà sul palco assieme a Silvia Albano, presidente di Md, e ad altri testimonial del No, per partecipare a una tavola rotonda orchestrata dal giornalista di Repubblica Massimo Giannini. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46323019]] Argomento della discussione: «L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo». L’ennesima puntata dello sceneggiato sull’Italia avviata verso la fine della democrazia, ma stavolta con un vescovo a trainare gli ascolti. Ruolo che Savino padroneggia, visto che negli ultimi anni ha preso posizione contro il governo sull’autonomia differenziata, sui referendum abrogativi dello scorso giugno, sulle politiche per l’immigrazione e la sicurezza: in pratica, l’intero programma di palazzo Chigi. Il presule pugliese non è un’eccezione. Più a nord, sulla sua stessa lunghezza d’onda, c’è l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli. Ha deciso di aiutare i suoi concittadini a capirne di più sulla riforma e il referendum, e per questo venerdì 20 febbraio ospiterà un incontro pubblico nella parrocchia di San Francesco, in piazza Savonarola. Il titolo è all’insegna dell’imparzialità: «Il referendum sulla Magistratura. Genesi, contenuti, esiti costituzionali e istituzionali». Gli ospiti, purtroppo, no: a introdurre la “lezione” sarà il costituzionalista Massimo Car li e a svolgerla provvederà Ugo De Siervo, ex presidente della Consulta. Entrambi figurano nel consiglio scientifico del “Comitato del No Società civile”, promosso da Anpi, Cgil e altre associazioni di sinistra: Carli è il trentesimo della lista, De Siervo il numero uno. Provvederanno loro a dare indicazioni di voto, l’arcivescovo potrà continuare a dirsi equidistante. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46328505]]

Il medico legale rende pubblica la causa del decesso della donna trovata nel freezer del Dollar Tree di Miami: ecco cos’è successo a Helen Massiell Garay Sanchez

Il medico legale rende pubblica la causa del decesso della donna trovata nel freezer del Dollar Tree di Miami: ecco cos’è successo a Helen Massiell Garay Sanchez

Continua a tener banco nei media americani l’incredibile storia della morte di Helen Massiell Garay Sanchez, trovata nel freezer della catena di supermarket Dollar Tree di Miami. Il medico legale ha reso pubblica la causa del decesso della donna. Secondo l’ufficio del medico legale della contea di Miami-Dade, la causa della morte della trentaduenne Helen […] L'articolo Il medico legale rende pubblica la causa del decesso della donna trovata nel freezer del Dollar Tree di Miami: ecco cos’è successo a Helen Massiell Garay Sanchez proviene da Il Fatto Quotidiano .

Report, il grande pasticcio: indagato Bellavia, il consulente di Ranucci

Report, il grande pasticcio: indagato Bellavia, il consulente di Ranucci

Gian Gaetano Bellavia dice di non capire quale sia il reato per il quale è finito sotto indagine a Milano. Ed è strano per uno che ha rapporti con una ventina di procure italiane e collabora da anni con Report, trasmissione d’inchiesta di Rai3, condotta da Sigfrido Ranucci, il re dei segugi dell’informazione pubblica che sforna scoop ed esclusive da fare invidia a Woodword e Bernstein, ma non ha ancora scoperto alcuno scandalo Watergate, casomai le chat di Maria Rosaria Boccia. «Violazione della privacy? Detta così è molto vaga, non so cosa dire», ha risposto Bellavia ieri all’Agi che gli chiedeva un commento, «non è un reato, ci vuole un articolo del codice penale per capire qual è l’indagine. Trattamento illecito dei dati? Non è tecnicamente possibile». Strano che Bellavia non sappia. Forse dovrebbe farsi spiegare di che reato si tratta dagli amici del Fatto quotidiano, al quale Report spesso consegna le anticipazioni delle sue puntate. Al giornale di Travaglio, peraltro, il consulente di Ranucci il 3 gennaio ha rilasciato un’intervista che si è rivelata poi un boomerang perché oltre ad accusare la sua ex collaboratrice di studio, Valentina Varisco, di furto di dati sensibili dal proprio archivio, ometteva di rivelare l’esistenza di un documento di 36 pagine, ribattezzato “papello”, con i nomi di 104 vip tra politici, imprenditori, magistrati. «Se esiste, quel documento non proviene da me o dal nostro studio», è stata la prima dichiarazione di Bellavia. Salvo poi ammettere, una settimana dopo, che sì, quel “papello” fantasma, senza timbro eppure finito agli atti di una delle inchieste più delicate degli ultimi anni, era farina del suo sacco. «Si tratta di stralci assemblati di mail riservate all’avvocato Tizzoni», era stata l’imbarazzante giustificazione del 71enne commercialista. Peccato che Tizzoni abbia escluso di avere depositato quel testo. Si sono chiamati fuori anche la pm antimafia Silvia Bonardi, tirata in ballo dallo stesso Bellavia, e il procuratore aggiunto Pellicano. Ma perché quel dossier così delicato, contenente riferimenti a indagini in corso, è finito nel fascicolo della pm Paola Biondolillo, che ha firmato poi insieme al collega Eugenio Fusco e al procuratore di Milano Marcello Viola anche l’indagine a carico di Bellavia? Il primo ad accendere un faro su questo mistero degno di un thriller politico-giudiziario è stato l’avvocato Andrea Puccio, difensore della Varisco. «Non appena ci siamo avveduti della più che anomala presenza di tale documento agli atti del procedimento, ci siamo immediatamente attivati per chiedere delucidazioni al pubblico ministero», ha detto il legale. Tra i nomi del papello, del resto, ci sono personaggi del calibro di Berlusconi e D’Alema, John Elkann e Flavio Briatore, Matteo Renzi e La Russa, ma anche il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba, oltre a pm antimafia e mafiosi come Giuseppe Graviano. Nell’elenco figura pure il Ceo di Coima, Manfredi Catella, e soprattutto il commercialista Stefano Martinazzo, di Axerta, la società investigativa dove poi la Varisco (finita a processo per accesso abusivo a sistema informatico) ha lavorato. Un mese fa il Garante della Privacy ha avviato un’istruttoria su Bellavia, mentre Forza Italia, con il presidente dei senatori Maurizio Gasparri, aveva presentato un’interrogazione ai ministri Carlo Nordio ed Adolfo Urso. Alcuni dei soggetti citati nel papello hanno sporto denuncia per diffamazione. Il sospetto, ancora non fugato, è che l’enorme massa di dati sensibili in possesso dello studio Bellavia e detenuti anche una volta che la consulenza era conclusa, potesse aprire un nuovo capitolo dell’oscuro verminaio del dossieraggio politico. Sarebbe interessante capire a che titolo «il dottor Bellavia deteneva, ben schedato tra i tanti, anche un file relativo a Geronimo La Russa che di sicuro non ha procedimenti giudiziari a suo carico», aveva chiesto il presidente del Senato Ignazio La Russa. Ora Ranucci controbatte dicendo che l’indagine per violazione della privacy scagiona il suo esperto e lo libera da ogni presunto movente legato allo spionaggio, insomma Bellavia è sotto inchiesta ma in fondo, per Sigfrido, è robetta e attacca i giornali del gruppo Angelucci e Gasparri, il quale a stretto giro ha replicato: «Ranucci è abituato a mischiare le carte e a dire fanfaluche. La verità è che il suo collaboratore è indagato e che i metodi di Report sono sotto indagine». Anche Luca Ricci, subentrato a Tizzoni nella difesa, minimizza le accuse a carico del suo cliente: «I pm vogliono sentirlo e ci auguriamo che ciò accada presto». Ma c’è un altro dettaglio che rende ancora più strana e inquietante questa storia. Nella scorsa puntata di Report, quella dell’8 febbraio, incentrata sulle centrali di dossieraggio, una parte avrebbe dovuto riguardare anche il caso Bellavia: era già pronta, l’inviato Giorgio Mottola aveva già intervistato i protagonisti e il servizio sarebbe stato apparecchiato in modo che il commercialista sarebbe risultato vittima del furto di milioni di files da parte della ex fedelissima, fuoriuscita dal suo studio con la chiavetta piena di materiale che aveva contribuito a confezionare. Chissà come mai, domenica scorsa su Rai3 di Bellavia non si è più parlato, solo di Equalize e altro. Poi, ieri, la notizia di Bellavia indagato a Milano.

Sanremo, Ermal Meta: "Stella stellina è un brano umano non politico"

Sanremo, Ermal Meta: "Stella stellina è un brano umano non politico"

Milano, 13 feb. (askanews) - Ermal Meta torna in gara al Festival di Sanremo tra i Big della 76esima edizione con il brano "Stella stellina", una canzone importante, di resistenza e speranza, nonostante tutto. "Stella stellina" racconta, attraverso un testo poetico, mai retorico e immagini fortemente evocative, la storia di una bambina palestinese che non ha volutamente un nome, diventando così rappresentazione di tutti i bambini innocenti colpiti dalla violenza. "Stella Stellina parla di una bambina di Gaza vista dagli occhi di un suo connazionale. È nata in un momento come tanti in cui stavo suonando, cantando, inventando canzoni e melodie per la mia figlia piccola e poi mi erano rimaste in mente delle immagini che avevo visto qualche ora prima davvero sconvolgenti, le immagini che provenivano da Gaza. Ho preso quella melodia, quella che mi ero inventato qualche ora prima per giocare con mia figlia, e ne ho fatto una canzone" racconta Ermal che pero chiarisce che non è una canzone politica. "È una canzone umana. E' una canzone che prende come riferimento non la politica, ma la brutalità dell'essere umano. E racconta di un essere estremamente fragile, come può essere una bambina, va oltre la politica. La politica è il servizio dell'uomo. Non è l'uomo il servizio della politica. Quindi definire una canzone politica è come farle un torto, è ridurla. Invece va ampliata". Le sonorità mediorientali che caratterizzano la produzione curata da Ermal e Dardust, ci trasportano immediatamente in quella parte di mondo, anche grazie all'utilizzo sapiente di strumenti come l'oud che contribuiscono a definire un impianto sonoro coerente con il racconto, rafforzandone l'impatto emotivo. Per il cantuatore, Sanremo è "Tutto insieme, tranne le aspettative, perché non sono uno che vi vede aspettative, però ricordi sì, ansia tantissima, momenti anche divertenti, grandi, grandi e inaspettate soddisfazioni". Per te è un palco che va rispettato? "Per me è un palco sacro, sì, va assolutamente rispettato".