Luca e Annalisa, "bavaglio!": l'ultima pagliacciata sinistra da Del Debbio

Luca e Annalisa, "bavaglio!": l'ultima pagliacciata sinistra da Del Debbio

«In Italia non c’è libertà d’espressione». Lo disse in tv Annalisa, giovane attivista in studio a Dritto e rovescio, in prima serata su Rete 4. Non male, come bavaglio. A lei e al sodale Luca, il conduttore Paolo Del Debbio dedica ampio spazio, facendoli attaccare a spron battuto Giorgia Meloni, il governo “fascista”, le forze dell’ordine. Sono ideologicamente vicini agli antagonisti che hanno messo a ferro e fuoco Torino sabato scorso, per difendere i democratici ragazzi di Askatasuna. Non stupisce, dunque, che non riescano a dire parole chiare riguardo ai poliziotti aggrediti e all’agente preso a martellate. Non stupisce, ma indigna. E Giuseppe Cruciani, seduto di fronte a loro, non riesce a stare zitto. «Lei sta dicendo sostanzialmente che c’è la repressione, che c’è l'autoritarismo in una televisione nazionale in prima serata. Dunque, di che cosa stiamo parlando?- la incalza il conduttore de La Zanzara, su Radio 24 - Lei può dire quello che vuole su web, in una televisione nazionale, e le lasciano dire che la polizia ha militarizzato Torino. Gli abitanti del quartiere, le posso assicurare, quando vedono una camionetta dalla polizia, sono contenti. Si faccia un giro a Roma, veda quanto è contenta la gente quando vede la camionetta. La gente non ha paura di Askatasuna, tranne quando fanno i cortei. La gente ha paura della criminalità, dunque vogliono le città presidiate dalla polizia». Quindi se la prende con Luca. «Fare propaganda sulle forze dell’ordine non le aiuta! - accusa il giovane - Coi decreti sicurezza si creano categorie di nemici. I migranti, i minorenni con i coltelli, gli attivisti pericolosi...». «Questa è filosofia dai - si scalda ancora Cruciani -. Ci sono attivisti pericolosi? La responsabilità è personale! Chi ha aggredito quel poliziotto deve andare in carcere o no? Uno tira un estintore, altri hanno usato spranghe. Devono andare in galera o no?». «Cruciani, quello che sta facendo Meloni con i decreti sicurezza...», abbozza una risposta Luca. «Niente, non vuole rispondere: deve andare in galera o no? Va in galera o no? Perché parli di altro? Io ti ho fatto una domanda, non vuoi rispondere perché hai paura di inimicarti i tuoi amichetti. Volete coprire i violenti a tutti i costi! Fate schifo!». "Lei dice che in Italia non c'è repressione verso la libertà di espressione? Non è vero!" Annalisa (attivista) a Giuseppe Cruciani #drittoerovescio pic.twitter.com/0KCNzdcoyD — Dritto e rovescio (@Drittorovescio_) February 5, 2026

Milano-Cortina, altro che Ghali: l'unico censurato è stato Massimo Boldi

Milano-Cortina, altro che Ghali: l'unico censurato è stato Massimo Boldi

Alla fine, lo possiamo dire: l’unica persona realmente censurata dalle Olimpiadi di Milano -Cortina è stato Massimo Boldi, reo di avere fatto un’intervista scherzosa al Fatto con una battuta da Cinepanettone sulla sua passione per il genere femminile. «Il mio sport preferito? La f...». Un’uscita greve ma innocua, che è costata al comico nato a Luino ma milanesissimo la partecipazione come tedoforo. Roba da Minculpop, o peggio ancora da fanatici woke, rimasta peraltro un unicum nella selezione dell’esercito di personaggi che hanno avuto l’onore di portare la fiaccola verso il capoluogo lombardo. Nessuno, giustamente, si è mai sognato di escludere il rapper americano Snoop Dogg protagonista a Gallarate né tantomeno ha fatto l’esame del sangue a tutte le migliaia di persone che hanno portato la fiaccola in giro per l’Italia camminando o correndo tra due ali di folla. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45895355]] In questo scenario, è surreale che a gridare alla “censura” sia il rapper Ghali, spalleggiato nel vittimismo da qualche politico del centrosinistra iperpresenzialista. Il cantante musulmano celebre per le sue posizioni pro-Pal ha avuto una visibilità planetaria, che anche i suoi fan più incalliti ammetteranno essere esagerata rispetto alla caratura attuale del personaggio. Davanti al regalo di questa ribalta internazionale, Ghali ha sfruttato l’onda e le entrature politiche per frignare già alla vigilia dell’evento («So perché non ho più potuto cantare l’inno d’Italia... So che una lingua, quella araba, era di troppo»). L’insoddisfazione della vigilia, però, è stata sapientemente colmata con la mossa di marketing dell’uscita del nuovo singolo musicale proprio nel giorno della cerimonia di apertura. L’ultimo atto della commedia è andato in scena ieri, dopo l’esibizione davanti a 2 miliardi di spettatori. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46229629]] A sinistra è scattato il coro di lamenti per le inquadrature (troppo larghe!), la telecronaca (non hanno esaltato Ghali!) e il presunto complotto politico-internazionale ai danni del cantante di origine tunisina. La causa pro-Pal imbavagliata dalla destra internazionale. Una tesi talmente stramba da aver raccolto tra i suoi adepti alcuni esponenti celebri del club mediatico progressista. Infine, il tocco finale dello stesso Ghali: «Venerdì sera non ho sentito né armonia né pace». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46235357]] Dietro la cortina di fumo, la verità è molto semplice: gli organizzatori hanno sbagliato a chiamare Ghali a cantare - o meglio, recitare durante la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici a San Siro. Gli hanno regalato visibilità, gli hanno fatto pubblicità, hanno spinto l’uscita del nuovo brano e hanno fatto pure la figura dei censori. Sono finiti nel mirino della politica, pur avendo concepito uno show tutt’altro che ideologico (a differenza di quello di Parigi 2024). Un clamoroso autogol, che andava evitato.

“Gatta bianca, cane nero” di Kelly Link: fiabe sovversive per tempi instabili

“Gatta bianca, cane nero” di Kelly Link: fiabe sovversive per tempi instabili

Dopo il fortunato esordio con il romanzo "The Book of Love", la scrittrice americana Kelly Link torna con "Gatta bianca, cane nero", una raccolta di fiabe profondamente rielaborate in chiave contemporanea, che superano, negano o ribaltano la funzione per cui erano nate, confrontandosi con le derive del viaggio dell'eroe, gli aspetti meno salvifici del desiderio e la precarietà del nostro tempo... Leggi l'articolo completo “Gatta bianca, cane nero” di Kelly Link: fiabe sovversive per tempi instabili .

La carbonara è italiana: sinistra smentita anche a tavola

La carbonara è italiana: sinistra smentita anche a tavola

Contrordine compagni: la carbonara è una ricetta italiana, anzi, italianissima. Le ricostruzioni che ne collocavano la “invenzione” nella Roma del 1944, a partire dalle razioni K dei soldati americani - uova in polvere e bacon - con la pasta italiana, sono giustappunto un’invenzione. A retrodatare gli spaghetti alla carbonara ben prima che gli statunitensi entrassero nella Capitale risalendo lo Stivale da Sud, ci ha pensato un olandese sconosciuto perfino in patria. Un certo Koos Stadhouders , lettore del quotidiano di Amsterdam Nrc, che spulciando chissà per qual motivo nell’archivio storico di un’altra testata, il De Koerier che si pubblicava nelle indie orientali olandesi, si è imbattuto in un articolo scritto sul numero del 23 agosto 1939 , dalla corrispondente dalla Capitale italiana e intitolato «Persone e cose di Roma». Ecco, fra le cose di cui riferisce la giornalista Norah Berkhuijsen c’erano anche due trattorie situate in Piazza di Santa Maria in Trastevere, una si chiama “Alfredo” e l’altra “Umberto”. «Le due trattorie sono pacifiche concorrenti e i loro proprietari sono amici di padre in figlio», scrive la corrispondente olandese. «Una si trova di fronte alla facciata del palazzo cardinalizio; l’altra di fronte alla basilica. L’unica differenza è che una serve come specialità il risotto con gamberi (riso con grossi gamberi) e l’altra gli spaghetti alla carbonara (“cordicelle”, come le prepara la moglie del carbonaio)». Contrariamente a quel che hanno riferito alcune testate italiane, la scoperta dell’articolo del 1939 è di un lettore del quotidiano di Amsterdam, l’Nrc. Scoperta raccontata poi da due giornalisti olandesi Edwin Winkels e J anneke Vreugdenhil sull’Nrc con grande risalto venerdì 6 febbraio, l’altroieri, con un titolo che non lascia dubbi: «Una piccola rivoluzione e una grande notizia per i romani, la pasta alla carbonara si rivela un piatto davvero italiano». Un altro tono rispetto ai titoli usciti da noi, che ne riferiscono in chiave dubitativa. Uno su tutti, quello del Gambero Rosso: «La carbonara potrebbe essere più antica di quanto abbiamo sempre pensato». In realtà a pensarlo sono stati soprattutto i detrattori della italianità delle nostre ricette, a cominciare dal professor Alberto Grandi che sul tema ha addirittura pubblicato un libro, La cucina italiana non esiste (Bugie e falsi miti sui prodotti e i piatti cosiddetti tipici). Grandi, docente di Storia dell’alimentazione all’ Università di Parma , è un campione indiscusso di “decostruzionismo” dei miti alimentari e appartiene a una scuola di pensiero che nega le tradizioni. Le sue tesi si fondano principalmente sul concetto di invenzione della tradizione, una teoria introdotta dagli storici Eric Hobsbawn e Terence Ranger negli anni Ottanta. La critica di Grandi a quello che definisce « gastronazionalismo » non ha risparmiato nulla. Ad esempio, sostiene che il Parmigiano Reggiano di un tempo fosse più simile a un formaggio grasso, morbido e con la crosta nera, vicino al parmersan tarocco fatto dai formaggiai americani del Wisconsin, così come sosteneva che la Carbonara fosse nata dall’incontro tra i prodotti dei soldati americani e i cuochi romani nel 1944. E ce n’è anche per la pizza che nella ricostruzione grandiana, prima del secondo dopoguerra era un cibo povero, confinato ad alcune zone di Napoli, spesso poco igienico e sconosciuto al resto d’Italia. La sua popolarità mondiale e il suo perfezionamento, sostiene il professore, sono avvenuti negli Stati Uniti, per poi spuntare in Italia come un «mito di ritorno». Come se la sua essenza di alimento identitario dei napoletani non contasse. La scoperta fatta in Olanda fa giustizia delle numerose ricostruzioni che datavano la prima ricetta della carbonara italo-americana al 1952, quando la pubblicò una guida dei ristoranti di Chicago. Primato conteso dall’attore Aldo Fabrizi che su un giornale di Lille (Francia) spiegava sempre nel ’52 come preparare il piatto senza cuocere l’uovo.