Pd, "meglio maiale che...". L'ultima vergogna, Elly Schlein balbetta

Pd, "meglio maiale che...". L'ultima vergogna, Elly Schlein balbetta

Houston, hanno un problema. E cioè, a andarci leggeri, una linea non proprio chiara sulla questione medio orientale nel Pd. Il tema ha riguardato il molto dibattuto post social dei giovani dem di Bergamo, in cui veniva ripresa l’iconografia di Porco Rosso di Hayao Miyazaki e lo slogan “Meglio maiale che sionista”. Si riferiva, quel post, al dibattito intorno il disegno di legge di sull’antisemitismo, che evidentemente il vivaio bergamasco del Pd non approva. Tuttavia, questa sortita ha suscitato grande indignazione, dentro e fuori i dem. Del tutto motivata, ovviamente. Tra cui Emanuele Fiano, più volte deputato Pd, già presidente della Comunità ebraica di Milano e figlio di Nedo, uomo che conobbe l’orrore della deportazione in un campo di concentramento nazista. Fiano, che oggi è segretario dell’associazione Sinistra per Israele, si è chiesto se qualcuno nel Pd avesse in animo di occuparsi della cosa. Per lui, peraltro, la ragione è doppia. Perché proprio i giovani dem bergamaschi ne contestarono la partecipazione a un evento promosso dall’associazione Italia-Israele della città. Ebbene, la questione del gravissimo post ha tracimato fin nella seduta della direzione del Pd di venerdì. Gli juniores dei dem hanno cancellato il post, chiedendo scusa per quanto accaduto. «Scuse sincere e senza riserve a tutte le persone e le comunità ferite, offese o colpite dalla nostra grafica. Su temi così delicati riteniamo indispensabile l’approccio fondato su rispetto, rigore analitico e responsabilità politica, evitando semplificazioni, polarizzazioni e contrapposizioni ideologiche». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46216778]] LA PEZZA DI ELLY La segretaria del partito, Elly Schlein, ha definito il post «inaccettabile», ma poi ha provato a chiudere l’incidente, ricordando che quella grafica ignobile è stata rimossa e che ci sono state le scuse da parte dei ragazzi. Finito? No. Perché ieri Graziano Delrio, l’ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni che appartiene all’area riformista del Pd (ora è senatore), si è fatto sentire. Quanto accaduto, dice Delrio, «non è un incidente, è un confronto che richiede un approfondimento nel merito. Non bastano le scuse». E ha ancora aggiunto: «I giovani possono anche eccedere con il linguaggio, lo fanno gli anziani, come dimostra il presidente degli Stati Uniti. Non mi scandalizzo di questo. Mi scandalizzo perché vorrei un confronto nel merito. Ci sono stati troppi fraintendimenti dentro una comunità politica». Peraltro, l’incidente in realtà non è neanche chiuso. Lo dice chiaramente Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato. «La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha frettolosamente dichiarato chiuso il caso dei giovani Democratici di Bergamo, dopo le distratte scuse formulate da questi ultimi» per il post e la scritta. «Ma per l’appunto - aggiunge Malan- si tratta di scuse distratte, tant’è vero che il cartello resta tuttora nel post del 7 ottobre 2025, con il quale hanno pensato bene di celebrare i due anni esatti dai massacri perpetrati da Hamas su 1.400 israeliani, in gran parte loro coetanei». E ancora, spiega Malan, «in quel post, peraltro, campeggia al primo posto la foto di una manifestazione con la scritta: “Bergamo ha scelto da che parte stare”, slogan che, in tutti i cortei, indipendentemente dal nome della città continua con la rima: “Palestina libera dal fiume al mare”». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46234064]] DESTRA ALL’ATTACCO Peraltro, sul “pedigree ideologico” dei giovani dem di Bergamo aveva acceso un faro, qualche giorno fa, anche Giulio Terzi di Sant’Agata, senatore di Fratelli d'Italia: «Questi Giovani Democratici -aveva scritto in una nota dopo la polemica scoppiata sul post incriminato- collaborano anche con l’associazione Amicizia Bergamo Palestina, che ha organizzato il mese scorso, sempre a Bergamo, un presidio per chiedere la liberazione di signori come Mohammed Hannoun, perché “la resistenza non si condanna”». Insomma, la riprova che il tema di una postura chiara nel Pd sulla questione è ancora aperto e allarga il solco tra l’ala riformista e l’ala più identitaria. D’altronde, la timidezza con cui l’area più vicina alla segretaria Schlein ha affrontato la questione delle piazze pro-Pal costituisce un nervo scoperto. Che ciò coinvolga anche parte del vivaio non è certo rassicurante.

Le due anime della Catania di Goliarda Sapienza: un tour letterario

Le due anime della Catania di Goliarda Sapienza: un tour letterario

"Raccontare Catania vuol dire fare esercizio di equilibrio tra spinte opposte e Goliarda Sapienza, che a Catania è nata e cresciuta, lo aveva capito prestissimo. Nei suoi scritti emergono infatti sempre due anime della città: quella colta, luminosa, teatrale, e quella popolare e oscura, mitica, violenta, estremamente sensuale…": su ilLibraio.it un tour letterario a cura di Lorena Spampinato, in libreria con "A Catania con Goliarda Sapienza": dal quartiere di San Berillo a via Etnea, senza dimenticare il mare... Leggi l'articolo completo Le due anime della Catania di Goliarda Sapienza: un tour letterario .

Donbass, lezione sul campo di autodifesa dai droni: "Sparpagliatevi, così non potrà colpirvi tutti"

Donbass, lezione sul campo di autodifesa dai droni: "Sparpagliatevi, così non potrà colpirvi tutti"

Ecco. Non è tanto capire se quell’affare si illumini o no. Perché è sempre acceso. Conta il grado di allarme. «Vuoi sapere cosa succede al quinto livello, vero?». È ovvio. «Facile. Freno e scappiamo». Chiedo, tanto per spezzare la tensione, quanto spesso capiti un’eventualità del genere. «In alcune direzioni, come quella di Pokrovsk, anche una volta alla settimana. Sul nostro fuoristrada c’è un piccolo jammer: dovrebbe deviare la traiettoria del drone di qualche metro. Ma la cosa migliore resta sempre abbandonare il veicolo». E nascondersi nella vegetazione. Se c’è. E se non è già disseminata di mine. Insomma, nelle prime fasi della guerra la sfida era arrivare in prima linea e provare a conquistare terreno cercando di sopravvivere. Oggi la sfida è arrivarci, punto. Da Avdeevka – città mineraria alle porte di Donetsk che prima del 2014 contava circa ventimila abitanti e che, per la sua conformazione, era diventata una fortificazione naturale in mano ucraina – il fronte si è spostato di una ventina di chilometri scarsi. Qualcosa piove ancora. Ma siccome russi la considerano una città-trofeo, intendono ricostruire il più possibile. Sebbene circa 700 civili siano rimasti lì per tutta la durata della battaglia e siano in larghissima parte senza casa – il 95% degli edifici è stato distrutto – su loro richiesta la prima struttura ricostruita è stata la più grande chiesa ortodossa della città. Dal punto di vista architettonico, questi luoghi di culto sono riconoscibili per le cupole dorate. Nel grigiore dei villaggi di impronta sovietica spiccano ancora di più, soprattutto quando riflettono la luce del sole. Per gli eserciti nemici diventano mirini. E per questo vengono distrutte subito. «La gente qui è riuscita a sopravvivere senza nulla, negli scantinati, per anni», dice Ekaterina. «Non hanno mai perso la fede. Ora sono disposti ad aspettare ancora. Ma della preghiera non possono fare a meno». Non lontano da Avdeevka c’è un altro luogo di culto dal valore altamente simbolico nell’economia della guerra del Donbass: il monastero di Iversky. Per anni, prima del 2022, la linea di contatto correva a ridosso di questa chiesa. Da un lato e dall’altro del fronte, quasi tutti ci hanno prestato servizio almeno per un giorno. È leggendario. Crivellato di colpi, ma in qualche modo ancora in piedi. Scesi dalla jeep, Ekaterina non fa in tempo a dire che la situazione sembra tranquilla, che il vento gelido dell’inverno comincia a portare con sé un ronzio sinistro. Sembra il rumore di un cinquantino guidato da un sedicenne. Il cervello lo associa alla spensieratezza dell’adolescenza. Ma in guerra significa che la caccia è aperta. «Sparpagliatevi subito!», gridano. Il principio è semplice: cinque persone che si muovono in direzioni diverse significa che, nel peggiore dei casi, lo sfortunato sarà uno solo; cinque persone insieme, invece, vuol dire strike. Il problema dei droni è che si sentono ma non si vedono. O meglio: quando li vedi è troppo tardi. Da un certo punto di vista, il colpo d’artiglieria, o persino il razzo, fanno meno paura. Non c’è tempo per pensare: si sente il fischio, ci si butta a terra, fine. Il rumore del drone, invece, è continuo. Può durare minuti. Minuti in cui sai che la morte ti sta osservando, ma non sai né se, né quando, né da dove arriverà. Poi lo zanzarone passa. «Era un Liutyi», dice un soldato russo. Tecnicamente si chiama AN-196, e il nome si può tradurre come “incazzato”. È un drone enorme, oltre 300 chili, con più di 50 di carico esplosivo. L’Ucraina ne è piena, e per i russi sono diventati un incubo: colpiscono raffinerie, infrastrutture critiche, depositi. Per questo ci ha solo sorvolati, diretto chissà dove. Senza accorgercene, nel tentativo di sparpagliarsi, uno del gruppo è finito sul retro del monastero. «Dove sei?», gli urliamo. «Lì dietro. Mi ero già portato avanti», risponde. «In che senso?», chiedo perplesso. «Eh, vieni a vedere. Lì c’è il cimitero». Ride. Bontà sua.